RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

The Turn of Screw

al Teatro alla Scala

Al Teatro alla Scala per la prima volta si rappresenta l'opera di Benjamin Britten (nel 40° anniversario della scomparsa) The Turn of Screw nella versione originale in lingua inglese. Le due precedenti edizioni furono rappresentate alla Piccola Scala e in lingua italiana.

È difficile dire se quest'opera sia il capolavoro del compositore inglese, tuttavia è certamente al vertice della sua produzione. Il lavoro fu commissionato dalla Biennale di Venezia, il soggetto fu tratto dal racconto omonimo di Henry James (1898), librettista fu Myfanwy Piper, storica collaboratrice di Britten. L'opera ebbe la prima esecuzione assoluta al Teatro La Fenice il 14 settembre 1954, segnando un successo rilevante (mai venuto meno in seguito) nell'attività produttiva di Britten dopo qualche insuccesso e il ritorno all'opera da camera. L'opera è suddivisa in un prologo e due atti, questi ultimi in otto scene come il racconto. Trattasi di una conturbante vicenda di fantasmi che ruota attorno al rapporto di corruzione ossessiva infantile, l'ex servitore Quint e Miss Jessel, da lui sedotta in precedenza, sono fantasmi la cui sfera erotica influenza la vita dei due giovani orfani. La governante cerca invano di salvare i piccoli, ma vano è il tentativo. Opera cupa e drammatica, che lascia un finale tragico aperto, è possibile credere ai fantasmi, o pensare piuttosto a un'immaginazione della governante, della quale è ignoto il nome. La brillante composizione di Britten, con una ricercata espressione vocale, punta a realizzare un dramma quasi horror ma con accenti eleganti che inchiodano e affascinano lo spettatore.

Gli stessi sentimenti che ha avuto il pubblico della Scala assistendo allo spettacolo di Kasper Holten, il quale racconta la vicenda a capitoli, come nel racconto, attraverso una struttura fissa nella quale si aprono alternativamente le stanze nelle quali si svolte la truce vicenda, un sipario nero copre le altre. Oltre alla bella scena di Steffen Aarfing, che cura anche le luci e i costumi con grande maestria, c'è un disegno drammaturgico di raffinata recitazione, molto teatrale e credibile, e di grande effetto emotivo. Durante gli zoom sugli spazi della casa di Bly il gesto, lo sguardo, le ieratiche movenze degli interpreti impressionano per la tensione che riescono trasmettere.

Eccellente bacchetta quella di Christoph Eschenbach, di rarefatta stilizzazione, scavo cromatico nella difficile partitura, oltre a essere eccellente pittore di colori orchestrali di rilievo quasi assoluto. Lo assecondano i dodici bravissimi esecutori dell'orchestra del Teatro alla Scala.

Ottima la compagnia di canto raggruppata per questa produzione, a cominciare dai due ragazzi, Sebastian Exall (Miles) e Louise Moseley (Flora), membri del Trinity Boys Chorus, diretto da David Swinson, che hanno fornito l'adeguata fragilità dei personaggi unita a un'eccellente prova canora. La Governante di Miah Persson offre una prova di grande teatro canoro, musicale, precisa e con grande enfasi drammatica. Ian Bostridge, alla sua prima opera nel teatro milanese, trova nel canto di Britten terreno fertile, fraseggio ricercato ed espressione centellinata, che lo colloca oggi tra le migliori scelte in tale repertorio. Bravissime anche Jennifer Johnston, Mrs. Grose, e Allison Cook, Miss Jessel, le quali entravano nel demoniaco giro teatrale con puntualissima presenza sia attoriale sia vocale.

Successo trionfale al termine, giustamente meritato dalla compagnia, direttore e orchestra strumentale.

Lukas Franceschini

12/10/2016

Le foto del servizio sono di Brescia e Amisano Teatro alla Scala.