RECENSIONI
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Kát'a Kabanová e il desiderio

Al San Carlo di Napoli un convincente allestimento dell'opera di Janácek

«La gente dovrebbe…saper volare come fanno gli uccelli… Sai, qualche volta mi sembra di essere un uccello che sa volare in cielo! Vuoi vedere?» Parte da questa suggestione testuale l'allestimento pensato da Willy Decker per la Kát'a Kabanová di Janácek, una produzione della Staatsoper di Amburgo curata da Rebekka Stanzel in occasione della ripresa al San Carlo di Napoli. Il desiderio di amore e di libertà della protagonista si materializza nelle tante immagini di gabbiani che screziano l'altrimenti claustrofobica messa in scena, una stanza lignea dalle pareti mobili che solo a tratti lascia presagire, attraverso effimeri spiragli, l'esistenza di un mondo esterno. La stessa Kát'a accenna movenze volatili, a indicare una fuga impossibile dai soffocanti vincoli familiari e dal conformismo borghese. Il dramma è tutto interiore e non necessita di orpelli. Un brano di vero teatro, delineato con efficacia dalle luci di Hans Toelstede e dalla drammaturgia di Klaus Bertisch. La regia, essenziale e concentrata, addita abissi psicologici che potrebbero appartenere ad Ibsen o a Strindberg. Anche la tempesta del terzo atto (ricordiamo che la vicenda è tratta dal dramma del russo Ostrovskij intitolato Il temporale), appare colma di una carica simbolica dalla pregnanza shakespeariana. Il tumulto che scuote la coscienza di Kát'a, moglie infedele e vittima di una società brutale, è manifestazione di una nevrosi incontrollabile causata dall'impossibilità di sopportare un peso troppo grande. Da qui la confessione della propria colpa, compiuta in uno stato di incoscienza che rasenta la follia. Al personaggio tratteggiato da Janácek, fragile e ipersensibile, non appartiene la violenza della Katerina Izmajlova di Šostakovic, la quale arriva ad avvelenare il tirannico suocero per coronare il proprio sogno d'amore. Kát'a subisce l'opprimente presenza della suocera, il suo feroce dispotismo, così come la debolezza del marito. L'adulterio appare allora come un atto di ribellione, una tentazione alla quale si deve soccombere, a costo di pagarne le conseguenze. La morte per acqua, destino estremo sia di Kát'a quanto di Katerina, adombra un desiderio di dissoluzione e di oblio, un vagheggiato ritorno nel grembo della natura. In quest'ottica la protagonista dell'opera di Janácek incarna la spontaneità primigenia, spazzata via dalle istanze di un mondo cinico e spietato, rappresentato della borghesia mercantile nella Russia ottocentesca.

Juraj Valcuha ha un rapporto idiomatico con questa musica. La sua direzione centra in maniera magistrale le tormentate psicologie dei personaggi, l'oscillare continuo fra un lirismo disperato e un opprimente fatalismo. Ammirevole poi l'equilibrio fra buca e palcoscenico, centrale in un dramma giocato sui dettagli e sugli accenti più reconditi. Barbara Haveman è una protagonista eccellente, devastata dai tormenti di una moralità imposta e incrinata dalle crepe di una intrinseca fragilità, costantemente in bilico fra sanità e follia. Bravo anche Magnus Theodor Vigilius nei panni di Boris Grigorjevic, apprezzabile tanto dal punto di vista vocale quanto da quello interpretativo. Eccellente il Kudrjáš di Paolo Antognetti, così come ottima appare Lena Belkina, una Varvara dal timbro rotondo e dall'accento vitale. Gabriela Benacková volge a proprio vantaggio una certa aridità vocale, rendendo in maniera più che convincente il carattere gelido della suocera. Infine una menzione merita Sergey Kovnir, un Dikoj sufficientemente robusto. Eccellente e ben caratterizzato comunque l'intero cast, a coronamento di uno spettacolo coerente e perfettamente concepito in tutte le sue sfumature musicali e drammaturgiche.

Riccardo Cenci

19/12/2018

La foto del servizio è di Luciano Romano.