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EDITORIALE

20/6/2017


Parigi

Il ritorno di un Halévy dimenticato

La reine de Chypre, dopo la prima recita assoluta a Parigi nel 1841, faceva una carriera importante anche senza arrivare al grande successo de La Juive, che bene o male è riuscita a mantenersi nei teatri a partire dalla seconda guerra mondiale – se non a imporsi – con una certa frequenza.

Dopo più di un secolo di assenza trattasi di un'opera molto importante all'interno dell'operazione di ricupero del patrimonio lirico francese portato a termine con la partecipazione decisiva del Palazzetto Bru Zane di Venezia che si è data in forma di concerto al Théâtre des Champs-Élysées. La trama è proprio quella (storica) della più nota e posteriore Caterina Cornaro di Donizetti, con la quale però non presenta troppi punti musicali paragonabili.

Sfortunatamente quando queste opere sono state scritte pensando alle caratteristiche vocali di mostri sacri, come in questo caso, la prima cosa che va fatta è assicurarsi artisti se non proprio uguali almeno simili – che poi oggi ci sono. Purtroppo così non è stato. Innanzitutto perchè il tenore cui è stata affidata la parte di Gérard era il terzo arrivato e prendeva contatto con la partitura lo stesso giorno del concerto. Sébastien Droy ha così salvato la recita e lo sforzo gli va riconosciuto, ma di più non si può dire. È difficile che un cantante che canta soprattutto Mozart e il repertorio dei tenori leggeri possa misurarsi con qualche successo a una parte pensata per l'inventore del do di petto, Gilbert Duprez. Si rompe ogni equilibrio quando il ruolo meno importante del cattivo Mocenigo, per di più anche tenore, Erich Huchet, ha un impatto vocale e uno slancio molto più possente di quello del copratogonista. Véronique Gens è un soprano musicale e buona cantante e interprete, ma le sue qualità vocali sono quasi opposte a quelle di un Falcon o mezzo acuto com'era la celebre Rosine Stoltz, e il registro centrale ma soprattutto quello grave erano insufficienti per un ritratto a tutto tondo di Caterina.

Eccellenti invece le voci gravi: per ordine d'importanza del ruolo, il baritono Etienne Dupuis (magnifico Lusignan) e il basso Christophoros Stamboglis (Andréa Cornaro). Nei ruoli secondari va rilevata la presenza di un altro baritono, anch'esso come Dupuis laureatosi presso il Conservatorio di Montréal, Tomislav Lavoie (Araldo). Il tenore Artavazd Sargsyan, nei panni di Strozzi, complice di Mocenigo, non spiccava ma comunque era molto corretto.

Il coro della Radio fiamminga e l'Orchestra da Camera di Parigi, applauditi con veemenza (meritata), entrambi sotto la guida di Hervé Niquet, un abile concertatore con idee precise e chiare su ritmo e stile, diventavano la colonna portante del concerto. Ma appunto questo vuol dire che i risultati raggiunti, indubbiamente professionali, non possono considerarsi che parzialmente riusciti.

Jorge Binaghi

14/6/2017

La foto del servizio è di Palazzetto Bru Zane © Gaëlle Astier-Perret.

 

 

 

 

 

 

 

 


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