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EDITORIALE

31/5/2020


Barcellona

Un grande titolo di Mozart poco amato

Non si tratta solo di Barcellona. La Clemenza di Tito, anche se sempre più frequente, dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso, è un'opera ancora contrastata da alcuni critici e da buona parte del pubblico – una signora affermava molto sicura Cosa si può fare con un'opera così debole? Una robetta decorosa. Devo confessare che dal 1969, e soprattutto dal finale primo, io me ne sono innamorato. Il libretto di Mazzolà rovinerà un po' l'originale di Metastasio, le forme saranno quelle del barocco, i recitativi – e forse qualche aria minore – vanno attribuiti (forse e senza forse) a Süssmayr, eppure quante perle, e non parlo della sola aria famosa Parto parto o del concertato di cui sopra, nell'ultima opera di Mozart. Se la seconda aria di Sesto, l'ultima aria di Tito, e il rondò di Vitellia (tutt'e tre nell'atto secondo e finale) sono state le ultime scritte da Mozart non me la sentirei di dire robetta ma piuttosto griderei al miracolo. E non solo per la belleza e inventiva della musica, ma per la pertinenza drammatica. Mettiamo tutte le clemenze scritte – un soggetto tra i preferiti – accanto a questa e vediamo un po' cosa succede...

Appunto per questo è difficile trovare una buona versione, anche tra quelle registrate e non dal vivo. In questo caso al Liceu era sì decorosa o corretta ma non in misura di dare un'idea della grandezza (non della grandiosità) dell'arte di Mozart. Il Teatro ha acquistato (?) l'allestimento per la regia di David McVicar ideato per il Festival di Aix-en-Provence. Bello, classico, un po' troppo grigio scuro: scene classicheggianti dello stesso regista e di Bettina Neuhaus, bei costumi stile Napoleone di Jenny Tiramant, luci piuttosto spente di Jennifer Tipton, e una guardia pretoriana di nove ballerini molto bravi un po'ingombranti e in qualche momento proprio contrari alla situazione si suppone per dare più vita e movimento all'azione già dalla sinfonia con un bravo maestro d'armi, David Greeves, che interpreta anche il personaggio muto –inesistente finora – del cospiratore Lentulo, buone intenzioni per caratterizzare i personaggi. Bello e bene ma parecchio superficiale. La ripresa veniva affidata a Marie Lambert-Le Bihan – se un Teatro compra un tuo spettacolo non dovresti andarci a dare un'occhiata?

Philippe Auguin è un direttore molto serio e dirige un po' di tutto, ma Mozart, si sa, inganna con la sua facilità. Attacchi piuttosto violenti contrastanti con tempi lenti o lentissimi. L'orchestra bene ma gli archi non hanno quel suono brillante, trasparente che ci vuole, qualche fiato era troppo incisivo. Bravissimo il coro preparato come sempre da Conxita García. Pasticciato il doppio cast: avrei dovuto vedere tre recite (compresa una ad aprile) per vedere tutti i cantanti. Un po' troppo. Così ho visto un solo Sesto, parecchio applaudito da un pubblico non numeroso e che non sempre pareva conoscere l'opera ma molto rispettoso – due cellulari solo, uno per recita, non mi sembra, oimé, troppo, anche se sempre nei momenti più attesi. Delle tossi non ne parliamo ma è già tanto che il Teatro rimanga aperto e che ancora in Spagna non abbiamo casi di cv19 ma non credo che se ne uscirà indenni. Stéphanie D'Oustrac è brava attrice e cantante, forse meglio per il barocco francese, anche se il centro si è sviluppato, ma non l'acuto, rigido, e un po' il grave che più di una volta risulta artificiale e aperto.

La migliore in campo è stata la Servilia di Anne-Catherine Gillet, il ruolo più breve tra i principali e non il più difficile. Se si propone per Annio una cantante locale e dignitosa quale Lidia Vinyes-Curtis, ma con un acuto metallico e stimbrato che veniva messo a dura prova nella sua seconda e grande aria, Tu fosti tradito, non si capisce perchè si debba scritturare un dignitosissimo baritono francese per Publio, che ha un'aria sola, breve e piuttosto bruttina, recitativi a parte. Il protagonista era, nel primo cast, Paolo Fanale, sempre bravo interprete e una voce solare e un italiano chiarissimo, ma per il ruolo un po'debole, in particolare in acuto, che cambia colore anche per la forma di emissione. Nel secondo, più stabile e omogeneo, ma con un timbro per niente personale e alquanto nasale, debuttava Dovlet Nurgeldiyev. Ma Tito è come Idomeneo e perfino Lucio Silla, non come Don Ottavio o Guglielmo. Si sa quanto difficile sia il ruolo di Vitellia. Personalmente l'ho visto solo una volta davvero bene e un paio d'altre molto corrette. Myrtò Papatanasiu è un soprano lirico, piuttosto pieno: i suoi recitativi frettolosi s'indovinano più che si capiscono, il grave è inventato, l'acuto – particolarmente nelle messe di voce – è buono ma qua e là ci sono dei momenti molto metallici, l'interprete è valida. Voce più omogenea e più adatta alla parte quella di Vanessa Goikoetxea, che però se ha un grave naturale e buono in alcuni momenti diventa inudibile e ha dalla sua, come sempre, qualche acuto strillato. Entrambe hanno avuto il punto più alto e più basso negli stessi momenti, il pericoloso terzetto dell'atto primo e quella meraviglia quasi incantabile che è Non più di fiori nel secondo (il primo molto più interessante con Papatansiu, il rondò molto più saldo con Goikoetxea). Come detto pubblico non numerosissimo e applausi piuttosto tiepidi con qualche punta per D'Oustrac...

Jorge Binaghi

La foto del servizio è di Antonio Bofill.

 

 

 

 

 

 


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