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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Sogno di una notte di mezza estate

al Teatro Brancati di Catania

Nell'anno che celebra il tricentenario della morte di William Shakespeare, anche il Teatro Brancati di Catania ha voluto commemorare la memoria del Bardo, inserendo nel suo cartellone il Sogno di una notte di mezza estate, che ha debuttato il 17 novembre, con repliche che si protrarranno fino al 4 dicembre,

Lo spettacolo, allestito su una scena più che minimalista, ideata da Jacopo Manni, e costituita solo da fondali che variavano colore al mutare delle luci di Sergio Noè, ha offerto un Sogno più attento e centrato sulle sfaccettature comiche che sulla sottile ironia che avvolge la dimensione onirica della commedia. Netta era infatti la partizione fra le parti cosiddette serie, affidate ad attori che recitavano nel tipico stile aulico di Shakespeare, con dizione sufficientemente scandita e gestualità in linea con l'epoca, e le parti comiche, tipiche delle commedie del 500 e del 600, dove il linguaggio volutamente si abbassava, dato l'entrare in scena di personaggi del popolo minuto, e dove talvolta era lasciato abbastanza spazio anche all'improvvisazione dei comici.

Se dunque Salvo Piro, nel doppio ruolo di Teseo e Oberon, e Marina Puglisi, Ippolita e Titania, insieme alle due coppie di giovani, Giovanni Strano (Lisandro), Alessandro Burzotta (Demetrio), Roberta Andronico (Elena) e Eleonora Sicurella (Ermia), si sono mantenuti entro i limiti della commedia cinquecentesca, offrendo qua e là validi momenti di recitazione, la compagnia comica, con Margherita Mignemi in testa nel ruolo di Bottom, si è scatenata in gags e momenti caricaturali, andando abbastanza spesso fuori le righe, e imprimendo al tutto un carattere specificamente popolaresco, con frequenti incursioni nella dizione sporca se non nel dialetto, che, se ha divertito abbastanza il pubblico, non poteva non lasciare perplesso chi ha del teatro una conoscenza tale da non gradire queste commistioni epocali che talvolta sfociano nel vero e proprio abuso.

Senza nulla togliere alla professionalità di Massimo Giustolisi e Giuseppe Bisicchia, che abbiamo avuto modo di apprezzare in altri lavori con ben più lusinghieri apprezzamenti, nè agli sforzi di Pietro Casano, Elisabetta Alma e Luigi Nicotra, ci sembra tuttavia che la regia di Nicasio Anselmo abbia concesso troppo ad un picaresco poco adatto ai lavori del Bardo, e non tanto per l'eccessiva libertà concessa agli attori, in particolare la Mignemi, che non ha perso occasione per riproporre la sua consueta recitazione ipernaturalistica, più adatta a Martoglio che a Shakespeare, non scevra, anzi, di espedienti ben più adatti al vernacolo, come le carrettelle, quanto per un generale compiacimento comico, che sfociava abbastanza spesso nel caricaturale e nel grottesco, in special modo nell'ultima scena affidata ai comici, dopo le triplici nozze, scena di teatro nel teatro non nuova in Shakespeare, ma dove sarebbe stato meglio puntare sul binomio fantasia-realtà piuttosto che su quello grottesco-serio.

Comunque, il pubblico ha gradito sia tale taglio imposto al Sogno, sia il continuo confondersi tra palcoscenico e platea, con gli attori che entravano e uscivano, attraversavano la platea e andavano a sedersi fra gli spettatori, anche questo un espediente più adatto al teatro post-pirandelliano che a quello cinquecentesco.

Da segnalare l'ottima prova offerta da Plinio Milazzo nel ruolo di Puck, che ha recitato con una lieve ironia perfettamente in linea col personaggio dello spiritello pasticcione, e la brava Irene Tetto, la fata, che si è disimpegnata con leggiadria ed estrema misura.

Giuliana Cutore

19/11/2016

Le foto del servizio sono di Dino Stornello.