RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Mirandolina

alla Fenice di Venezia

Il Teatro La Fenice offre quale ultimo spettacolo estivo una preziosa rarità, l'opera comica Mirandolina del compositore ceco Bohuslav Martinu, in una nuova produzione curata da Gianmaria Aliverta. Martinu nacque nel 1890 in una famiglia di umili origini ma dimostrò sin dai primi anni di vita il suo talento musicale, studiando violino dall'età di 8 anni. Si iscrisse ai corsi di composizione del Conservatorio di Praga, ma ne fu espulso due volte per motivi disciplinari; si appassionò in seguito alla letteratura e al teatro. Dopo un periodo nel quale fu secondo violino nell'Orchestra Filarmonica vinse una borsa di studio e nel 1923 si traferì a Parigi dove studiò con Albert Roussel. Ebbe occasione di conoscere Igor Stravinskij e Arthur Honegger, sviluppando un grande interesse verso le idee dei poeti surrealisti. Lasciata la Francia a causa degli eventi bellici si trasferì negli Stati Uniti dove insegnò all'Università di Princeton. Dopo la guerra riprese i contatti con l'Europa e la natia patria ma gli avvenimenti del 1948 lo indussero a restare negli Stati Uniti dove ottenne al cittadinanza. Si trasferì poi a Nizza e Basilea, morì nel 1959 per un cancro allo stomaco. La maggior parte delle sue composizioni nel periodo compreso fra il 1930 e il 1950 possono essere definite in stile neoclassico, ma nei suoi ultimi lavori iniziò a includere cenni rapsodici e un senso della forma più sciolto e spontaneo, che determinano la sua qualità migliore che consiste nella semplicità quasi infantile, non priva di un virtuosismo di grande eleganza.

È il caso specifico dell'opera Mirandolina, tratta dalla commedia La Locandiera di Carlo Goldoni. Del testo goldoniano nell'opera di Martinu non resta quasi nulla se non il filo conduttore dei personaggi, ma qui molto limitati rispetto all'originale. Le intenzioni del compositore erano di avvicinarsi alla Commedia dell'Arte, escludendo a priori il Settecento. Il libretto, scritto da lui stesso, è il tallone d'Achille del lavoro, poiché la scarsa dimestichezza con la lingua italiana rende il testo sovente pesante e ripetitivo, con errori palesi. Inoltre, Mirandolina non è una vera e propria opera comica, bensì un intreccio di commedia che sovente parafrasa un genere cinematografico degli anni '50 ma non arriva allo spessore intrinseco del testo goldoniano. La musica, non delle migliori composte, è intrisa di tradizioni ceche, di ritmi moravi e di una comicità tipicamente ceca. Lo stile italiano è appena accennato, la melodia ininfluente, il dialogo rasenta il Singspiel, e molte scene rimandano proprio allo stile est-europeo, mancando in parte in arguzia e sentimento che invece, credo, avrebbero reso la partitura più vibrante. Ma è doveroso aggiungere che il compositore non voleva fare un'opera in tale stile, si concentrò sulla modernità del linguaggio musicale, sarebbe un errore pertanto ritrovare in Miradolina uno stile italiano, ma conoscendo Goldoni è abbastanza difficile non fare dei paralleli. Occasione meritevole di ascolto quella veneziana, ma non certo di memorabile ricordo, di un compositore che meriterebbe più frequenza nei programmi concertistici.

La nuova produzione della Fenice puntava sul giovane regista Gianmaria Aliverta, il quale è innegabile sia uno dei più interessanti e innovatori artisti della nuova generazione. Egli, prendendo spunto dal fatto che l'opera si distacca completamente dal 700, ha voluto trasportare la vicenda in epoca moderna. Avrebbe avuto più efficacia e originalità un'ambientazione fine anni '50, epoca in cui fu rappresentata l'opera al Teatro Smetana di Praga. Invece l'ambientazione è in una beauty-farm odierna che potrebbe essere anche interessante, ma la scarsa fantasia registica non trova cenno di una parodia frizzante e narrativa anche sottile, che sfocia invece nella triviale farsa paesana, immediata la citazione con film pecorecci della commedia italiana di serie B anni '70, con stereotipi talvolta imbarazzanti e sbagliati. Tuttavia segue un filo narrativo lineare ma non lascia traccia e non entusiasma. Forse tale visione era voluta considerando i costumi kitsch di Carlos Tieppo, al quale sarebbe consigliabile qualche accortezza prima di spogliare in scena alcuni cantanti. La scena mobile di Massimo Checchetto era funzionale ma sommariamente spoglia e non creava effetti particolari di un ambiente lussuoso oggi molto frequentato. Il fatto che la Fenice impieghi personale interno per una nuova produzione, la dice lunga sui temi del risparmio.

John Axelrod è concertatore molto prezioso, ha scavato nella partitura le molte miniature dinamiche e sonore, accentuando forse sonorità che seppur pertinenti sarebbero dovute essere più calmierate. Più convincente sul versante lirico, ben supportato da una buona orchestra. Silvia Frigato, la protagonista, si disimpegnava con efficacia ma mancava di mordente, anche se il fraseggio era abbastanza curato. Molto meglio il Fabrizio di Leonardo Cortellazzi precisissimo nel canto, dotato di voce bella e ben amministrata, oltre ad essere un convincente attore.

Omar Montanari sfodera tutta la sua bravura nel ruolo del Cavaliere, accento, vocalità e vis teatrale molto rilevanti. Bruno Taddia interpreta un Marchese simpaticissimo e ben cantato, Marcello Nardis è leggermente inferiore nella vocalità ma buon attore. Simpatiche ma troppo caricate nella recitazione le brave Giulia Della Peruta e Laura Verrecchia rispettivamente Ortensia e Deinara. Divertentissimo il servitore del cavaliere interpretato da Christian Collia.

Teatro quasi esaurito e molti applausi al termine per tutta la compagnia.

Lukas Franceschini

1/8/2016

La foto del servizio è di Michele Crosera.