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EDITORIALE

24/6/2018


Uto Ughi val bene un'attesa!

Questo capriccioso inizio d'estate ha giocato davvero un brutto scherzo alla direzione del Bellini di Catania, obbligandola a spostare in tutta fretta l'attesissimo concerto di Uto Ughi dal Teatro Antico alla sala del Sada, con conseguenti disguidi che hanno costretto un'enorme massa di pubblico ad aspettare a lungo sotto una pioggia battente dinanzi ai cancelli serrati del nostro Teatro. È stato così che, contrariamente a una tradizione consolidata che vuole che il Bellini inizi con assoluta puntualità le sue rappresentazioni, il concerto è iniziato con una buona mezz'ora di ritardo, dovuto certo alla indaginosa riorganizzazione dei posti, allo smistamento degli spettatori tra palchi e platea, insomma a un afflusso di persone che raramente si vede a un concerto sinfonico.

Comunque, pur tra qualche mugugno e qualche isolato episodio di protesta, il pubblico catanese ha accettato di buon grado i disagi e ha accolto con uno scrosciante applauso il celebre violinista che, insieme all'orchestra del nostro teatro, guidata dalla sapiente ed energica bacchetta di Salvatore Percacciolo, ha eseguito il celeberrimo Concerto in re maggiore per violino e orchestra op.35 di Pëtr Ili'c Cajkovskij, l'unico scritto dal compositore russo, certo una delle pagine più alte e complesse della letteratura per violino, che Uto Ughi ha reso con la consueta maestria, risolvendo con nonchalance tutte le asperrime difficoltà del primo tempo, e infondendo alla Canzonetta del secondo movimento tutta la malinconia struggente tipica di Cajkovskij, per evidenziare infine tutta la possanza della sua cavata, solo impercettibilmente offuscata dal tempo, nello scoppiettante e irruento Finale. Ancora una volta Uto Ughi ha saputo suscitare una profonda emozione nel suo uditorio, che si è scatenato in un lunghissimo e scrosciante applauso, al quale il musicista ha prontamente risposto concedendo un primo bis, e soprattutto proponendo agli spettatori la scelta tra il ripetere il primo movimento del Concerto e l'esecuzione di una fantasia di variazioni sul tema del Capriccio n.24 di Nicolò Paganini.

Naturalmente il pubblico ha scelto Paganini, dove il celebre violinista ha dato prova di un virtuosismo davvero trascendentale, mostrando quel dominio assoluto dello strumento che, unito a una musicalità passionale e impetuosa, lo ha reso uno degli esecutori più coinvolgenti dei nostri tempi. Agli applausi lunghissimi ed entusiasti, Uto Ughi ha risposto con un secondo encore, la Gavotta dalla Partita in mi maggiore n.3 di Johann Sebastian Bach, un breve e leggiadro pezzo che ha mandato in visibilio l'uditorio, scatenando una vera e propria ovazione, omaggio doveroso a un eccelso musicista ma soprattutto a un esecutore generoso, affabile e cortese che, come tanti altri grandi, è molto ma molto più disponibile di tanti mediocri che ministrano i bis come fossero l'olio della misericordia.

La prima parte del concerto si è dunque conclusa in maniera esaltante, ma la seconda, dove era protagonista l'orchestra del nostro Teatro, non è certo stata meno coinvolgente, visto che prevedeva l'esecuzione della Sinfonia n.5 in mi minore op.64 dello stesso Cajkovskij, altra opera di grande impatto emozionale, costellata di temi struggenti e dolorosi, dove sembra esprimersi tutta l'acre disperazione di un musicista condannato dalla sua diversità a vivere un'esistenza dimidiata e scissa. Purtroppo alcuni spettatori, in special modo i non abituali frequentatori, che magari si accostavano per la prima volta alla musica sinfonica, data l'assenza di un programma di sala, o almeno di un dépliant che elencasse i pezzi previsti, è andata via, certo convinta che con l'esibizione di Uto Ughi il concerto si fosse concluso; una mancanza che ha impedito a costoro di gustare un'esecuzione energica e possente (a tratti forse un po' troppo) di questa bellissima Sinfonia, che il maestro Percacciolo ha diretto con una buona scelta dei tempi, guidando con mano sicura gli attacchi dell'orchestra, che ha sfoderato una notevole compattezza e brillantezza di suono, soprattutto per quel che riguarda il settore archi e i legni, mentre gli ottoni hanno purtroppo evidenziato qualche défaillance nel controllo del suono e del volume, che non rispondevano esattamente alla ricercatezza e morbidezza che sole riescono a rendere pienamente ragione della bellezza della musica del grande russo.

Giuliana Cutore

La foto del servizio è di Giacomo Orlando.

 

 

 

 

 

 

 


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