RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

L'oriente di Bizet

apre la stagione del Regio

Dopo un anno nel quale la programmazione è stata appiattita sul repertorio italiano più popolare con la lodevole eccezione della riscoperta di Agnese di Paer la stagione del Teatro Regio di Torino si è aperta, giovedì 3 ottobre, con un'opera che rispecchia l'anima del nuovo cartellone: Les pêcheurs de perles. Il 2019/2020, infatti, pur senza potersi in alcun modo definire audace, presenta diversi titoli inconsueti, almeno dalle nostre parti, come Violanta di Korngold o La damnation de Faust di Berlioz (quest'ultima con regia di Michieletto), o scelte sperimentali come quella di proporre la Passione secondo Matteo di Bach in forma scenica. Il merito della programmazione ricade sul precedente management del teatro, che ha firmato il cartellone prima di decadere, ma tutti si immaginano che queste scelte più sfiziose anticipino la strada che il Regio prenderà sotto la direzione artistica del nuovo sovrintendente Sebastian Schwarz.

Con Les pêcheurs de perles (1863) Bizet si accostò a quel gusto esotico che nel secondo Ottocento tanto fascino esercitò sulla sensibilità occidentale. Un esotismo principalmente di facciata, nel quale l'Oriente (o altri mondi lontani) era occasione per ambientare, fra scene e costumi meravigliosi, una bella storia d'amore che nella società europea non sarebbe stata credibile. In un villaggio di pescatori di perle dell'isola di Ceylon (Sri Lanka), la giovane Leïla viene consacrata, con voto di castità, alla preghiera propiziatoria per tutta la stagione di pesca. Nel villaggio sono presenti due amici, Nadir e Zurga, che si erano invaghiti di lei in passato ed erano diventati rivali, ma si riconciliano prima di ritrovare la donna amata. Nadir, riconoscendo Leïla, la raggiunge di notte, si dichiara e ne è ricambiato. I due giovani sono però sorpresi dal sacerdote Nourabad e dalla popolazione e condannati a morte: Zurga, capo del villaggio, lacerato fra amicizia e gelosia, in un primo tempo dà il proprio assenso alla condanna, ma poi, ravvisando in Leïla la ragazzina che anni prima gli aveva salvato la vita, fa fuggire i due amanti. Quanto alla struttura musicale, Les pêcheurs è un esempio di opéra-lyrique che, rifacendosi liberamente alla tradizione franco-italiana, si articola in numeri non rigidamente chiusi, nei quali l'esigenza dell'unità drammatica si contempera con lo sfoggio della vocalità. Insomma, più che della Carmen a venire, Bizet pare in questa occasione un precursore di Massenet e degli sviluppi tardo ottocenteschi del teatro musicale francese. Fatto sta che, nel 1863, l'opera non ebbe il successo che le giunse, invece, una trentina d'anni dopo, in una versione rimaneggiata e apocrifa (Bizet era nel frattempo scomparso), nella quale circolò per decenni, più in traduzione italiana che in lingua originale. A Torino ci si è opportunamente attenuti alla prima versione dell'opera, oggi ricostruita, nella quale si percepisce come il compositore, rispetto ai suoi revisori, fosse stato più audace nella drammaturgia (lasciando un finale aperto) e più tradizionalista nella struttura musicale (scrivendo, ad esempio, le strette per alcuni duetti, che erano solitamente omesse nelle esecuzioni correnti).

Lo spettacolo torinese è stato interamente affidato, per la parte visiva, alla coppia Julien Lubek-Cécile Roussat: formatisi nel mondo del mimo, i registi hanno messo in luce la propria attitudine a una gestualità di sapore rituale, che unita agli sgargianti costumi orientaleggianti e a scene che ricordano le illustrazioni dei libri di fiabe indirizza a una lettura naïf del dramma; e rileva più le atmosfere fatate dell'Oriente riletto dall'esotismo ottocentesco che la crudeltà di una società governata da leggi di natura tribale, pur raccontata nel dramma di Bizet. Tolte alcune ingenuità, come i palmeti e la fiamma di evidente cartapesta, comunque, è sempre garantito un piacevole colpo d'occhio, che ha saputo affascinare gli spettatori della prima. La guida musicale è stata affidata al giovane Ryan McAdams, che aveva già diretto l'opera, alcuni anni or sono, in forma di concerto, per la stagione dell'Orchestra Sinfonica Nazionale Rai. La sua gestione dell'orchestra è stato uno dei tratti più apprezzati dell'intera esecuzione, perché, con la giusta agogica e la varietà delle cromie, ha saputo creare un'atmosfera magica che ben si è sposata con l'allestimento e ha valorizzato anche quelle scene che hanno mostrato qualche deficit dal punto di vista vocale.

L'impressione, infatti, è che, circa i solisti, si potesse fare qualcosa in più per onorare il ritorno a Torino di un titolo raro e l'importante appuntamento culturale e mondano dell'apertura di stagione. La migliore in campo, il soprano Hasmik Torosyan, sfoggia una voce calda, dolce ed espressiva, ma inciampa in un passaggio delle fioriture nella preghiera del finale I. La sua Leïla è certamente affascinante, anche se ci sono alcuni passi, come la cabaletta del duetto con Zurga, nei quali uno strumento più corposo non guasterebbe. Il ruolo di Zurga è stato oggetto di una sostituzione: l'indisposto Fabio Maria Capitanucci è stato rimpiazzato dal baritono Pierre Doyen, in procinto di interpretarlo all'Opéra Royal de Wallonie: questi ha condotto in porto la recita con professionalità, ma, forse per la peculiarità della situazione, la sua lettura è parsa poco rifinita e povera di sfumature interpretative. Il sacerdote Nourabad, interpretato dal basso Ugo Guagliardo, non è titolare di numeri solistici, ma il suo ruolo richiederebbe un'impronta più incisiva, specie quando deve chiamare a raccolta i pescatori dopo aver scoperto il flirt tra Nadir e Leïla. Nei Pescatori si dedica sempre un'attenzione particolare al tenore che veste i panni di Nadir: in questo caso, il giovane Kévin Amiel non pare disporre di uno strumento atto a rispondere alle richieste di una scrittura raffinata ma nient'affatto semplice; non ci sono errori, ma il timbro è ingrato di per sé e lo spettro cromatico limitato, per cui il carattere affettuoso e nostalgico del pescatore esce piuttosto offuscato. Occorre riconoscere che, a causa dell'indisposizione occorsa a Capitanucci, non si è potuta svolgere una vera prova generale, per cui la première ha indubbiamente risentito di un rodaggio minore di quanto sarebbe stato previsto. E, in effetti, riascoltando l'opera alla replica dell'8 ottobre, diversi dettagli risultavano meglio gestiti e la riuscita complessiva dello spettacolo decisamente più avvincente. In particolare, Hamsik Torosyan ha interpretato Leïla senza alcuna sbavatura, delineando con proprietà la personalità forte ma al contempo delicata della sacerdotessa, e Pierre Doyen è meglio entrato nel ruolo di Zurga, approfondendone le sfumature emotive.

Il pubblico della prima che comprendeva le maggiori personalità della politica locale e del mondo delle professioni, oltre a un fitto gruppo di critici musicali dopo un'iniziale freddezza ha applaudito con convinzione, sia pure senza eccessi di entusiasmo, lo spettacolo nel suo insieme.

Marco Leo

19/10/2019

Le foto del servizio sono di Edoardo Piva © Teatro Regio di Torino.