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EDITORIALE

10/12/2018


Rigoletto guarda nell'abisso

Il capolavoro di Verdi inaugura la stagione romana

Essenziale, asciutto, perfettamente aderente al dettato drammaturgico verdiano il Rigoletto pensato musicalmente da Daniele Gatti e scenicamente da Daniele Abbado quale spettacolo inaugurale della stagione operistica del Costanzi. Peccato solo che l'improvvisa indisposizione del Maestro, fresco di nomina a direttore musicale dell'istituzione lirica romana, lo abbia costretto a rinunciare al podio in occasione della seconda replica. Lo ha sostituito Stefano Ranzani il quale, chiamato all'ultimo istante a un compito gravoso, ha saputo comunque allinearsi ai desiderata narrativi dell'allestimento. Ripulito dalle incrostazioni del tempo, riportato alle indicazioni spedite del metronomo verdiano, sottratto agli atletismi vocali imposti da una certa generazione di interpreti, Rigoletto risalta in tutta la sua lungimirante modernità. Ranzani coglie in massima parte le suggestioni fornite dal Maestro milanese in lunghe sessioni di prove, offrendo una prova sorretta dall'esperienza e dal mestiere. Inevitabilmente qualcosa sfugge, ma il risultato complessivo è comunque efficace. Rigoletto è opera intessuta di presagi, claustrofobica nella sua predilezione per gli ambienti interni. Quando la natura irrompe, nel senso romantico del termine, lo fa in maniera misteriosa. Non a caso qualcuno ha evocato la Tempesta di Giorgione in relazione alla notte burrascosa del terzo atto, con le sue nebbie impenetrabili e le spettrali voci fuori scena a evocare il vento (soluzione modernissima che sembra preannunciare certi esiti novecenteschi, come il coro dei soldati addormentati del Wozzeck di Berg). Si potrebbero ugualmente chiamare in causa numerosi luoghi del teatro shakespeariano, primo fra tutti il tanto a lungo vagheggiato re Lear, con le sue sconvolgenti procelle a scuotere la coscienza del protagonista. Trame oscure adombrano gli abissi dell'anima, mentre l'impronta shakespeariana marchia in maniera indelebile l'ispirazione.

Come Riccardo III, Rigoletto lamenta la propria deformità, che è prima di tutto una tara interiore. Per questo il regista decide di eliminare la tradizionale gobba per demandare esclusivamente alla bravura dell'interprete, un eccellente Roberto Frontali, la resa dell'imperfetta, umana vulnerabilità. La trasposizione epocale nella Repubblica di Salò, con le sue atmosfere estenuate e decadenti, poco aggiunge a uno spettacolo registicamente ben guidato. Nessun orpello esteriore turba la condotta narrativa. I vizi dell'estrema era fascista traspaiono solo nelle divise di qualche gerarca e nelle movenze lascive delle ballerine, intente ad inscenare un'ultima e disperata danza macabra. Casomai ci si può domandare quale sia il senso di una indicazione storica precisa, quando lo spettacolo appare immerso in un'atmosfera irreale e sostanzialmente senza tempo. Ciò che conta è l'interiorità dei personaggi, e su questo ci troviamo perfettamente d'accordo. Ponti e passerelle mobili, opera di Gianni Carluccio, definiscono di volta in volta lo spazio, semplificando progressivamente la resa scenica ai suoi elementi essenziali. Suggestivo il finale, con Gilda in piedi in una sorta di dialogo onirico con il disperato genitore, la morte evocata dal semplice eclissarsi della luce su di lei. Il teatro verdiano si mostra qui in tutta la sua scarna e pregnante essenzialità. Perché il problema non è unicamente quello di accogliere o meno le puntature acute che permettono sfoggio di voce ai cantanti (si pensi all'improprio sol acuto di È follia!, che spezza in maniera scellerata l'intimo rovello del protagonista). Verdi, nei suoi momenti migliori, e Rigoletto è certo uno di questi, è perfettamente consapevole degli effetti che vuole ottenere. Per questo predilige le sonorità ridotte, il canto a fior di labbra, l'accento insinuante. Così come lo Jago di Otello appare tanto più demoniaco e inquietante quanto più riesce a veicolare il senso del male, il sibilo sottile della tentazione, allo stesso modo Rigoletto appare più umano quando riesce a mostrare l'orrenda dualità che lo lacera, l'accento commosso del padre affettuoso quanto l'ossessione vendicativa dell'essere umiliato e offeso dalla tracotanza del potere. In questo senso la prova di Frontali è esemplare. Il suo è un Rigoletto sofferto, frutto di uno scavo profondo sul personaggio; e poco importa se la voce mostra a tratti qualche segno di usura. Eccellente Lisette Oropesa, una Gilda cantata benissimo, fragile e ingenua ma non evanescente. Ismael Jordi è un Duca povero di squillo, tutto sbilanciato sul canto morbido e di grazia. Ne risulta un personaggio a metà, carente di slancio quando si tratta di delineare l'arroganza della nobiltà, più convincente nel versante affettivo. Sufficientemente tenebroso Riccardo Zanellato nel ruolo di Sparafucile. Apprezzabili la Maddalena di Alisa Kolosova e la Giovanna di Irida Dragoti. Buoni gli altri, tutti in linea con la lettura direttoriale. Grande successo di pubblico in una sala purtroppo non piena come sarebbe stato lecito attendersi.

Riccardo Cenci

La foto del servizio è di Yasuko Kageyama.

 

 

 

 


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