RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il Paradiso perduto e riconquistato

di Robert Schumann

Accostandosi alla leggenda persiana della Peri, tramite un racconto in versi del poeta Thomas Moore, solo a un livello superficiale Robert Schumann abbraccia quel gusto orientaleggiante in voga nel primo Ottocento. In realtà la sua è una scelta totalmente tedesca, intrisa di quella idealità trascendente che è propria del romanticismo nordico, percorsa da un anelito verso la redenzione che addita gli orizzonti del teatro wagneriano. Nel sottolineare con evidente entusiasmo l'assoluta novità de Il Paradiso e la Peri, Schumann forza un po' la mano. In verità il suo lavoro si inserisce nel solco della grande tradizione oratoriale, che da Bach e Händel arriva fino a Mendelssohn, appena screziata da suggestioni derivate da Weber e Mozart. Le tre prove richieste alla Peri per accedere al Paradiso, dal quale è stata scacciata per una misteriosa colpa, adombrano un percorso iniziatico che ricorda il Flauto Magico. Siamo di fronte al lato meno corrusco dell'ispirazione schumaniana, che si stempera in un lirismo di chiara inclinazione liederistica, di rado esposto a più tempestose sonorità (come nell'episodio del combattimento fra Gazna e l'eroe). Il compositore tormentato da orribili voci, osservato attraverso uno spioncino dagli infermieri del sanatorio di Endenich nel quale viene internato, vive qui il suo momento più luminoso.

Un sereno melodismo permea la partitura. Daniele Gatti ne asseconda i preziosismi con notevole sensibilità, ben coadiuvato dall'Orchestra dell'Accademia di S. Cecilia. Tutto risalta con estremo nitore, senza per questo abdicare alla partecipazione umana alla vicenda. Il tessuto sonoro è solcato da vibrazioni luministiche di evidenza pittorica. Se qualcosa manca, è solo una maggiore continuità narrativa. Riguardo il cast, Angel Blue dona spessore ed emotività alla figura quasi immateriale della Peri. Brenden Gunnell, al quale è affidato un ruolo da narratore vicino a quello dell'Evangelista nelle passioni bachiane, scandisce il testo con dovizia di accenti. Jennifer Johnston è un Angelo di buon rilievo vocale. Ottimo il quartetto, composto da Regula Mühlemann, Martina Mikelic, Patrick Grahl e Georg Zeppenfeld. Quest'ultimo merita una menzione speciale per la profonda adesione al mondo poetico di Schumann. Seppur costretto in una tessitura baritonale che non appare propriamente consona alla sua vocazione da basso, sfoggia un fraseggio limpido e scorrevole, perfettamente aderente al carattere liederistico di molte pagine. Auditorium non particolarmente gremito. L'esecuzione di un'opera desueta ma di gran valore avrebbe meritato un pubblico più numeroso.

Riccardo Cenci

13/2/2017

Le foto del servizio sono di Musacchio-Ianniello.