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EDITORIALE

28/5/2026


Tancredi più apollineo che dionisiaco

Sostituire l'attore con una marionetta fu il sogno utopico coltivato da vari uomini di teatro, fra i quali il più noto è Edward Gordon Craig, rivoluzionando in tal modo il concetto stesso di messa in scena e liberando l'arte della recitazione dai vizi naturalistici della persona fisica. Forse a queste esperienze ha pensato Emma Dante per l'allestimento del rossiniano Tancredi, in scena al Costanzi dopo ben ventidue anni di assenza. Riconducendo l'azione al teatro dei pupi la regista siciliana evoca l'idea di fato di derivazione classica, mostrando dapprima i cantanti in vesti di pupari, e in seguito abbigliandoli come vere marionette mosse da un capriccioso destino. La conclusione funesta adottata per questa edizione in luogo del lieto fine, inoltre, riporta naturalmente il pensiero alla tragedia greca. Detto ciò, l'allestimento appare esteticamente apprezzabile, ma non drammaturgicamente efficace. Se i fondali dipinti richiamano le origini del teatro, i movimenti dei pupi a lungo andare appaiono stereotipati e un poco noiosi. L'impostazione registica, infine, pur nella cura generale delle movenze, rimanda più al gusto barocco che non a quello neoclassico, nel quale indubbiamente si iscrive la partitura rossiniana. Detto ciò, non sono mancati i momenti teatralmente efficaci, come l'ingresso di Tancredi ormai ferito a morte, sostenuto dai ferri dei manovratori in una ieratica e toccante processione di morte.

Dal punto di vista musicale, l'interpretazione di Mariotti è tutta giocata sul versante onirico e astratto. Il direttore trae dall'Orchestra tutti i preziosismi timbrici ai quali ci ha abituato, ma sembra trascurare un poco l'impeto cavalleresco ed epico della vicenda. Molto bello il finale, moderno nella progressiva rarefazione del tessuto sonoro, ad additare la vita che abbandona l'eroe. Una lettura che, in definitiva, predilige l'apollineo al dionisiaco; impostazione che appartiene all'arte di Mariotti, ma che è anche dettata dalla scelta del cast vocale. Carlo Vistoli, infatti, è un Tancredi dal timbro vellutato, dal fraseggio sempre elegante e sostenuto da fiati prodigiosi. Se qualcosa manca, è l'impeto eroico di celebri contralti o mezzi quale fu ad esempio la Horne. Le sue caratteristiche vocali delineano un protagonista comunque interessante nella sua preziosa fragilità. Riguardo poi la questione se sia opportuno affidare la parte di Tancredi a un controtenore, dal nostro punto di vista non riscontriamo insormontabili contrarietà. Rossini stesso sembra aver coltivato una fascinazione per il timbro dei castrati che, comunque, non è paragonabile a quello degli attuali sopranisti, evidenziando la nostalgia per una stagione irripetibile e inevitabilmente trascorsa. Se poi ci troviamo di fronte a un cantante intelligente e dai mezzi notevoli come Carlo Vistoli, l'operazione non è certo peregrina (anche se, è bene dirlo, non può diventare la regola). Gli sta accanto l'Amenaide altrettanto ben cantata di Giuliana Gianfaldoni, al suo unico cimento sulle sei recite previste. Il timbro molto bello, il controllo perfetto del suono le hanno consentito di cogliere un vero e proprio successo personale. Di certo un nome da tenere ben presente. Non folgorante ma comunque apprezzabile l'Argirio di Antonino Siragusa, mentre brave sono apparse Ekaterina Buachidze come Isaura e Maria Elena Pepi nei panni di Roggiero. Luca Tittoto, infine, ha timbro fin troppo nobile per il ruolo del perfido Orbazzano. Teatro pieno in occasione della replica del 26 maggio ed entusiasmo alle stelle.

Riccardo Cenci

La foto del servizio è di Fabrizio Sansoni.

 

 

 

 

 


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