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Musica e medicina

in un bel saggio di Giulia Vannoni

Da molto tempo ormai la storia della medicina è entrata a pieno titolo nel novero delle discipline cosiddette umanistiche, nel senso che dagli anni '80 all'incirca si è compreso che non si tratta solo di un lungo elenco di scoperte quasi sempre fondamentali per il genere umano, ma anche e soprattutto di una storia vera e propria, dai risvolti spesso sociali, talvolta ideologici, e comunque influenzata dalle varie attività dell'uomo, sia in senso economico e politico che filosofico. Ad esempio, nel 1600 faceva molta differenza il fatto che un medico si professasse o meno aristotelico: seguire lo Stagirita significava essere ben visto nelle università, godere di una discreta rinomanza e di un'ottima reputazione, ma da un punto di vista strettamente scientifico incrinava di parecchio la possibilità di compiere scoperte rivoluzionarie nel campo medico, dato che la cieca obbedienza all'aristotelismo significava spesso, e Galilei ne sapeva qualcosa, il rifiuto di qualsiasi metodo sperimentale. Di converso, medici come Vesalio e Harvey, che non si peritavano a compiere autopsie, a sezionare il corpo umano, a schierarsi tout court in favore del metodo sperimentale, dovettero subire spesso vessazioni e incomprensioni, o mascherare la loro scoperta, come nel caso della circolazione del sangue, sotto un tiepido aristotelismo di fondo, quasi un ossequio formale all'ideologia medica dominante, celando, come Galilei, la rivoluzionarietà delle loro scoperte e facendo leva più sul metodo che sulla filosofia dello Stagirita. È chiaro dunque che anche la medicina e la sua storia non sono poi così neutre come certi assunti positivistici avrebbero preteso, e dunque di converso che, se la storia del pensiero umano influenza la medicina, quest'ultima, o la sua ricezione, può influenzare altre discipline.

Non c'è quindi da stupirsi se la figura del medico, nei suoi vari e variegati tipi storici e sociali, si sia intrufolata ben presto nel melodramma, dando origine a personaggi e caratteri che sono diventati paradigmatici nel corso dei secoli. Appunto di questa non tanto insolita coabitazione tra musica e medicina si occupa un approfondito saggio di Giulia Vannoni, recentemente edito dalla Pendragon di Bologna, dal significativo titolo A un dottor della mia sorte. La storia della medicina raccontata dal teatro d'opera.

Assunto fondamentale del volume è appunto quello esplicitato sopra: medicina e musica, in quanto espressioni della mente umana, sono molto più vicine di quel che si pensi, in quanto il tipizzare il medico, all'interno di un'opera lirica, in un modo o in un altro, deriva da una precisa percezione sociale (in francofortese si direbbe ricezione) che il librettista, il compositore o entrambi hanno della figura medica in un determinato periodo storico. C'è molta differenza, per esempio tra il Don Bartolo rossiniano, il Dulcamara donizettiano, il cupo Dottore del Wozzeck, o il Grenvil della Traviata, tanto per citare solo alcuni casi tra la miriade riportata con estrema competenza e puntualità dall'autrice. Ognuno di essi rappresenta un tipo storico, o meglio la ricezione della figura del medico di una determinata epoca o di una determinata classe sociale.

Se Bartolo è il classico medico settecentesco, in combutta col barbiere per i lavoretti chirurgici, espressione dunque di un'epoca che distingueva rigorosamente tra medicina e chirurgia, affidata quest'ultima ai cerusici, Dulcamara è più la figura del ciarlatano, a metà tra medico e speziale, prodotto di un momento storico dove la farmacopea era ancora abbastanza approssimativa, mentre Grenvil è già più vicino al nostro medico di famiglia nella sua versione ottocentesca, in una realtà nella quale la tubercolosi era una piaga igienica e sociale. Discorso diverso va fatto invece per la figura novecentesca del Wozzeck: qui la crisi della scienze europee e dei fondamenti ha già agito sulle coscienze, il positivismo è un ricordo sul cupo sfondo ascientifico delle filosofie generate dall'epokè husserliana.

Una sezione del volume è poi dedicata, più che alla medicina, a tre ambiti tematici connessi al mesmerismo e alla malattia mentale, dove il legame tra storia medica e storia sociale e ideologica si fa più stretto e cogente, e che ha dato vita a scene rimaste famose nel melodramma, come le follie di Anna Bolena nell'opera omonima o di Elvira ne I Puritani, quando la malattia non è diventata addirittura eponima, come nel caso de La Sonnambula. È ovvio che in tali casi si tratta di un'influenza dell'interesse per il mentale e per la follia in un'epoca di passaggio come l'Ottocento, secolo che vedrà via via svanire la concezione diciamo così spirituale della malattia mentale sotto l'influsso (quanto mai avversato dai soliti benpensanti) di Sigmund Freud.

Con grande esperienza l'autrice guida il lettore attraverso i meandri di questi intricati labirinti, fornendo dati di grande rilievo sia allo storico della medicina che a quello della musica. Di estremo interesse è la paziente e accurata disanima di opere ormai dimenticate, il raffronto sistematico tra esse, sempre in una rigorosa prospettiva storico-sociologica, che fa sì che la lettura non annoi mai, risolvendosi anzi in un continuo stimolo anche per chi crede di conoscere abbastanza bene il teatro d'opera. Completano il volume ben quattro appendici, le prime due dedicate alle varie evoluzioni del personaggio di Figaro al di là di Rossini, a Molière, fecondo campo per librettisti e compositori le altre.

Giuliana Cutore

7/10/2018