RECENSIONI
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Bruxelles

Un raro e bellissimo Rimskij

Chi me l'avrebbe detto un quarto di secolo fa che avrei potuto vedere alcuni titoli parecchi della produzione lirica di Rimskij? E se La Monnaie è stata la prima a presentare quell'eccellente allestimento recensito qui da Madrid (Il gallo d'oro), ha anche il merito spero in coproduzione anche se dal programma non sono riuscito a evincerlo di presentare adesso questo sfavillante Zar Saltan con la direzione musicale del direttore della casa, Alain Altinoglu, e quella teatrale dell'irregolare ma geniale Dmitri Cherniakov.

Se il maestro francese, molto applaudito dall'inizio, dimostra sempre più di essere una bacchetta importante, il regista russo trova sempre nell'opera del suo paese i risultati migliori. Questa volta perfino superiori a quelli parigini de La fanciulla di neve (recensito anche su questo sito). A quanto pare l'autore è quello che gli è più congeniale. Un racconto folklorico di grande fantasia gli consente di fare uno spettacolo egualmente fantastico e fantasioso dove non si sa davvero cosa ammirare per primo. Si sa che i personaggi di Rimskij poche volte sono molto sviluppati; piuttosto si tratta di tipi schematici o di allegorie più o meno travestite. Metterli nella cornice della storia di una madre che cerca la cura per il figlio autista è un colpo di genio. Una madre e due sorelle cattive, la terza buona ma infelice, diventata zarina e poi fatta gettare in mare dal marito insieme al figlio per insidie delle malvagie ovviamente in una botte che arriva a una città meravigliosa che si fa palese solo quando lo zarevic (parecchio cresciuto) salva un cigno che è poi la sua futura promessa sposa. Il padre che arriva incuriosito per i racconti sulla città, riconosce il figlio, ricupera la moglie, non punisce le cattive e tutti felici e contenti.

Le perle musicali di Rimskij sono, come sempre, tante; la parte drammatica latita sempre parecchio (qui un po' meno) ma l'inventiva di Cherniakov è una continua fonte di sorprese e di piacere: quanta ingenuità, quanto ridicolo esagerato apposta (le cattive), quanta emozione più o meno sincera: il personaggio della zarina, un po' meno quel principe che rischia di essere un Parsifal in sedicesimo ma poi per fortuna diventa forse, la fine è aperta e non troppo rassicurante una persona normale. Una gioia per gli occhi, per le orecchie e anche un po' per il cuore. La distribuzione era eccellente. Ante Jerkunica nello Zar per fortuna non ha bisogno di molti acuti, che sono l'unico fianco debole della sua tecnica. Sugli scudi la zarina di Svetlana Aksenova, una voce importante piuttosto lirico spinto che canta un po' di tutto purtroppo. Lo zarevic Gvidon, che passa tutto l'atto primo sul palcoscenico senza cantare e ha poi non solo tanto da cantare ma in questo caso da interpretare, e per niente facile in un caso e nell'altro, era il giovanissimo e bravissimo tenore Bogdan Volkov. Il cigno-principessa la brava Olga Kulchynska, una parte da liricoleggero per una voce che ormai si sviluppa in direzione del lirico pieno. Straordinarie la madre (Carole Wilson, mezzo, mai vista nè sentita come qui) e sorelle infami: impressionante il mezzo svedese Stine Marie Fischer ma anche buono il soprano lirico sloveno Bernarda Bobro. Bene anche i ruoli maschili secondari, dal basso Vasilij Gorshkov al tenore caratterista Alexander Cravets.

Dell'orchestra in splendida forma si è detto, manca soltanto di parlare del magnifico coro de La Monnaie preparato da un quanto mai eccellente Martino Faggiani. Tutto esaurito con persone a caccia di un biglietto per tutte le recite, pubblico felice e plaudente. Di questo zar mi pare che avremmo bisogno tutti. Purtroppo si tratta solo di un'opera.

Jorge Binaghi

9/7/2019

Le foto del servizio sono di Forster.