Bostridge e il canto del cigno 
Ian Bostridge non è solo il liederista principe del nostro tempo, ma è anche uno studioso di enorme sensibilità, in grado di penetrare i recessi più nascosti della geografia schubertiana in pagine di illuminante profondità. L'aspetto dottorale ne delinea le fattezze, insieme a un sentore di romanticismo che aleggia attorno alla sua ieratica figura. Il sentimento di esclusione, il senso di perdita, lo smarrimento dell'anima raramente hanno raggiunto vertici tanto toccanti quanto nelle interpretazioni del tenore britannico. Insieme al pianista Julius Drake, fido compagno di innumerevoli esecuzioni in grado di trascendere il ruolo del mero accompagnatore, il ventotto febbraio scorso ha completato la triade dei cicli schubertiani, presentata in tre stagioni consecutive nell'Aula Magna della Sapienza per la stagione della IUC. A onore del vero Schwanengesang è una raccolta peculiare, una sorta di antologia postuma assemblata dall'editore Tobias Haslinger dopo la dipartita del compositore; il che nulla toglie all'intensità del contenuto. A dispetto di condizioni fisiche non ottimali, Bostridge ha lasciato il segno, come sempre del resto. Chi scrive ricorda ancora la forte impressione riportata la prima volta che ebbe la fortuna di ascoltare il cantante inglese, nel lontano 2003 al Teatro Olimpico, la sensazione epifanica di aver incontrato il degno erede di Fischer-Dieskau, almeno in ambito liederistico. Qualche suono sporco, in particolare nel primo e nell'ultimo Lied dello Schwanengesang, non incrinano il profilo di una lettura di alto livello. In Kriegers Ahnung l'ondeggiare dei pensieri del soldato, diviso fra la nostalgia amorosa e la paura per la possibile fine, assume tinte di drammatica oscurità. Fuochi fatui screziano il paesaggio notturno, mentre la voce si destreggia fra il declamato ansioso e il fraseggio lirico. Anche in Frühlingssensucht il canto primaverile si ammanta di un'ansia febbricitante, dalle movenze espressioniste. In linea generale Bostridge e Drake delineano i tratti di un mondo frastagliato, mai rassicurante anche nei momenti di distensione, come nella celebre Ständchen, serenata notturna intessuta di malinconia. Nei primi sei Lieder, su testi di Ludwig Rellstab, domina il sentimento nostalgico verso qualcosa di irrimediabilmente perduto. Nei successivi Lieder su liriche di Heinrich Heine, veri squarci di modernismo, l'atmosfera si fa ancora più drammatica. Die Stadt è una visione apocalittica di paesaggi urbani inospitali. Der Doppelgänger si snoda in una sorta di recitativo che porta il poeta a incontrare il proprio sosia, figura dal simbolismo inquietante. Bostridge segue l'ispirazione schubertiana con la consueta varietà di accenti, coadiuvato dal pianismo sfaccettato di Drake, capace di distensioni liriche quanto di improvvise accensioni tragiche. Altri tre Lieder su testi di Johann Gabriel Seidl, scelti nell'ampia produzione del compositore austriaco, completavano il quadro emotivo della serata. Si tratta di Der Wanderer an den Mond, ennesima variazione sul tema del viandante, di Sehnsucht e di Im Freien.
Bostridge è sempre generoso con il proprio pubblico. Nonostante la forma non perfetta inanella ancora tre Lieder come bis, fra i quali il celebre Die Forelle e Nacht und Träume, cesellato con una linea di canto limpida e intrisa di toccante lirismo, vero vertice della serata. Pubblico giustamente entusiasta.
Riccardo Cenci
4/3/2026
La foto del servizio è di Damiano Rosa.
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