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EDITORIALE

19/11/2018


Barcellona

Un grandissimo Janacek

Ecco, finalmente una grande serata lirica al Liceu. E con un'opera che avrebbe tutte le carte in regola per diventare un titolo di repertorio se non proprio popolare, ma mi sa che dopo un periodo in cui il grande Leos Janácek sembrava aver acquistato definitivamente il posto che gli è proprio nella storia della lirica e nel cartellone dei teatri siamo tornati a considerare un vero evento che si presenti un nuovo allestimento della sua Katya Kavanova. Un'opera relativamente breve e che – anche se si capisce bene quando finisce un atto – va vista, come in questa recita, senza interruzione. Perchè si capisce meglio e si percepisce in modo più acuto la terribile tensione e il breve arco che dall'ominoso preludio porta al suicidio della protagonista e a quella frase finale della suocera (rivale trionfante nell'amore del figlio) sul cadavere ricuperato dell'odiata nuora: “Grazie, brava gente, vi ringrazio per il vostro aiuto! (La gente guarda inorridita la salma.) Il sipario si chiude velocemente”. Cito da un vecchio programma de La Fenice nella traduzione di Sergio Sablich. Una musica tagliente, tenera, delicata, tempestosa, come il titolo della pièce originale del russo Ostrovsky diventato libretto anche grazie al compositore, riservata, colta e popolare e, leitmotiv di molte opere del musicista, denuncia della situazione della donna e dell'ipocrisia nei rapporti sociali, che taglia ogni possibile rapporto non sterile e basato sulla verità e i sentimenti. Da qui l'insistenza della protagonista sull'impossibilità umana di volare. E solo le riuscirà di spiccare il volo, a lei, Katia, quando si getterà nell'onnipresente Volga.

Il Liceu ha avuto il merito d'inchiodare il pubblico alle poltrone (tranne un paio che se ne sono andati chissà perché) con un allestimento dell'English National Opera per la regia di David Alden, con la collaborazione di Donna Stirrup, che, per quanto mi riguarda, firma qui il suo lavoro più interessante e perfetto, e non si tratta di un regista che mi trovi spesso d'accordo con le sue soluzioni. Fantastiche luci di Adam Silverman e Martin Doone, un palcoscenico spoglio con un muro che si muove, un'icona bizantina che sta lì a parlarci della religione che diventa ostacolo alla vita, una vaga forma che richiama il fiume; costumi molto azzeccati di Jon Morrell – l'abito rosso che Katya indossa per il suo primo incontro di peccato con Boris, sotto un mantello blu che nasconde tutto, è un esempio di come un vestito possa dirla lunga su una situazione personale – e soprattutto un lavoro fino all'ultimo dettaglio sui diversi personaggi – Varvara è la giovane liberale che finalmente fuggirà con il maestro, un uomo che conosce le ultime novità di scienza e tecnica, per vivere liberamente il loro amore nella grande città, Mosca: anch'essa porta degli abiti che ci parlano del suo carattere.

Grande serata anche per l'orchestra del Teatro e per il suo maestro, Josep Pons, che hanno lavorato molto e bene e non solo nel preludio o negli interludi (non sono intermezzi veri e propri) ma in tutta l'opera sottolineando, smentendo o svelando i veri sentimenti dei personaggi – chiarissimo nel caso di Tickhon, il marito debole che ama la moglie ma non osa frenare l'arpia che ha per madre.

Infine, i cantanti. Janácek è anche difficile da cantare e da interpretare. Può darsi che ci sia da ridire sulle prestazioni vocali, ma nel caso della protagonista di Patricia Racette vengono meno grazie all'impegno e alla capacità dell'artista – forse arrivata un po' tardi alla parte. Nel caso della giovane Rosie Aldrige (Marfa, la suocera) le note urlate servono al disgustoso personaggio ed è notevole la serietà dell'interprete. Il mezzosoprano Michaela Selinger era semplicemente ideale come Varvara, ma non so se la voce non è un po' leggera e chiara per altri ruoli. Nicolai Shukoff è un tenore strano: voce interessante, tecnica non sempre perfetta, qualche acuto cacciato alla meno peggio, ma complessivamente, grazie anche alla presenza e all'intensità, un buon Boris. Francisco Vas ci offriva un sensibilissimo – e terribile – ritratto del povero Tikhon, che anche nell'estremo tentativo di ribellione, inutile perchè ormai è tardi per tutto, viene frustrato e rimesso al suo posto dalla ‘mamma'. Antonio Lozano è un buon cantante e bravissimo attore ma per il maestro Vania si vorrebbe forse una voce di timbro più bello e chiaro. Troppo enfatico (nel senso vecchia scuola russa o dell'Est) il Dikoi del basso Aleksander Teliga, ma il ruolo (un altro schifo di persona) può accettare l'approccio che penso sia anche voluto dal regista. Corrette Mireia Pintò e Marisa Martins nelle parti di fianco, ma bisogna sottolineare, nel breve ruolo di Kuligin (nell'ultimo atto, amico di Vania) il giovane e interessantissimo baritono Josep-Ramon Olivé, non solo ottimo liederista ma bravo cantante operistico e notevole attore.

Il pubblico accoglieva con grandi applausi i responsabili dello spettacolo. Peccato che la sala non fosse traboccante come meritava l'occasione....

Jorge Binaghi

La foto del servizio è di Antonio Bofill.

 

 

 

 

 

 


La

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