RECENSIONI
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La vertigine del sangue

Antesignano di Macbeth, come lui condannato alla bramosia del sangue e del potere, uomo solo al comando, dominato dall'ossessione del fare, dell'agire, il Tamerlano di Marlowe può ben essere visto come simbolo e metafora dei tanti dittatori che hanno insanguinato l'Europa e il mondo nel corso della storia. Ed è quel che ha fatto Luigi Lo Cascio nella sua riduzione del capolavoro di Marlowe, una produzione del Teatro Biondo di Palermo in scena allo Stabile di Catania dal 13 al 18 marzo: l'attore e regista palermitano ha sfrondato copiosamente le due tragedie dedicate al condottiero scita, focalizzando l'attenzione sul lucido delirio di onnipotenza di Tamerlano, e affidando agli intermezzi comici, volutamente recitati in registro basso, con dizione sporca o in vari dialetti senz'altro, l'aggancio col fluire della Storia, forzando l'ottica dello spettatore verso il Novecento (leggi Hitler e Mussolini, ma anche Stalin) e la contemporaneità. Dinanzi a Tamerlano scorrono re, donne regali (tra le quali l'amata Zenocrate), soldati e uomini comuni: ma tutti, compresi i figli, sembrano solo burattini nelle mani del dittatore, che ne tiene saldamente i fili riservandosi di troncarli a proprio arbitrio e piacimento.

Sangue, nazione, patria, potere: un copione recitato tante, troppe volte, dove il primo delitto è quello che segna lo spartiacque tra umanità e ferocia: ucciso il primo uomo, il resto diventa solo routine. È anche questo il messaggio che sembra emergere da tale cupo dramma, dove una regia essenziale e scarna, ma fedele all'aulicità del gesto per cui era pensato il testo originale, si concreta nelle scene buie, funeree, e nei costumi senza tempo di Nicola Console e Alice Mangano, scandendo i movimenti e talvolta i dialoghi degli attori sulle musiche ossessive, a tratti ieratiche, mai sovrastanti, di Andrea Rocca. Uno spettacolo sul quale, paradossalmente, l'unico raggio di luce giunge insieme all'impossibile neve che cade da un mandorlo in fiore su Tamerlano ormai vecchio, che ha visto morire entrambi i suoi figli sacrificati al dio della guerra: una luce che cade sull'umanità ferita ogni volta che muore un dittatore, e con lui vanno via gli orrori, il sangue, gli eccidi, la perdita della libertà anche se non si sa per quanto.

Vincenzo Pirrotta, nel ruolo eponimo, giunto alla sua più piena maturità di attore, dipinge il mostruoso, feroce monarca con una tavolozza timbrica impressionante nella sua efficacia: belva sicura di sé per tutto il primo atto, dalla gestualità irruenta ma sempre pregnante, usa la voce come uno strumento perfetto, piegandola volta a volta all'ira, al disprezzo, all'amore per Zenocrate, passando dal grido al sussurro rattenuto, in special modo nel finale, sempre con perfetta dizione, non permettendo che si perda una sola battuta, con lunghe pause, quasi per consentire al pubblico di comprendere fino in fondo la follia autoreferenziale del suo personaggio. Ma dinanzi alla morte del figlio trova accenti tenerissimi, e la voce sembra riscaldarsi dall'interno, come se l'uomo prendesse il sopravvento sulla belva: il lampo della coscienza illumina il re morente, e fa che la voce si spenga lenta in un pianissimo dove c'è forse tutto il rimpianto per una vita sprecata e trascorsa nell'assassinio.

Di grandissimo livello tutta la compagnia, i cui attori hanno interpretato vari ruoli, sia della tragedia che degli intermezzi comici, da Tamara Balducci a Gigi Borruso, da Giovanni Calcagno a Marcello Montalto e Salvatore Ragusa. Ottima la prova di Paride Cicirello nel ruolo del figlio di Tamerlano, ma soprattutto efficace Lorena Cacciatore nei panni di Zenocrate e poi del giovanissimo Sharuk, che del padre sembra aver ereditato la follia bellica ma non la fortuna, visto che morirà al primo scontro, dando la stura a quel processo di disincanto che condurrà prima il fratello maggiore e poi lo stesso Tamerlano a riscattare in parte nella coscienza che precede la morte una vita di paranoia sanguinaria quale, a ben vedere è quella di ogni dittatore.

Giuliana Cutore

15/3/2018

La foto del servizio è di Rosellina Garbo.