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EDITORIALE

13/12/2017


Tempo di Goethe

Goethe aveva ripetutamente ribadito l'intraducibilità operistica del suo Faust: scoraggiò al riguardo Beethoven; non si degnò di rispondere a Berlioz, che alla fine preferì realizzare – con La damnation de Faust – un'opera da concerto, tanto rapsodica nell'impianto quanto non consequenziale nella narrazione; e se non ebbe (che si sappia) nulla da ridire sul Faust di Spohr, fu solo perché, alla radice di quell'incunabolo di romantische Oper, c'era la leggenda faustiana nella sua vulgata popolare assai più del substrato goethiano. Dopodiché, poco da fare: Wagner, Mendelssohn, Schumann, Liszt preferiranno tutti guardare a Faust in chiave sinfonica o sinfonico-vocale, anziché operistica. E quando nel 1859 Gounod portò sulle scene parigine il proprio Faust , il Vate di Weimar se n'era andato da ventisette anni: ma c'è da credere che non avrebbe apprezzato un lavoro dove il plot si riduce all'intrigo amoroso, con il patto col diavolo declassato da oltranzistica avventura intellettuale a banale fregola di ringiovanimento. Se poi si guarda ai rapinosi innesti di danza e alle scene di parata militare, assai gradite nella Parigi del Secondo Impero, si capisce perché quello di Gounod dovrebbe essere sempre pronunciato – alla francese – Fòst. Così come I dolori del giovane Werther tradotti in musica da Massenet approderanno a un inequivocabile Werthèr.

Il collettivo teatrale Anagoor – Simone Derai, che firma la regia, è solo un tassello della squadra – sta invece realizzando tra Modena, Reggio Emilia e Piacenza (qui si dà conto di una delle recite reggiane) un Faust dove Goethe, uscito dalla porta di Gounod, possa rientrare dalla finestra della messinscena: il che fa assumere al loro spettacolo un sapore di scommessa, di provocazione e, perché no?, appunto di patto col diavolo. Scommessa – diciamolo subito – che non è stata vinta, perché il candido quanto astuto lavoro di semplificazione di Gounod, rispetto al capolavoro letterario che prende come spunto, non è un'opinione ma un fatto. Tuttavia, un allestimento che batte strade opposte all'ovvio e al déjà vu è già per se stesso da accogliere con piacere e rispetto. Semmai lascia perplessi come tutto rimanga allo stato embrionale, e l'idea di un Gounod goethiano malgré lui risulti più apodittica che sviluppata.

Giacché Derai e il suo team danno l'idea – al pari di Gounod, sebbene con altre modalità – di usare il Faust di Goethe non come “pre-testo” (fonte cui occhieggiare e poi travalicare, per renderla operisticamente fruibile), ma mero pretesto. Mantenendo l'originale ambientazione germanico-cinquecentesca, qui molto stilizzata ma comunque inequivocabile, e lasciando ai cantanti una gestualità del tutto tradizionale, Anagoor tenta invece la via della rilettura drammaturgica attraverso una lunga serie d'innesti filmati. Intesi ora come contrappunto alla musica (durante il Preludio e la Notte di Valpurga) ora come muto intermezzo tra un atto e l'altro (cosa che allunga ulteriormente i tempi di un'opera già di per sé poco sintetica), questi video finiscono però per prosciugare la teatralità, anziché esaltarla: sono oltremodo didascalici quelli che, per gettare un ponte tra scrittore e compositore, ci mostrano il vecchio Goethe morente e Gounod che riceve la committenza per musicare il Faust. E pure nei filmati più astratti – dove l'intento è evocare un'idea, non una situazione – la multimedialità sembra amplificare gli spazi fisici anziché quelli mentali: è il caso del video che, zigzagando tra chiese cristiane, sinagoghe e moschee dovrebbe evocare simultaneamente la vocazione religiosa di Gounod e il sincretismo spirituale adombrato da Goethe nel suo Divano orientale occidentale. Mentre il montaggio artatamente accelerato finisce per farne solo una parodistica sarabanda della meccanicità di ogni rituale religioso.

Se la regia frammenta, la concertazione omogeneizza. Jean-Luc Tingaud è bacchetta che glissa sulle contrapposizioni, manicheistiche ma efficaci, della partitura: sin dal Preludio uniforma sotto un unico pedale di lirica serenità il severo contrappunto del tema iniziale e le ariose campate cantabili che seguono. Ne sortisce un Faust un po' troppo concentrato nel bozzolo dell'opéra lyrique (genere cui appartiene, però almeno nelle intenzioni oltrepassandolo), ma proprio per questo lodevolmente attento alle ragioni del canto. Peccato dunque che il cast a disposizione non consentisse di volare troppo alto, dal Faust pallido nel fraseggio (il transito dalla vecchiaia al diabolico ringiovanimento non è troppo palpabile) e timido negli slanci acuti di Francesco Demuro alla Marguerite più espressiva, ma dalla esiziale disomogeneità vocale, di Davinia Rodriguez. Meglio allora il vocione robusto, ancorché un po' scompaginato, di Ramaz Chikviladze, che tuttavia si lascia sfuggire la dimensione salottiera e boulevardier del Méphistophélès gounodiano. Sicché, alla fine, il migliore del quartetto protagonistico appare Benjamin Cho: un garbato baritono di linea più empatico con l'elegiaca nobiltà iniziale di Valentin che con la feroce inflessibilità, anch'essa in fondo un po' mefistofelica, sfoderata dal personaggio nel momento della morte.

Paolo Patrizi

La foto del servizio è di Alfredo Anceschi.

 

 

 

 

 

 

 

 


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