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EDITORIALE

22/2/2018


Barcellona

Cercasi Romeo

Finora avevo avuto sempre fortuna con i vari Romeo dell'opera di Gounod: bravi, bravissimi, arcibravi, geniali. Solo una volta invece mi era toccata una Juliette capace di tener testa al suo infelice amante. Oggi mi è capitato il contrario. Un'eccellente Juliette, il debutto della giovanissima e brava Aida Garifullina, una voce forse un po' leggera ma sicurissima, bella e senza troppo volume ma, per quanto mi riguarda, la migliore in campo dopo l'inarrivabile Dessay, con una figura ideale, praticamente senza Romeo. Saimir Pirgu era fino a qualche anno fa un bravo tenore liricoleggero, ma è diventato lirico... o così pare o si dice – complice anche chi lo scrittura per questi ruoli senza neanche considerare gli effetti dell'orchestra di Gounod in un teatro della capienza del Liceu. Risultato: acuti piccoli, stretti, mezzevoci in falsetto, stimbrate, per momenti inaudibili (fine del secondo atto). Protestato da una parte del pubblico dopo la sua grande aria si arrangiava per arrivare alla fine, dov'è stato più o meno applaudito. Non è un fraseggiatore, lo squillo è cosa del passato, e l'attore non è interessante.

Josep Pons dirigeva bene l'orchestra del Teatro (molto bene), forse poco brillante nell'atto primo per la scena del ballo (valzer di Juliette compreso), molto meglio nei tre ultimi atti. Ottimo il coro istruito da Conxita García, anche se la regìa gli chiedeva un po' troppo – non sono, e non devono essere, ballerini o attori veloci come il lampo per cambiare vestiti.

I due bassi principali, Ruben Amoretti (Capulet) e Nicola Ulivieri (Frère Laurent) bene o benissimo, il primo arrivava al limite in zona acuta – la parte è ostica – e il secondo non ce la faceva con certi gravi della scena del matrimonio. Stefano Palatchi a posto come la massima autorità, il Duc, non di Verona perchè ques'allestimento viene da Santa Fe negli States e quindi eravamo al momento della guerra civile. Discreto appena, molto ingolato come al solito, il Mercutio di Gabriel Bermúdez, corretto il Tybalt di David Alegret (nasale sempre e una voce piccola), molto interessante Germán Olvera (Grégorio), poco invece Isaac Galán, Paris – il materiale c'è ma non basta, peccato il piccolo ruolo (Benvolio) di Beñat Egiarte. Gertrude, la balia di Juliette, veniva affidata alla voce importante di Susanne Resmark, con un francese esotico, però. Il paggio Stéphano, personaggio travestito, era Tara Erraught al suo debutto qui: voce bella, chiara per un mezzosoprano, interpretazione un po' sopra le righe, ma non per non colpa sua. Bene il frate Jean di Dimitar Darlev (basso).

Come detto, lo spettacolo era un po' particolare, con la regia di Stephan Lawless. In fondo, a parte l'epoca, che dava un po' di fastidio nella scena del convento, diventato ospedale di campagna con frère Laurent anche medico con tanto di sigaro e whisky, e nelle scene festive, troppo puritane per la musica di Gounod – e per la Verona di origine – tradizionale, con perfino una statua di Cupido per la scena del balcone, belle luci, bei vestiti, ma meno di quelli di Via col vento, e palcoscenico molto affollato. Un esempio vale per tutti: Gounod prevede l'atto finale intimo con solo i due protagonisti davanti alla morte. Qui abbiamo un sacco di teschi anziché le tombe dei Capulet e, come all'inizio, ma più forzatamente, tutti sono lì a presenziare al suicidio degli amanti coram populo. Ma va...

Jorge Binaghi

La foto del servizio è di Antonio Bofill.

 

 

 

 

 


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