RECENSIONI
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Barcellona

Festival DiDonato con chiaroscuri

I Capuleti e i Montecchi di Bellini venivano ripresi, dopo 31 anni, per il ritorno di Joyce DiDonato con anche un concerto fra due recite. Il mezzo soprano del Kansas seduce sempre, dimostra di essere in possesso di una capacità d'interagire con il pubblico ed è sempre un'artista di prima classe, ma non sembra questo il suo miglior momento come cantante: il colore cambia molto secondo il registro, l'acuto è fragile e con dei limiti (vedi la nota finale di 'Bel raggio lusinghier'), il grave poco sonoro. Naturalmente ha ancora una padronanza unica del canto legato, dello stile (le variazioni nelle cabalette erano straordinarie) e della tecnica, e così conquistava il pubblico particolarmente nel quadro finale dell'opera e in due arie della seconda parte del concerto 'Lascia ch'io pianga' del Rinaldo di Händel e il rondò finale de La donna del lago, 'Tanti affetti', di Rossini in un programma variopinto e un po' strambo grazie agli arrangiamenti delle canzone antiche italiane dovuti al pianista che l'accompagnava, Craig Terry, che non ha aveva un grande livello in tutti i pezzi, alquanto eterogenei tra di loro, visto che si passava da una zarzuela alla Shéhérezade di Ravel, o da Granados a Händel.

Nei Capuleti veniva accompagnata da un'Ekaterina Siurina sicura ma alquanto monotona, un Celso Albelo con squillo solo in zona acuta e di fiato corto, più i corretti Simón Orfila e Marco Spotti, il coro del Liceu non male ma neanche straordinario un'orchestra con alti e bassi diretta in modo sicuro ma poco brillante da Riccardo Frizza (che sembrava svegliarsi verso la fine dello spettacolo) e con un allestimento, nato a Monaco di Baviera, di regìa praticamente inesistente (Vincent Boussard), ma in certi quadri di grande lusso (e assolutamente vuoto) grazie ai fantasiosi e poco adeguati costumi di Christian Lacroix.

Nel secondo cast spiccava, malgrado le arcinote (e sempre abilmente truccate) limitazioni vocali sovracuto urlato e aperto, centro e grave appena udibili e stimbrati Patrizia Ciofi nei panni di Giulietta grazie alle sue doti interpretative e alla scienza dello stile. Silvia Tro Santafé era un Romeo discreta, essa pure con i suoi limiti, ma gli acuti gridati erano più palesi, così come i gravi ingolati e artificiali. Dal canto suo, Antonino Siragusa, pur conservando un acuto d'interesse, ma sempre di forza e 'in punta', presentava un Tebaldo dal timbro sgradevolissimo e con un volume minore rispetto ad altre occasioni anteriori. Gli altri ripetevano tutti, chi più chi meno, le prestazioni sopra recensite. In tutte le recite c'era parecchio pubblico ma non il 'tutto esaurito'. L'entusiasmo era grande, quasi quanto i cellulari e i rumori, per la DiDonato, più nel concerto che nell'opera, importante per Ciofi e moderato per il resto.

Jorge Binaghi

2/3/2016