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La zia di Carlo

un classico della commedia brillante nella ripresa di Valerio Santi

Da sinistra: Luca Micci, Valerio Santi e Dario Castro.

Brandon Thomas, attore e drammaturgo inglese vissuto a cavallo tra la seconda metà dell'800 e i primi decenni del 900, è noto quasi esclusivamente per la fortunatissima commedia del 1892 La zia di Carlo, un classico gioco di intrighi amorosi e agnizioni che divenne presto rappresentatissima in tutti i paesi di lingua inglese, trionfando nel 1893 a Broadway, e da qui diffondendosi in tutta Europa, per approdare l'anno dopo in Italia, dove fu rappresentata al Teatro Manzoni di Milano dalla compagnia di Flavio Andò e Claudio Leigheb. Oggetto di numerose versioni cinematografiche, a partire da quella del 1941 diretta da Archie L. Mayo e poi doppiata anche in italiano, la commedia è diventata un classico del teatro brillante, e ancor oggi costituisce, se ben recitata, uno spettacolo godibilissimo. In Sicilia La zia di Carlo ebbe, intorno agli anni '70, anche un'edizione in chiave musicale, nella rappresentazione al Teatro Rosina Anselmi di Catania, curata da Pippo Mollica con le musiche di Luciano Maglia, ed è a questa versione, che occhieggia al vaudeville francese, che si è ispirato Valerio Santi, che proprio con questa commedia ha inaugurato il 4 ottobre la stagione 2019/2020 del teatro L'Istrione di Catania.

Il giovane attore e regista catanese ha ripreso la versione Mollica-Maglia, mantenendo però riarrangiati per un gusto più moderno solo due degli intermezzi musicali originali, e per il resto affidandosi a brani d'opera, come il Brindisi da La Traviata di Giuseppe Verdi e la celeberrima Tu che m'hai preso il cuor, tratta dall'operetta Il paese del sorriso musicata da Franz Lehár, il che ha permesso di apprezzare le discrete doti musicali degli attori, che si sono ben disimpegnati anche nel canto, dimostrando quanto solida e articolata sia la formazione professionale della compagnia di Santi.

La trama, esile e basata essenzialmente sul gioco delle coppie, con tutti gli equivoci e gli spunti comici che ne possono derivare, prevede un insolito ruolo en travesti: in breve, due studenti di un college inglese sono innamorati di due ragazze che, oggetto delle occhiute e invadenti cure di un tutore, non possono accettare l'invito a pranzo dei due giovanotti senza la presenza appunto della zia di Carlo, vedova e ricchissima, il cui arrivo è stato ritardato da un disguido; i due amici allora convincono, più con le cattive che con le buone, un collega di collegio a travestirsi da donna. Divenuto suo malgrado oggetto della corte serrata del tutore e del padre di uno dei due ragazzi, il giovane verrà salvato solo dall'arrivo della vera zia, Donna Lucia De Alvadorez, che assicurerà nel contempo l'happy end e una serie di felici matrimoni.

Come si vede, un lavoro che in mani poco accorte, come purtroppo accade spesso, rischia seriamente di tramutarsi in una farsa grossolana, complici anche le fastidiose sicilianizzazioni che molte delle nostre compagnie si sentono in dovere e in diritto di attuare, a esclusivo uso e consumo di un pubblico altrettanto grossolano, cui interessa solo la grassa risata, l'equivoco ambiguo (a essere generosi) e quelle terrificanti carrettelle che affliggono ogni ripresa di commedie classiche del teatro vernacolare e non, cosa che imbarazza e stizzisce il critico, quando addirittura non lo distoglie senz'altro dall'assistere a tali spettacoli.

Il merito principale di Valerio Santi, che di questo come di altri spettacoli ha curato anche la regia e le scene, è invece, come avevamo già avuto modo di notare con grande soddisfazione ne U contra di Nino Martoglio, andato in scena sempre all'Istrione nel giugno del 2018, proprio quello di restituire al pubblico il copione nella maniera più fedele possibile, pensando dunque più al testo che alla risata o al plauso a tutti i costi: ne derivano una recitazione attenta, sempre misurata, una gestualità composta pur nella vivacità richiesta da una commedia brillante, e un generale impianto scenografico che, sebbene privilegi la naïveté, quasi a sottolineare il distacco tra i nostri tempi e quelli in cui fu scritto il lavoro, rifugge da orpelli caricaturali, come del resto anche i costumi, storicamente adeguati ma con quel tocco di teatralità e di insita caratterizzazione tipologica che contribuiscono, insieme alle scene, a ribadire in ogni momento l'assoluta fedeltà all'originale dell'operazione e al tempo stesso la necessità di una straniazione che ricordi al pubblico che si trova a teatro, e soprattutto che assiste a una commedia ben connotata nello spazio e nel tempo, le cui ingenuità, oggi anacronistiche, fanno parte di un ben preciso plot, a sua volta funzionale all'epoca a una critica sociale e di costume.

Da sinistra: Salvo Scuderi, Cindy Cardillo, Valerio Santi e Francesco Russo.

Rappresentata così, La zia di Carlo è divenuto uno spettacolo di ottimo livello, dove la risata scaturiva spontanea e mai forzata, e dove tutta la compagnia, da Cindy Cardillo a Dario Castro, da Francesca Coppolino a Luca Micci, da Alessandra Ricotta a Ilenia Scaringi, per finire con il bravo Francesco Russo e coll'ottimo caratterista Concetto Venti, hanno offerto l'esempio paradigmatico di come dovrebbe oggi essere recitata una commedia di fatto storicamente datata e proponente situazioni comiche forse desuete, rispettando cioè, e non ci si stancherà mai di dirlo, proprio questa datazione e senza imporre una modernizzazione e una regionalizzazione a tutti i costi.

Quanto a Valerio Santi, di fatto il fulcro dello spettacolo nel doppio ruolo di Federico Babeli, il giovane e squattrinato collega, e della falsa zia di Carlo, ha dimostrato ancora una volta la notevole qualità delle sue doti attoriali, riuscendo a rendere palpabile in ogni momento, e qui stava la difficoltà della resa del personaggio, che la falsa zia è un uomo travestito suo malgrado da donna, il che gli imponeva una misura sempre attenta e, proprio per non scadere nella caricatura, una gestualità che non indulgesse mai alla forzatura a sfondo sessuale, e nel contempo un uso della voce più in falsetto che in quella che sarebbe stata la soluzione più comoda, ammiccare cioè continuamente al travestito nel senso contemporaneo del termine. Dai panni della falsa zia traspariva invece sempre il giovane studente, amplificando di fatto il gioco comico e degli equivoci, a sua volta sostenuto da un'ottima dizione al servizio di una recitazione sempre pulita e asciutta, dove la battuta veniva semplicemente lanciata, cesellata grazie a una mimica eccellente, ma mai ripresa sino allo sfinimento, il che ha permesso che la commedia si snodasse con i ritmi veloci e sostenuti presenti nel copione originale.

Giuliana Cutore

6/10/2019