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direttore editoriale Giovanni Pasqualino editeoreedito_


 

 

 


 

EDITORIALE

19/5/2022


Il regista d'opera lirica

fra innovazione e prevaricazione

L'opera lirica, fin dalla sua nascita, è stata di fatto un prodotto artistico ibrido per realizzare il quale convergono varie forme d'arte: poesia, musica, canto, balletto, mimica, pittura, costumi. Pertanto, senza l'esigenza di scomodare le varie teorie estetiche su di essa enunciate fin dai tempi di Marco Da Gagliano per passare poi a Saint Evremont, a Benedetto Marcello, a Gluck, a Wagner, per arrivare poi ad Arnold Schönberg e René Leibowitz, essa nasce e si sviluppa sempre come prodotto eterogeneo, al cui risultato finale si arriva tramite una commistione fra varie componenti.

In realtà qualsiasi melodramma è nato dal lavoro combinato di un poeta e di un compositore che hanno collaborato di solito gomito a gomito, a meno che, come è avvenuto in certi casi, l'uno e l'altro non fossero addirittura la stessa persona, come è stato per Richard Wagner che rimane per la maggior parte della sue opere l'autore unico delle musiche, dei testi, delle coreografie, delle scenografie, dei costumi e perfino del posizionamento delle luci. È vero che talvolta alcuni brani musicali o alcuni testi poetici venivano trasferiti da un'opera ad un'altra, ma in questo caso erano lo stesso musicista o lo stesso librettista che decidevano tali adattamenti in altri contesti.

Dalla nostra premessa discende comunque che un'opera in musica può essere giudicata e valutata solo e solamente nella sua totalità di parole, canto, musica e azione scenica, senza operare modifiche, mutamenti, cambiamento o trasformazioni che in ogni caso ne snaturerebbero la sua globale concezione e realizzazione (sia stata essa individuale o dovuta a due o più autori).

Al giorno d'oggi sentiamo ripetere, spesso come un disco rotto, specialmente da Sovrintendenti e Direttori Artistici dei teatri d'Opera, che il melodramma è cultura e che la cultura, così come le opere d'arte, vanno salvaguardate perché esse sono patrimonio dell'Umanità. Per tale motivo l'opera d'arte, sia essa pittorica, scultorea, poetica, drammaturgica, dovrebbe essere sempre proposta nella sua interezza e integrità, senza banali e inutili superfetazioni, specialmente in un periodo storico come quello nostro, che avvalendosi di metodi moderni di studio, esplorazione e indagine testuale, tende a privilegiare le letture e le edizioni critiche e filologiche.

Di contro a questa saggia e corretta tendenza metodologica contemporanea si erge invece la figura del regista d'opera che forse per stupire o per cercare di innovare a tutti i costi, si sente in diritto di modificare il testo in vari modi più o meno arbitrari, più o meno invadenti e a sua volontà. Alcuni di costoro creano azioni cinetiche, mimiche, drammaturgiche, discutibili e avulse dal contesto previsto dall'autore, inserendo tali modifiche fra gli spazi prevalentemente musicali di un'ouverture o di un intermezzo strumentale. Altri si sentono in diritto di mutare il contesto storico della vicenda e di conseguenza alterano epoca, luoghi e costumi prescritti dal libretto. Altri registi ancora, infine, arrivano a stravolgere versi e parole del testo poetico e della scenografia prescritta, talvolta per assecondare un capriccio personale o peggio ancora per blandire e adescare le simpatie del pubblico presente in sala con riferimenti più o meno espliciti a luoghi, panorami, scenari e personaggi peculiari della città che ospita la messa in scena di un determinato melodramma.

Sarà stata forse la premonizione di un futuro nel quale si sarebbe moltiplicato l'avvento di tale schiera di ciarlatani a spingere Giuseppe Verdi ad annotare in una lettera del marzo 1844 scritta al direttore del Teatro La Fenice conte Mocenigo, durante le prove di Ernani, riguardo interpretazioni e tagli: "I tempi sono tutti segnati sullo spartito colla possibile chiarezza. Basta badare alla posizione drammatica ed alla parola difficilmente si può sbagliare un tempo. Avverto solo che io non amo tempi larghi; è meglio peccare di vivacità che languire... La prego di non permettere tagli. Nulla vi è da levare e non si potrebbe levare una frase più piccola senza danneggiare l'assieme". E poi ancora in una successiva lettera del 1847 il cigno di Busseto ebbe anche a scrivere: “Allo scopo di impedire le alterazioni che si fanno nei teatri alle opere musicali, resta proibito di fare nelle mie opere qualunque intrusione, qualunque mutilazione, insomma qualunque alterazione che richiegga il più piccolo cambiamento…”.

Ricordiamo infine che il regista non è il creatore del melodramma. Qualora egli avesse filosofie, estetiche, idee, pensieri, concetti da comunicare potrebbe benissimo scrivere da sé il testo o la musica, senza farsi scudo di opere già realizzate da grandi artisti del passato che continuano ancora oggi ad essere di alto gradimento e a mietere successo di pubblico!

Giovanni Pasqualino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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