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EDITORIALE

23/10/2020


Zaide all'Opera di Roma

il Singspiel dei destini incrociati

Non è tanto l'intenzione di dare forma all'incompiuto che spinge Italo Calvino a elaborare un testo per Zaide, frammento di un Singspiel di ambientazione turchesca che Mozart non portò a compimento, quanto il desiderio inesausto di ricerca, l'atteggiamento stupito di fronte alle diverse vie fra le quali ci troviamo a dover scegliere. L'operazione nasce nell'agosto del 1981, sollecitata dallo scenografo Adam Pollock in occasione del Festival “Musica nel Chiostro di Batignano”. Merito dell'Opera di Roma aver recuperato questo spettacolo impegnando gli artisti già scritturati per il Rake's progress di Stravinskij, non eseguibile per le restrizioni imposte dalla pandemia. Operazione interessante ma riuscita solo a metà. Alla prova del palcoscenico, infatti, le riflessioni di Calvino sul “romanzesco” si rivelano poco teatrali, in particolare nelle infinite elucubrazioni che appesantiscono i due finali d'atto. Resta la cifra identificativa del grande scrittore, costantemente impegnato in una narrazione concepita come un'operazione logica, capace di tessere diverse trame senza fornire una soluzione definitiva allo scioglimento dell'intreccio. Graham Vick colloca l'azione in un cantiere, riferimento fin troppo scoperto al non finito nell'arte. L'ambientazione contemporanea accoglie i personaggi abbigliati secondo la tradizione (belli i costumi di Italo Grassi); la fiaba compare nel bel mezzo del quotidiano, lasciando attonito lo spettatore. Fra i momenti più riusciti quello dell'abluzione di Zaide, la cui ombra spicca attraverso un velo mentre alle sue spalle l'acqua scorre su un enorme telo. Per il resto il segno iconografico di Vick ripete i clichè ai quali ci ha abituati la modernità, ormai tanto frusti da non risultare più materia di scandalo. La partitura offre vere e proprie gemme nelle tre arie affidate alla protagonista, mentre più convenzionali appaiono quelle per voci maschili, e nei due pezzi d'insieme (un trio in due sezioni ed il quartetto conclusivo, ordito con mano felice nella rappresentazione emotiva dei personaggi). Peculiare infine l'adozione di ben due melologhi, modellati su quelli di Benda.

Buona l'esecuzione musicale. Gatti dirige con il consueto acume un'orchestra in forma, trovando perfetta sintonia con i cantanti. Fra questi spicca Chen Reiss, una Zaide perfetta dal punto di vista stilistico e vocale. Juan Francisco Gatell (Gomatz) e Markus Werba (Allazim) fanno valere le proprie doti di musicalità nei rispettivi ruoli. Brioso l'Osmin di Davide Giangregorio, anemico il Soliman di Paul Nilon. Remo Girone infine, al quale era affidata la recitazione del testo, stanco e poco concentrato, non riesce ad imprimere la propria cifra attoriale allo spettacolo.

Resta la soddisfazione per aver sentito risuonare di nuovo la musica al Costanzi in un allestimento da giudicare nell'ottica emergenziale in cui è stato concepito, comunque apprezzabile per aver proposto all'attenzione del pubblico un titolo di rara esecuzione.

Riccardo Cenci

La foto del servizio è di Yasuko Kageyama.

 

 

 

 

 

 


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