RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Lo specchio di Narciso

Condensare in poco più di un'ora di spettacolo la vicenda di Faust, che dall'originaria stesura di Spiess, passando per Marlowe per poi giungere fino a Goethe e a Thomas Mann, è divenuta una degli archetipi letterari della storia umana, incarnando volta a volta il negromante, l'uomo di scienza che urta contro i limiti insopprimibili della sua finitezza, e infine il musicista che rinuncia alla sua umanità per riuscire ad avventarsi contro i limiti della tonalità, metafora sin troppo esplicita dell'intellettuale rinchiuso nella turris eburnea della sua intelligenza, mentre nel mondo reale divampa uno dei più orrendi crimini di cui si sia macchiato il genere umano, senza capire che proprio in tale suo disimpegno si annida un'acquiescenza, o meglio una complicità nascosta contro gli eccidi nazisti?

È possibile farlo, ma solo a patto che si comprenda esattamente cos'hanno in comune tutte le facce di questa singolare creatura letteraria: Faust è l'incarnazione del narcisismo intellettuale, della contemplazione statica e disincarnata della propria intelligenza, del proprio sapere, e dunque di un solipsismo condotto all'estremo, in virtù del quale il mondo, con la sua infinita varietà, si annichilisce fino a scomparire, rendendo di fatto una tale specie di intellettuale perfettamente integrato nel sistema storico in cui vive, e dunque non solo incapace di mutarlo con la propria opera, ma disinteressato assolutamente a farlo, e pertanto integrato nel sistema come una cattiva coscienza hegeliana. Solo a patto di capire questo si può attualizzare il mito faustiano senza renderlo una delle tante, bieche modernizzazioni che nulla aggiungono e nulla tolgono alla vicenda originaria, modernizzazioni buone al massimo per attirare pubblico in cerca di fasulle novità il che poi è quanto fanno tanti registi, soprattutto di opere liriche, applicando le loro posticce idee al libretto originario più o meno come una parrucca su una testa già dotata di capelli ben degni di essere mostrati.

Vincenzo Pirrotta ha invece tratto dalle radici ancestrali del mito l'attualità del suo Faust, di cui ha curato anche regia, scene e costumi, ispirandolo soprattutto alla stesura di Marlowe, ma nutrendolo degli echi intertestuali di Goethe e dei due Mann, padre e figlio, Thomas e Klaus (il cui Mephisto indaga sul fronte diabolico l'acquiescenza al nazismo), focalizzandosi quasi esclusivamente sull'elemento narcisistico, del resto ben esemplificato da una scena costituita per buona parte di specchi, più o meno deformanti, dai quali parlavano anche le voci contrastanti della coscienza del dottore: su un palcoscenico spoglio, quello del Piccolo Teatro di Catania, teatro di lunghissima tradizione innovativa, sempre alla ricerca di spettacoli magari poco commerciali, ma più degni di essere visti e applauditi dei tanti prodotti di giro che affollano altri cartelloni, la vicenda si apre su una figura che, rimestando in un piccolo calderone, mormora e borbotta incantesimi arcani, in una lingua infarcita di siciliano arcaico, fimmina di notte, strega e demonio androgino, come si svelerà nel corso dello spettacolo.

Sì, perché Pirrotta è riuscito in un cortocircuito semantico davvero raro, annidando sin nel titolo un'ambiguità enigmatica: Faust, ovvero Arricogghiti u filu, dove quell'arricoghiti, volutamente lasciato senza accento, può indicare sia una seconda persona singolare dell'imperativo (arricògghiti) o la seconda persona plurale (arricogghìti). Chi deve raccogliere, o meglio riavvolgere il filo dell'esistenza faustiana? Lo stesso Faust, o il demonio-parca che lo tenta, lo blandisce, lo terrorizza, e alla fine si rinchiude insieme a lui nel bozzolo semitrasparente dal quale il dottore, novello homunculus, forse clone di se stesso, emerge all'inizio dello spettacolo? Faust vuole, dopo il patto col demonio, parlare con Omero, richiamare le ombre degli eroi achei, novello Odisseo che si appresta a una seconda nekuia la cui guida è non Circe ma Mefistofele. Dunque il patto è anche viaggio, viaggio all'interno di se stesso, ma anche all'interno della storia umana, e dunque il filo è allo stesso tempo quello individuale, dell'esistenza, e quello della storia, che si avvolge e si srotola sempre assurdamente uguale a se stesso...

L'elemento arcaico domina su tutto, dalla lingua, un dialetto siciliano privo di ogni orpello moderno, infarcito di latino medievale e di qualche parola greca, e si mischia a una musica ossessiva, quasi da discoteca, scritta da Luca Mauceri, che accompagna in un'estrema condensazione i ventiquattro anni di vita onnipotente che separano Faust dalla dannazione eterna: Faust è l'uomo massa, arrogante, che solo alla fine riesce a ritrovare un barlume di autenticità nell'estrema preghiera, inadeguata però a rimuovere decenni di acquiescenza colpevole, oggi come ieri, al sistema dominante.

Grandissimo come sempre, capace di usare la voce come uno strumento dalle sonorità infinite, dall'urlo roboante alla preghiera sommessa e dolorosa, Pirrotta ha ri-creato un archetipo sempre moderno, insieme a Cinzia Maccagnano, un Mefistofele istrionico, seducente nel suo aspetto femminile, spalla e protagonista insieme, strega e Parca, complice eterna di Faust nel perenne dipanarsi e riavvolgersi di ogni esistenza che trova nel narcisismo la sua unica ragion d'essere.

Giuliana Cutore

28/1/2019