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direttore editoriale Giovanni Pasqualino editeoreedito_


 

 

 


 

EDITORIALE

21/11/2019


Barcellona

Così così

La zarzuela più frequentata dal Liceu, anche con Alfredo Kraus nei panni del protagonista maschile, che da tempo non sembra molto interessato a questo genere, Doña Francisquita, del compositore catalano Amadeu Vives, è tornata in una coproduzione con Madrid (Teatro de la Zarzuela, dove si è presentata poco prima dell'estate) e Svizzera (Losanna) per la regia di Lluïs Pasqual, il noto direttore catalano, che ha voluto ricreare il titolo anche in ricordo della madre. Così abbiamo avuto un atto primo nel 1934, ambientato nello studio dove si registra l'opera; un secondo in un set di tivú dove la si rappresenta in diretta nel 1964; e un terzo dove assistiamo a una prova per un'imminente rappresentazione teatrale ai nostri giorni ma con la proiezione sullo schermo in fondo di frammenti del film spagnolo del 1934. Non sembra una cattiva idea, ma: l'atto primo pare un'esecuzione in forma di concerto; il secondo ricorda sì quegli spettacoli tremendi della tivú spagnola degli anni Sessanta del secolo scorso ma senz'abbastanza ironia – magari si prova vergogna; il terzo vede intervenire un corpo di ballo nel celebre fandango che viene eseguito due volte, la prima con l'intervento della famosa Lucero Tena, un mito vivente con le sue nacchere. Che questi due pezzi (in verità uno) siano stati i più applauditi della serata vorrà dire qualcosa.

Per di più, problema comune con l'opéra comique francese e l'operetta viennese e non solo, c'è sempre la questione dei dialoghi: vanno rispettati, tagliati assolutamente o in parte, riscritti? La cosa si complica se si vuol tener conto del pubblico. È solo o principalmente di madrelingua? Ci sono tanti o molti turisti stranieri che non conoscono la lingua e si annoiano anche con i sottotitoli? Credo che ogni soluzione abbia i suoi pro e i suoi contro. Qui Pasqual ha introdotto un personaggio (l'attore che si presenta come produttore, direttore e/o regista, Gonzalo de Castro, bravo ma un po'sopra le righe) che non si stanca di lottare con alcuni degli interpreti per tagliare ogni dialogo possibile e nel frattempo raccontare la storia che altrimenti non si capirebbe. Ma a sua volta lui parla troppo e ripete troppo. Risultato: lo sbadiglio e, soprattutto nell'atto secondo, numeri musicali assolutamente sconnessi.

Non so se questo sia stato il motivo dell'intervento parecchio svogliato del coro (preparato come al solito da Conxita García) ma a momenti anche dell'orchestra, che non ha fatto male ma che si è limitata a seguire correttamente la bacchetta non proprio sfavillante del maestro Óliver Díaz – la seconda delle recite era più interessante sotto tutti gli aspetti, anche il calore del pubblico presente, molto partecipe nella seconda delle recite, ma sempre numeroso.

Le compagnie erano due ma cambiavano solo i protagonisti (soprano e tenore). Purtroppo non ho potuto sentire Celso Albelo (Fernando) che era uno dei punti forti del primo cast ma solo Antonio Lozano, discreto: voce piccola, non bellissima ma chiaramente tenorile, che cercava a tutti i costi di farci sentire il suo acuto (in alcuni momenti non proprio felice), ma i colori cambiano con i registri e l'emissione andrebbe rivista. Soprattutto gli manca lo slancio che Fernando Soler richiede. Anch'esso migliorava nella seconda recita. Le protagoniste erano María José Moreno ed Elena Sancho Pereg. Ho visto prima l'ultima, una soubrette molto brava ma che per il ruolo di Francisquita avrebbe bisogno di un po' più di corpo e invece erano interessanti solo gli acuti – in particolare nella celeberrima Canzone dell'usignuolo dell'atto primo. Invece la Moreno, specialista del ruolo (già interpretato l'ultima volta qui), è sempre un liricoleggero superlativo di acuti e sovracuti fulminanti e limpidi e una freschezza notevole nell'interpretazione.

In altri ruoli intervenivano, bene o discretamente, María José Suárez (Francisca, la mamma), Miguel Sola (Don Matías, padre di Fernando), e Isaac Galán (Lorenzo Pérez), più una serie di piccole parti distribuite a membri del coro.

La coppia coprotagonista veniva sempre formata dal bravo tenore Alejandro del Cerro (Cardona, amico di Fernando) e il mezzosoprano (soprano all'inizio della carriera) Ana Ibarra come Aurora ‘la Beltrana', un personaggio di donna libera, amante di Fernando e probabilmente oggi il più interessante di tutti per il pubblico. Ibarra non canta male ed è una brava attrice, ma il grave è sempre di petto ed esagerato (qui forse a ragione) mentre l'acuto sembra afflitto da un vibrato talvolta eccessivo. Anche nel suo caso la voce sembrava più sotto controllo nella seconda delle recite qui recensite.

Jorge Binaghi

La foto del servizio è di Antonio Bofill.

 

 

 

 

 


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