RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Bentornato, maestro!

Come ormai tradizione, il maestro Valery Gergiev è un ospite fisso (e sempre gradito) dell'auditorium Giovanni Agnelli di Torino. In occasione del concerto di martedì 9 dicembre 2014, alla testa della “sua” Mariinskij Orchestra (“sua” perché da lui diretta ininterrottamente dal 1988) è tornato a far rivivere due pietre miliari del repertorio russo: i Quadri di un'esposizione di Modest Musorgskij (nell'orchestrazione di Maurice Ravel) e la Sinfonia “Patetica” di Pëtr Il'ic Cajkovskij.

I Quadri di un'esposizione, suite pianistica approntata da Musorgskij nel 1874, omaggio musicale a schizzi e quadri del suo amico pittore e architetto Victor Hartmann, scomparso l'anno prima a 39 anni, è oggi celebre nella veste orchestrale di Ravel del 1922, benché questa non sia l'unica: scartando Rimskij-Korsakov, che accarezzò l'idea ma non la realizzò, a partire da Michail Tušmalov (1886) fino a Peter Breiner (2012), sono stati proposti finora circa una trentina di arrangiamenti per orchestra, tra parziali e completi, più una cinquantina per organici non prettamente orchestrali!

È un giudizio contrastante, quello che si ricava dall'ascolto di questi Quadri : se da un lato certi aspetti dell'esecuzione strumentale sono molto soddisfacenti, come il nitore della prima tromba, cui è affidata la responsabilità di aprire l'intero concerto, all'inizio della prima Promenade, o il fine gioco di cristalleria tra archi e fiati nel Ballet des poussins dans leurs coques, dall'altro si assiste a delle cadute di stile insospettabili, come le due defaillances della tuba solista in Bydlo, il carro agricolo polacco che pare avvicinarsi, strepitare vicino all'ascoltatore (o allo spettatore: curioso caso di un quadro – per sua natura statico, che fotografa un istante preciso – che descrive una scena nel tempo) e poi allontanarsi; ma, se tutto questo è vero sul versante strumentale – e gli strumentisti sono alla fin fine persone che possono sbagliare: famoso il failure del corno baritono in apertura della Settima di Mahler diretta da Parvo Järvi con la Frankfurt Radio Symphony Orchestra il 12 agosto 2011 – sul versante interpretativo, le cose cambiano. È stata un'esecuzione molto personale, una soggettiva di Gergiev su un capolavoro che, come tanti altri, si potrebbe supporre, con la miopia che spalleggia l'abitudine, non avere più nulla da dire. Scriveva Calvino: «D'un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima»: ciò è vero anche per il repertorio musicale, specie se ad assistervi è, poniamo, un neofita che vi si accosta per la prima volta. Via quindi ad una ri-lettura a tratti stravagante, volendo, ma originale e ricca di interesse: una Promenade d'entrata più lenta di quanto si ascolta di solito, come per mettere a suo agio l'ascoltatore, ma poi subito il teso nervosismo di Gnomus, coboldo deforme e ripugnante di cui si riescono quasi a vedere le movenze a scatti come intagliate nei suoni; Samuel Goldenberg e Schmuyle, i due ebrei che contrattano al mercato, uno ricco e tronfio (che mi son sempre immaginato, non so perché, panciuto, impellicciato e con grandi baffi rossi), l'altro povero, supplichevole e petulante (che per me è sempre stato calvo, sbarbato, curvo e con due tondi occhialini dalla montatura… d'oro), in realtà non si odiano, e fan finta di detestarsi; al mercato di Limoges predomina su tutto un'impressione di (voluto) disordine: «[…] possiamo immaginare le grida dei venditori e quelle dei ciarlatani, un'occasionale rissa in qualche angolo della piazza, i versi degli animali (dalle galline alle oche, dalle mucche ai cavalli…), le risate delle comari.» (Chiara Bertoglio, Logos e musica, Effata' Editrice). Apprezzatissime infine le interpretazioni degli ultimi due brani della raccolta. La cabane sur des pattes de poule è stata sbalzata a tinte forti, con singolare violenza nelle percussioni (Musorgskij scrive fortissimo e feroce) e impressionanti contrasti tra i piano e i forte nella sezione centrale, che hanno saputo rilevare il valore terrifico, e un po' allucinato, del quadro. La grande porte de Kiev ha invece stupito per il suo incipit a velocità sostenuta, tale da far sparire quasi del tutto la maestosità; ma, rileggendo a ritroso questa scelta pochi minuti dopo, se ne è compreso tutto il potenziale e il gioco di emozioni che Gergiev ha tenuto in serbo fino all'ultimo, quando, rallentando sempre più la conduzione, come se attraverso tutta la partitura ci fosse stato scritto un inesorabile ritenendo, è riuscito a giungere ad esiti inaspettati e a conferire all'intero pannello, grazie anche ad un uso sempre più marcato delle percussioni previste da Ravel (campana, piatti, tam-tam), una grandiosità che retrospettivamente ha investito anche le prime battute, così veloci: esattamente quel che si prova ascoltando Gergiev dirigere la conclusione dell' Oiseau de feu di Stravinskij…

