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EDITORIALE

17/1/2018


L'incubo di un giurista

Qual è la funzione del diritto nella società umana? O meglio, qual è il rapporto tra la giurisprudenza, intesa come serie di norme atte a punire il crimine, a stabilire regole di condotta e a fissare gli ambiti di libertà dell'individuo, e l'esistenza reale degli uomini? È possibile esaurire la casistica umana all'interno delle sanzioni previste dai codici? E più in particolare, il verdetto sulla colpevolezza di un individuo punisce il reato effettivamente commesso o l'astratta idea del reato?

Quest'ultimo punto merita di essere esaminato più da vicino, e mette in luce uno dei paradossi più estremi dell'idea di diritto: omettendo la scontata riflessione che la giurisprudenza, per essere davvero perfetta, dovrebbe essere immune dall'errore giudiziario, e dunque assolutamente non inficiata dall'umano e neutra nei suoi movimenti e nella sua applicazione, cosa questa impossibile, un ipotetico uccisore di Hitler (giacché umanamente non è possibile definirlo assassino) sarebbe a rigor di logica legale più colpevole di Ponzio Pilato, in quanto il primo avrebbe ucciso realmente un uomo, mentre il secondo avrebbe solo applicato una legge romana contro i nemici dell'Impero, legge che prevedeva effettivamente la pena di morte. Dunque, la legge condannerebbe per omicidio una persona che, togliendo di mezzo Hitler, avrebbe impedito il massacro di migliaia e migliaia di esseri umani, mentre potrebbe tranquillamente assolvere colui che ha di fatto consentito la morte di Cristo sulla croce.

Tale difficoltà insormontabile, e repellente da un punto di vista umano, racchiude di fatto la contraddizione primaria del diritto positivo, cioè di quell'insieme di leggi che, astraendo dei singoli, dovrebbero tutelare la società umana dal crimine e assicurarne la libertà, al prezzo però di dimenticare sia che la società umana non è un'idea ma una collettività di persone, sia che le infinite interazioni e motivazioni delle azioni umane non possono essere esaurite da un numero finito di leggi.

Questo problema, filosofico e pratico, giuridico e morale a un tempo, è stato messo a fuoco e indagato sin dagli albori del pensiero umano, e Aristotele per primo ne prospettò una possibile soluzione, estremamente difficile se non impossibile da mettere in pratica, teorizzando che l'equità, cioè la flessibilità della legge nella sua singola attuazione, avrebbe dovuto correggere l'astrattezza della giustizia, intesa come pedissequa applicazione della giurisprudenza. E con ciò si torna sempre alla dicotomia essenziale, e alla domanda primaria: qual è il rapporto tra giurisprudenza è realtà umana? È un letto di Procuste o il flessibile regolo lesbico di cui parlava Aristotele?

Su questi interrogativi fondamentali è incentrata la pièce di Robertò Andò, che ha debuttato al Teatro Stabile di Catania il 9 gennaio, con repliche sino al 14, dal titolo In attesa di giudizio, ma composta da due lavori (meglio sarebbe chiamarli movimenti) distinti e complementari: È una commedia? È una tragedia?, un breve testo del 1967 di Thomas Bernhard, e appunto In attesa di giudizio, tratto dallo stesso Andò da Il mistero del processo, un trattato di Salvatore Satta, illustre figura di giurista, al quale si devono anche i romanzi Il giorno del giudizio, La veranda e De profundis.

A partire da questi due testi, Andò ha costruito un lavoro per certi versi inquietante, denso di interrogativi e di espliciti rimandi alla realtà contemporanea, che le oniriche scene di Gianni Carluccio e le musiche di Marco Betta hanno contribuito parecchio a rendere teatrale nel senso più stretto del termine, guidando lo spettatore nei meandri della riflessione giuridica e umana del protagonista, un giudice naturalmente, reso con estrema professionalità e voluto distacco dal bravissimo Fausto Russo Alesi. E anche alla recitazione di Alesi, trasognata e ai limiti della spersonalizzazione, si deve la parziale riuscita di un lavoro assolutamente non drammatico nel senso etimologico del termine, privo cioè di una qualsiasi azione, ma popolato di iconiche larve umane irrigidite nella fissità dei loro ruoli, il cui unico collante erano le riflessioni e i monologhi del giudice, sorta di burattinaio mentale dei propri incubi.

Se è già abbastanza complicato tradurre un romanzo per le scene, è quasi impossibile drammatizzare un trattato, portare cioè l'estrema concettualizzazione in palcoscenico: il teatro abbisogna di un'azione icastica, a partire dalla quale si può generare una riflessione, ma il contrario, far originare l'azione della riflessione, genera solo momenti staccati, cristallizzazioni mentali, tartaglianti figure di contorno a un monologo senz'altro più adatto alla lettura che all'ascolto.

Giuliana Cutore

 

 

 

 

 


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