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EDITORIALE

19/4/2018


Madrid

Gloria a Gloriana

Non è stato fortunato Benjamin Britten con un'opera che era stata un incarico per le celebrazioni dell'incoronazione di Elisabetta II d'Inghilterra, ma è stata poi snobbata dal pubblico, molto particolare e poco musicale, e distrutta dalla critica alla prima. Così si capisce che solo a 65 anni dalla creazione abbia avuto il suo battesimo al Teatro Real, anche se in Spagna era arrivata nel 2001 al Liceu con la compagnia dell'Opera North. Il nuovo allestimento, nato qui ma in coproduzione con la Vlaamse Opera e l'English National Opera, si deve a David McVicar che offre uno spettacolo tradizionale, bellissimo, asciutto, centrato sui personaggi – anche i meno importanti – con abiti straordinari, un pavimento meraviglioso, e delle sfere dorate che si muovono, come un paravento o delle tende e tavoli, per agevolare le molte scene, siano queste nelle stanze interiori dei palazzi o all'aperto o in pubblico. Il coro – importantissimo, come sempre in Britten – è disposto ai lati mentre comparse e ballerini sono al centro con i cantanti. Molto riuscito, ma l'aspetto musicale era di gran lunga superiore.Ivor Bolton dimostrava di conoscere e amare la partitura, che ha qualche momento morto dal punto di vista dell'azione drammatica ma non da quello musicale senso strictu, e l'orchestra del Teatro si dava corpo e anima a un'esecuzione non solo perfetta tecnicamente ma di grande carica drammatica. Il bravissimo coro, istruito da Andrés Máspero e il coro di bambini “Pequeños Cantores de la JORCAM” (preparato da Ana González), avevano un compito come al solito difficilissimo portato a termine in modo esemplare.

Ma senza cantanti, e cantanti-interpreti, non c'è Britten perfetto. E per fortuna il Teatro ha pensato benissimo ad Anna Caterina Antonacci per il ruolo di Elisabetta. Un trionfo che la dice lunga sulla serietà, lo studio, lo sforzo della grande artista (che inglese da manuale!), cui speriamo venga offerta una seconda opportunità di ricreare un ruolo che ha fatto già suo (ci sarà un dvd). La sua musicalità squisita e la dimestichezza con il canto barocco l'aiutano poi a creare un ritratto anche vocale di una ricchezza unica. Nel secondo cast si faceva anche onore Alexandra Deshorties, da tempo ricomparsa sulle ribalte con un repertorio molto diverso da quello frequentato un tempo. Robert Devereux, si sa, Britten sceglieva – male secondo tanti allora – lo stesso soggetto donizettiano, erano un valente Leonardo Capalbo – forse troppo italiano di aspetto e canto – e un bravo David Butt Philip – tipicamente inglese in tutto. Il solito cattivo Cecil veniva affidato all'estroverso Leigh Melrose e al troppo introverso Charles Rice. Lord Mountjoy (prima rivale e poi amico di Devereux) si avvaleva della bella figura e del canto nobile di Duncan Rock, ma anche di Gabriel Bermúdez, molto più modesto. Pari meriti per Frances, moglie di Roberto (Paula Murrihy e Hanna Hipp) e Penelope, sua sorella e amante di Mountjoy (le bravissime Sophie Bevan e María Miró). Anche Raleigh vedeva impegnati due interpreti interessanti, David Soar e David Steffens. Le parte piccoli, ma non facili, venivano tutte ricoperte benissimo ma meritano almeno di essere segnalate le prestazioni di Elena Copons (Dama), Benedict Nelson (Cuffe), del bravissimo tenore Sam Furness (lo spirito della lunga mascherata dell'atto secondo a Norwich), e dei bassi James Creswell (il cantore cieco) e Scott Wilde (Notaio di Norwich). Molto pubblico e molti applausi, in particolare per Antonacci (anche Deshorties) e Bolton.

Jorge Binaghi

La foto del servizio è di Javier del Real.

 

 

 

 

 


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