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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il suono giallo

prima assoluta di Alessandro Solbiati al Comunale di Bologna

Una prima operistica assoluta commissionata dalla Fondazione Teatro Comunale di Bologna: Il suono giallo, libretto e musica di Alessandro Solbiati.In breve tempo, dopo Battistelli, ecco una nuova composizione operistica sui palcoscenici italiani. Come raccontato da lui stesso, Solbiati ha atteso molto prima di dedicarsi all'opera, in parte per poco interesse nei confronti del genere che considerava stereotipato. Per il suo secondo componimento la scelta è caduta sul non convenzionale: una composizione scenica dell'astrattista Vasilij Kandinskij del 1914, nella quale è sviluppata l'arte creativa basata su immagini, testo e simbologia. Compositore e anche librettista ha avocato l'arte alla pura emotività rifuggendo la figurazione letterale, e rifacendosi al saggio di Kandinskij espone le forme in un prologo, sette intermezzi, sei quadri e un epilogo, nella ricerca della sincronizzazione del colore e dell'emotività. Opera pertanto non narrativa ma di filosofia sulla creazione. Solbiati compone musica molto bella, gli intermezzi in particolare, ove trova un'aura ispiratrice di sommo fascino, che pur seguendo la personale prassi compositiva post dodecafonica, non trae spunti di ripresa da maestri del passato, come Franco Donatoni di cui fu allievo. Rilevante la parte affidata alle masse corali che fanno ricordare certe composizioni di Luigi Nono, ma Solbiati trova una sua singolare ed innovativa scrittura personale d'ottimo risalto.

Peccato che la regia di Franco Ripa di Meana non abbia seguito la stessa linea musicale, che voleva solo imprimere ascolto e suscitare sensazioni, mentre il voler coinvolgere il pubblico in una narrazione drammaturgica è, secondo chi scrive, un errore che ha portato in molti a leggere le note e non riuscire a comprendere cosa si volesse esprimere o imprimere nel pubblico. Lo stesso compositore definisce il suo lavoro una sinfonia scenica piuttosto che un'opera, ove a mio avviso in primis vi è il caotico groviglio, anche psicologico, della creazione artistica nella pura emotività. Manca in questo spettacolo tale aspetto, e il regista ha voluto invece seguire una strada diversa che poco possiamo condividere. Gianni Dessì, scenografo e costumista, trova invece mano felice evocando l'espressionismo russo ma ha dovuto piegarsi ad indicazioni superiori; era però suggestivo il quadro finale dove una mano teneva il pugno su un contenitore giallo simbolo della creazione.

Una tale composizione non poteva avere miglior concertazione di quella che Marco Angius ha offerto a Bologna. Esperto conoscitore della musica moderna, guida i cinque solisti, il doppio coro e la splendida orchestra del Comunale in una mirabolante sonorità di precisissima lettura ed enfasi più sensoriale che narrativa. Del bravissimo Coro del Comunale, istruito da Andrea Faidutti, in parte ho detto ma sottolineo ancora la splendida prova anche in duttilità stilistica; i cinque solisti, Alda Caiello, Laura Catrani, Paolo Antognetti, Maurizio Leoni, e Nicholas Isherwood, sono stati di estrema precisione musicale in un canto di difficile intonazione senza mai fallire colpo.

Infine, un'ammenda al pubblico bolognese. Le quattro recite previste erano tutte in abbonamento, io ho assistito alla terza replica turno A, il teatro era pressoché deserto, reputo grave non volgere l'orecchio anche a nuovi orizzonti, i quali possono piacere o meno, personalmente non entusiasmanti, ma costituiscono l'accrescere della nostra cultura musicale.

Lukas Franceschini

21/6/2015

La foto del servizio è di Rocco Casaluci Teatro Comunale di Bologna.