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EDITORIALE

17/7/2018


Barcellona

Il balletto squartato della Favorite

La Favorite in francese finirà per imporsi sulla sua traduzione italiana se non l'ha già fatto. Forse sarà logico, ma personalmente vorrei ancora sentire una volta quella serie di assurdità di quel testo, forse anche cattivo, con dei tagli improbabili... e tanta passione, e che poi ha fatto la fortuna del titolo nell'Ottocento e primo Novecento, non solo qui, dove è il quinto dei più rappresentati al Liceu anche se va perdendo quota, come si è comprovato in queste recite ancora in corso. Abbiamo invece avuto – per la seconda volta – la versione integrale francese, ossia con il balletto. Ma in quale forma… Se non si ha (perchè è mancata la volontà) un corpo di ballo la cosa più sensata sarebbe stato sopprimerlo o farlo con delle comparse e membri del coro, come si usa altrove. Invece no. Lo si è frammentato (piuttosto sbranato) in forma di intermezzi fra quadri o atti, naturalmente senza alcun rapporto con la musica d'inizio o fine delle scene in questione e meno ancora con la tensione drammatica. Ignoro chi si debba ringraziare di questa scemenza ma qualcuno avrebbe dovuto fermarlo perchè certamente non è stato favorevole alla teatralità dell'opera e tantomeno alla pazienza o interesse del pubblico... Per di più si riproponevano le vecchie scene atroci (i vestiti erano solo un po' migliori) di Jean-Pierre Vergier ma si cercava un nuevo direttore scenico (perchè? Cui bono?), Derek Gimpel, che francamente poteva restarsene a casa.

Patrick Summers dirigeva forte e più forte con parecchio chiasso e rispettando poco le voci che aveva a disposizione. L'orchestra non ne usciva a testa alta. Il coro, istruito come al solito da Conxita García, era tutto sommato bravo, ma quando si muoveva veniva da pregare che non lo facesse, e quando restava immobile, cioè quasi sempre, guardando in faccia il pubblico, si rimpiangeva la versione in forma di concerto.

Nessun teatro, ma nessuno, può oggi proporre due compagnie di canto all'altezza delle difficoltà della partitura – e qui non importa la lingua, anche se sia una versione che l'altra pongono problemi diversi.

I migliori in campo erano, nel primo cast, la Léonor di Clémentine Margaine e il Fernand di Michael Spyres. Il mezzosoprano francese ha una voce scura e d'importanti dimensioni e l'unica ombra per il futuro è la sua emissione in zona acuta, che per il momento regge. Il tenore è un esempio ottimo di baritenore, forse non l'ideale per la parte vuoi per il colore e anche il volume, vuoi per la tecnica (particolarmente nei pericolosi sovracuti di cui è cosparso il ruolo) e comunque più atto in altri ruoli e repertori, ma va riconosciuto che è un maestro dello stile, e come la Margaine, un attore sensibile. Il re Alfonso aveva un interprete interessante nella seconda compagnia, il giovane baritono Mattia Olivieri, che ha ancora strada da fare (apre troppo alcuni suoni e non sempre li copre come si dovrebbe) ma può già vantare un'idea giusta di come dire e cantare e le mezzevoci e i trilli sono magnifici. Purtroppo il meglio che si può dire di Markus Werba (primo cast) è che risulta sempre musicale ma per il resto sembrava capitato per caso nel bel mezzo di una partitura che non gli si confà assolutamente (a chi è venuto in testa il suo nome per la parte? Perchè l'ha accettata?). Ante Jerkunica era un Balthazar alquanto monotono ma efficace, e peccato che il suo grande momento del secondo atto sia stato talmente monolitico. Bene, seppure di acuto metallico, l'Inès di Miren Urbieta-Vega e corretto (non di più) il Gaspar del tenore locale Roger Padullés.

Nella seconda compagnia si presentavano Stephen Costello, un tenore discreto di buona figura, modesta estensione, colore e interpretazione accettabili, il che vuol dire insufficiente per Fernand, e – visto che il secondo mezzosoprano annunciato dava forfait, per i soliti motivi personali, poco prima delle recite – il mezzo francese Eve-Maud Hubeaux, interessante soprattutto nei gravi (gli altri registri sono piuttosto sopranili, con la conseguente e poco felice soluzione alta nella sezione finale della sua grande scena), ma il volume è scarso. In prossime repliche canterá la parte Daniela Barcellona, ma non potrò andare a sentirla. Il pubblico non era tantissimo e gli applausi erano alquanto freddini, un poco meno alla fine, in particolare per Margaine e Spyres. Qualche voce isolata di rimprovero a Summers passava quasi inosservata. Bisogna riconoscere dunque che questo titolo non è più così popolare al Liceu com'era il caso quando lo cantava Alfredo Kraus, ancora negli anni ottanta dello scorso secolo. Peccato .

Jorge Binaghi

La foto del servizio è di Antonio Bofill.

 

 

 

 

 


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