Il riscatto, per l'orchestra (se pur di riscatto ci fosse stato bisogno) è arrivato con la seconda parte del concerto: la Sesta Sinfonia Op. 74 di Cajkovskij, nella tonalità bachiana per antonomasia, si minore, e cui Schubert affidò il messaggio della sua sinfonia più famosa, l'Incompiuta. Fin dall'apertura, dall'Adagio iniziale, si percepisce tutta l'energia di quel tema sprofondato nel registro grave del fagotto, su un impalpabile tappeto di contrabbassi divisi (davvero in pianissimo, ai limiti dell'udibile): il colore inconfondibilmente russo di Cajkovskij. Tutto il primo movimento risulta percorso da una febbrile tensione interna, che non smette mai di trascinare l'attenzione. Anche qui, come nel finale dei Quadri, le percussioni restano prepotenti ed emergono qua e là con eccessiva decisione; ma, a fronte di ciò, Gergiev riesce a rilevare alcuni particolari nascosti nella strumentazione sempre ricca di Cajkovskij – particolarmente nei legni, che costituicono spesso il suo ricamo più frequente – e sa trarre fraseggi originali, incisivi e poco frequentati anche dalle direzioni più stravaganti. Poco prima della chiusa, poi prima che intervenga la scala discendente di si maggiore nel pizzicato degli archi, contenuto come il dolore di una vedova che non pianga più, l'intero auditorium è risuonato degli ottoni lanciati al vertice della loro espressività, che ha fatto, credo, tremare più di un cuore. Il secondo movimento, quel valzer così zoppicante in 5/4, pur abbandonandosi alla gaiezza che lo accomuna all'analoga pagina della Quinta Sinfonia (che là è in terza posizione), e che nella logica costruttiva della composizione serve ad alleggerire la tensione del primo movimento, non manca di trasmettere un quid di sottilmente agitato, che fa intuire come il dramma non sia passato, ma ancora in pieno svolgimento.

Condotto con piglio trionfalistico, lo Scherzo (con, ancora, le percussioni un po' troppo insistite) non ha mancato di strappare ad una parte del pubblico un debole applauso. Ed è comprensibile. Analizzata nel suo complesso, un'architettura tripartita composta da un vasto, drammatico movimento iniziale, che solo all'ultimo lascia trasparire un raggio di luce, un intermezzo leggero per prendere una boccata d'aria e una conclusione brillante che corona un ideale percorso ascensionale è possibile e perfettamente logica (ci aveva già pensato Hector Berlioz nel 1840 con la Grande symphonie funèbre et triomphale Op. 15: Marche funèbre, Oraison funèbre e infine Apothéose). Ma Cajkovskij non sarebbe stato Cajkovskij se avesse obbedito a questa logica in fondo un po' semplicistica: e allora assistiamo, per la prima volta, credo, nella storia della sinfonia, ad un finale lento, come a dire che il percorso ascensionale dei primi tre movimenti è in realtà una visione fittizia e non ancora completa. Se nella Quarta il dramma interiore veniva mascherato e confuso nel clangore di un finale che (apparentemente) spazzava via ogni residuo di ombra dall'anima dell'eroe sinfonico, nella Sesta abbiamo l'aperta dichiarazione che l'ultima parola spetta proprio a quell'ombra che si era tentato di ricacciare nel limbo delle rutilanti sonorità dello Scherzo. E l'effetto che produce è lancinante. Di tutto questo Gergiev pare essere cosciente, dando all'orchestra l'attacco del quarto movimento senza aspettare lo spegnersi del piccolo applauso: così, senza pause, l'ascolto dell'Adagio lamentoso assolve perfettamente alla funzione di contraltare dello Scherzo e assume la valenza di un addio, lo struggente addio di Cajkovskij al mondo della sinfonia (e non solo…), condotto come lo spegnersi di una candela, fino alle ultime, evanescenti sonorità, che vanno a estinguersi nell'aria attorno a Gergiev e alla sua orchestra, per rinascere, eterne, nell'anima appagata dell'ascoltatore.

Christian Speranza

28/12/2014

Le foto del servizio sono di Pasquale Juzzzolino.