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Donizetti. La figura, la musica, la scena

di Piero Mioli

Sullo scrittore e fecondissimo romanziere olandese Simon Vestdijk (1898-1971), medico di formazione ma autentico poligrafo (scrisse davvero di tutto e di più, perfino sulle sinfonie di Bruckner, Mahler e Sibelius), un critico connazionale si espresse in questi termini: «scrive più velocemente di quanto Dio riesca a leggere». Oseremmo dire che anche Piero Mioli (1947) metta in difficoltà la rapidità di lettura del Creatore (ma forse non se n'è mai reso conto). L'affabile musicologo bolognese ha appena dato alle stampe Donizetti. La figura, la musica, la scena, che segue di un trentennio il suo pur ragguardevole Donizetti. 70 melodrammi (Edizioni EDA, Torino, 1988), ampliandone e approfondendone la prospettiva, anche alla luce dell'ulteriore riscoperta e rivalutazione dell'opus di Gaetano Donizetti (1797-1848).

Infaticabile didatta sin dall'età più verde, critico musicale costantemente sulla breccia, conferenziere assiduo, partecipante a tanti e tanti convegni, collaboratore di teatri, istituzioni varie e riviste specializzate, autore di uno sterminato numero di pubblicazioni e conoscitore come pochi della storia del melodramma dagli albori, Mioli è da sempre un fervido, cordiale quanto arguto donizettiano. Un sodalizio con il Bergamasco il suo, molto probabilmente favorito dai decenni di insegnamento nel Conservatorio di Bologna dove si svolse la formazione di Donizetti (1815-1817), il quale, ormai affermato e prestigioso a livello internazionale, vi fece ritorno nel 1842 per dirigere su invito di Gioachino Rossini la prima italiana dello Stabat Mater del Pesarese.

Dopo un colloquiale preambolo introduttivo si dispiega, agile ed essenziale nella sua snellezza, il profilo biografico dell'uomo e dell'artista, condotto sulla traccia dell'Epistolario nell'ampio panorama dell'epoca e dei contemporanei che si giova inoltre della più aggiornata bibliografia. E, nel chiaroscuro dell'itinerario denso di vicissitudini di una vita, l'autore sottolinea con affetto: «chi mai vorrà diseredare l'uomo della sua vulnerabile umanità?» e «troppo spesso [] la fortuna artistica di Donizetti avrebbe divorziato dalla fortuna propriamente umana».

L'omnicomprensiva trattazione fa sì che un po' più di metà delle pagine del volume siano di necessità dedicate all'esame del rigogliosissimo catalogo teatrale, ricco di una settantina abbondante di titoli musicati in appena un quarto di secolo, il che pone Donizetti al secondo posto tra i maggiori operisti dell'800, dopo Giovanni Pacini, che con quasi cento melodrammi all'attivo sfida perfino la capacità di catalogazione del bravo Leporello. Opera per opera, l'analisi è preceduta dalla trama e dall'elenco dei brani. Non senza l'indicazione delle fonti e con analogie e confronti con altri titoli donizettiani e di altri compositori. Un capitolo a parte, Avanti l'opera, passa in rassegna le ouvertures più importanti, alcune delle quali reggono bene il confronto con le più titolate (e più eseguite) di Rossini e Verdi. In altri casi Donizetti privilegiava il preludio: esempi pregevoli e pregnanti ne sono quelli di Lucrezia Borgia e Lucia di Lammermoor.

Dopo lo spazio dedicato ai «condegni» diciotto Quartetti e alle cantate e arie da camera, viene il turno del titolo di maggiore respiro nella peraltro non trascurabile musica religiosa del Bergamasco (il quale, non si dimentichi, ricevette la prima educazione musicale tra i pueri cantores di Santa Maria Maggiore), vale a dire la Messa da Requiem in re minore per Bellini: «mirabile compianto che suona intenso ma nient'affatto enfatico». È la volta poi di un «centone autografo» per una disinvolta conversazione a tu per tu con gli aficionados, in cui si immagina Donizetti, ormai negli Elisi «galante ospite delle Muse», ripercorrere alcuni episodi della sua vita e della sua arte citando frasi da tante e tante sue opere.

Resta ancora campo per la bibliografia e la discografia commentate e aggiornatissime (ché poco sfugge ai cento occhi di Argo-Piero), prima di concludere con una sontuosa e fitta rassegna dei grandi interpreti, che dal dopoguerra ai nostri giorni hanno dato voce e vita ai personaggi creati da Gaetano.

Una premessa dell'autore può adesso servire a mo' di conclusione: «chi vieta, nel significato più pieno e verace dell'attributo, di considerare Donizetti come il più simpatico dei musicisti dell'Ottocento?». Un volume da riprendere in mano all'occasione, dopo averlo letto non proprio d'un fiato. Ma per i donizettiani di stretta osservanza un livre de chevet!

Fulvio Stefano Lo Presti

1/4/2020