EDITORIALE
23/8/2026
Rinasce a Innsbruck Il pomo d'oro di Cesti

Sino ad oggi Il pomo d'oro di Antonio Cesti era una chimera, un'utopia, un'opera irrealizzabile per le sue elefantiache dimensioni e per la sua incompletezza, risultando mancante del III e del V atto. L'unica ripresa viennese in epoca moderna, in forma forzatamente lacunosa, non risultava sufficiente a colmare l'insoddisfazione riguardo questo titolo. Merito di Ottavio Dantone aver intrapreso e portato a termine un lavoro che appariva improbo. Con l'ausilio di un manoscritto conservato a Modena, forte delle arie migliori estratte proprio dai due atti perduti, il direttore ha potuto ricostruire la partitura nella sua interezza. Quanto restava ancora incerto è stato integrato con alcune arie provenienti da altre opere di Cesti, delle quali Dantone ha approfondita conoscenza. Un lavoro che ha il merito di rendere di nuovo rappresentabile quanto sembrava occultato negli abissi del tempo. L'opera, viste le sue colossali dimensioni, è andata in scena in due serate consecutive al Tiroler Landestheater per le Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, artefici dell'operazione, come del resto accadde per la sua prima rappresentazione nel 1668. Travagliata la gestazione; pensata per le nozze fra Leopoldo I e l'infanta Margherita Teresa di Spagna avvenute nel 1666, l'opera ebbe reale incarnazione solo due anni più tardi, per il genetliaco dell'imperatrice. L'importanza dell'occasione richiedeva un impegno altrettanto significativo, ed ecco dunque spiegate le immense proporzioni. Un prologo e cinque atti durante i quali la tematica principale del giudizio di Paride si arricchisce di una moltitudine di episodi secondari, alcuni apparentemente superflui, ma funzionali alla grandiosità dello spettacolo. Del resto l'opera seicentesca viveva di una pregnanza shakespeariana, secondo la quale il serio e il faceto potevano agevolmente trovarsi l'uno accanto all'altro. Una Wunderkammer in grado di dispensare le più sorprendenti meraviglie. Sin dal prologo il regista Fabio Ceresa impone la propria cifra interpretativa. Le glorie dei territori asburgici entrano in scena come improbabili Miss impegnate in un concorso di bellezza. La chiave ironica è ausilio indispensabile per rendere l'opera adatta al gusto contemporaneo. In questa maniera sei ore e più di musica trascorrono senza fatica alcuna; una vera festa per gli occhi e per le orecchie. L'intuizione vincente è quella di mantenere la spettacolarità barocca, pur sfrondata degli elementi retorici, affiancandola ad ambientazioni moderne. Ne guadagna la narrazione, vivida e scorrevole durante tutto il corso della rappresentazione. Il mondo degli uomini e quello degli Dei convivono senza frizioni, trovando anzi feconde tangenze. Ottimo in tal senso il lavoro sulle scene di Nikolaus Webern, coadiuvato dai costumi addirittura sontuosi per quanto riguarda le figure olimpiche, ma efficaci anche nella declinazione borghese, di Giuseppe Palella, e dalla affascinante costruzione luministica di George Tellos. Riferimenti al contemporaneo, con Eolo a scimmiottare la gestualità di Trump, arricchiscono la narrazione. Anziché celebrare la gloria sovrana, il finale propone un utopico quanto auspicabile trionfo della nostra tanto bistrattata Europa. La prova di Dantone alla guida dell'Accademia Bizantina non poteva essere altro che magnifica, considerando l'impegno profuso nello studio delle fonti e nella costruzione musicale. Ogni dettaglio risalta con nitida evidenza, mentre dall'esecuzione traspare evidente il piacere nel far musica. Cast totalmente all'altezza, con alcune punte di eccellenza. Mauro Borgioni è un Paride dal timbro accattivante e dalle trascinanti doti attoriali. Preda del fascino di Elena, sfoggia una dongiovannesca sicumera che lo porta ad ingannare Ennone, sua promessa sposa, affidata fra l'altro a una brava Matilde Ortscheidt. Mattatore della serata è indubbiamente Alberto Allegrezza nel ruolo en travesti della serva Filaura. In scena con un costume che ne amplifica le proporzioni a guisa di Falstaff, dà vita a una serie infinita di irresistibili gags. La voce, poi, è quanto di più adatto al ruolo. Rocco Cavalluzzi trova la chiave giusta per rendere al meglio il carattere peculiare di Momo, sorta di sarcastico commentatore della vicenda. Spassoso il momento in cui Giunone, una brava Sophie Rennert, sfoga la propria rabbia scatenando la furia degli elementi, senza riuscire a tacitare i commenti ironici di Momo. Giacomo Nanni dona tutta la nobiltà del proprio timbro ad Imperio, Giove ed Eolo. Margherita Maria Sala, impegnata come Italia, Mercurio e Alceste, conferma le doti che abbiamo già avuto modo di apprezzare in tante serate tirolesi. Jona Martínez impone la propria importante vocalità nei ruoli di Spagna e Venere, mentre Sardegna e Pallade vengono ottimamente interpretate da Shira Patchornik. Jiayu Jin ha voce agile e di cristallina purezza, ideale per Zefiro e Amore. Per gli altri dobbiamo accontentarci di un plauso generale, visto che il cast era composto da circa venti cantanti impegnati in quasi cinquanta diversi ruoli. Potenza della committenza cortigiana. Teatro gremito in occasione delle prime due recite del sette e dell'otto agosto e trionfo, meritato, per tutti.
Riccardo Cenci
La foto del servizio è di Birgit Gufler.
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