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EDITORIALE

20/5/2018


Cardillac al Maggio Musicale Fiorentino

La solitudine dell'artista e i gioielli maledetti

La tematica della solitudine dell'artista trova nel Cardillac di Paul Hindemith, allestito al Maggio Musicale Fiorentino, una declinazione perlomeno singolare. Il libretto di Ferdinand Lion attinge a una novella di E.T.A. Hoffmann, Das Fräulein von Scuderi (La signorina di Scudéry), sorta di racconto poliziesco incentrato sulla personalità palesemente duplice dell'orafo, a tal punto ossessionato dalle proprie creazioni da giungere all'omicidio pur di riaverle. La riflessione sull'estraneità dell'artista al mondo presente ad esempio in Wagner, si pensi al personaggio di Lohengrin, si muta ora nell'analisi di una condizione patologica vera e propria. La peculiarità di Cardillac consiste nel suo carattere totalmente alienato, nella dicotomia insanabile fra mondo interiore e realtà esterna. Il creatore si presenta come un artigiano, e tale si riteneva lo stesso Hindemith, un uomo affetto da monomania, votato al lavorio incessante e maniacale sulle proprie creazioni. La dedizione assoluta ed esclusiva nei confronti dell'opera d'arte diviene pericolosa. Eppure il compositore non può reprimere un moto di simpatia nei confronti della sua creatura, che nel finale appare quasi come la vittima predestinata di una società brutale. Nelle successive Mathis der Maler e Die Harmonie der Welt, Hindemith donerà nuove sfumature alla propria ricerca, anche se il tarlo di Cardillac seguiterà a morderlo, spingendolo a ripetute rielaborazioni. È infatti indubbio che il testo, nelle sue diverse incarnazioni, presenti sostanziali ambiguità, causa della sua qualità del tutto particolare. Cardillac al Maggio era stato visto una sola volta, nel 1991, con la regia della Cavani e le scene di Dante Ferretti. Nel riproporre questo titolo desueto, almeno nei teatri del nostro Paese, il regista Valerio Binasco traspone la vicenda dalle atmosfere seicentesche a quelle espressioniste, coerenti con l'epoca nella quale l'opera venne effettivamente scritta (la prima versione risale infatti al 1926). Le scene di Guido Fiorato costruiscono decadenti prospettive urbane debitrici nei confronti del Fritz Lang di M, il mostro di Düsseldorf, potenti nella loro capacità di evocare immagini di grande impatto emotivo, anche grazie al sapiente uso delle luci di Pasquale Mari. Particolarmente efficaci alcuni momenti. Si pensi al quadro secondo del primo atto, con le tende appena mosse da una brezza che è già prefigurazione dell'imminente omicidio, e la stanza immobile che sembra estratta da una tela di Hopper. E non è un caso che Cardillac, nel momento estremo, venga quasi umanizzato, come accade al mostro di Düsseldorf del già citato Lang. In quello che appare come un vero e proprio teatro d'ombre il protagonista, sorta di novecentesco Rigoletto, è l'unico a possedere una propria individualità ben precisa. Gli altri si manifestano come automi evanescenti, privi persino di un nome, simboli delle convenzioni sociali alle quali Cardillac vuole sfuggire. Velati riferimenti all'attualità trapelano nella regia. La folla è subito propensa a incolpare un uomo di colore, mentre il Re fa la sua breve comparsa nel laboratorio come un governante privo di forza e di spessore, un fragile sovrano da operetta. Ne scaturisce un'immagine declinante della Germania di inizio Novecento, che richiama pericolosamente la nostra società contemporanea.

Fabio Luisi, ben coadiuvato dall'orchestra del Maggio, è perfettamente a proprio agio nelle atmosfere di straniata crudeltà nelle quali è immersa la vicenda. La sua direzione ammanta il tessuto musicale di sonorità lunari, pervase da una tensione febbrile. L'uso concertante degli strumenti, tratto distintivo della partitura, offre ai solisti l'occasione di mettersi in mostra. La trama orchestrale viene dipanata con estrema precisione, come in un inesorabile meccanismo a orologeria. Altrettanto apprezzabile la prova del Coro, ben istruito da Lorenzo Fratini.

Riguardo il cast, Martin Gantner è un Cardillac dalla dizione estremamente precisa e dal fraseggio morbido e tagliente al tempo stesso, screziato da gelide sfumature. Ne scaturisce una figura preda di una sacra follia, un gigante in un mondo di pigmei. Gun-Brit Barkmin dona accenti umani al personaggio della Figlia, pur mostrando qualche oscillazione di troppo in zona acuta. Ferdinand von Bothmer governa con sufficiente maestria l'impervia tessitura dell'Ufficiale, anche se l'emissione a volte è piuttosto rigida. Brava Jennifer Larmore nella parte della Dama, una interprete di classe la quale, nella conclusione della propria carriera, ha saputo abbandonare i ruoli belcantistici per calarsi con esiti rilevanti nei principali ruoli del teatro novecentesco. Apprezzabili infine il Cavaliere di Johannes Chum e il Commerciante d'oro di Pavel Kudinov.

Riccardo Cenci

 

 

 

 

 


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