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EDITORIALE

4/12/2022


Poulenc secondo Emma Dante

Appare perlomeno singolare che un'opera fondamentalmente basata sulla prosodia francese, sul ritmo verbale del testo di Bernanos, sia andata in scena per la prima volta in lingua italiana. Il battesimo dei Dialogues des Carmélites di Poulenc avvenne infatti alla Scala, nel 1957, con la direzione di Sanzogno ed un cast che annoverava fra le altre Virginia Zeani, Leyla Gencer e Gianna Pederzini. Scegliendo un titolo desueto per l'apertura di stagione, il Teatro dell'Opera mira fornirgli una collocazione importante nel panorama musicale del Novecento. La vicenda echeggia un episodio della rivoluzione francese. Blanche, una ragazza appartenente alla nobiltà e afflitta da una peculiare fragilità dei nervi, si rifugia nel Carmelo per paura di vivere la propria esistenza. Scoprirà un mondo intessuto di laceranti conflitti interiori. Il silenzio di Dio, inteso in senso bergmaniano, atterrisce le religiose, prima fra tutte la Madre Superiora, che spira a conclusione del primo atto in maniera tutt'altro che serena. Un'ombra oscura si distende sul convento. “Ogni notte in cui si entra è quella della Santissima Agonia”, afferma Blanche definendo il clima nel quale si svolgerà il dramma. La paura e la solitudine caratterizzano la narrazione. Le carmelitane, accusate di opporsi ai dettami rivoluzionari, vengono condannate a morte e ghigliottinate. La dedica posta a sugello della partitura, a Debussy, ma anche a Monteverdi, a Verdi ed a Mussorgskij, oltre che alla defunta madre, rivela le coordinate di una partitura legata alla parola scenica, oltre che a una religiosità non esente dall'influsso di certe sonorità del rito ortodosso.

Nell'accostarsi a un testo intriso di spiritualità, Emma Dante sembra attenuare la propria cifra stilistica, sovente improntata ad eccessi di fisicità. Fanno eccezione alcune simbologie fin troppo reiterate, come i blocchi di pietra adoperati per rendere claudicanti le suore, o ancora la crocifissione, che sciupa ad esempio la commozione del finale esplicitando un martirio che giustamente si è scelto di non mostrare, assecondando il progressivo spegnersi del tessuto musicale. Lo spettacolo, nel complesso, è esteticamente apprezzabile e ben impaginato, grazie alle scene di Carmine Maringola, alle luci di Cristian Zucaro e ai costumi di Vanessa Sannino, questi ultimi di vaga ascendenza quattrocentesca con suggestioni mantegnesche. Quello che interessa alla Dante non è tanto esplorare il mistero della fede, quanto far percepire il vissuto e i condizionamenti a cui è sottoposto il sesso femminile. Ecco allora un girotondo di biciclette, allusivo di un tempo spensierato e irrimediabilmente perduto, ed ecco ancora le grate, a simboleggiare l'attuale distacco dal mondo. Un enorme asse da stiro rappresenta la quotidianità del convento, salvo poi accogliere i deliri e la morte della Superiora. La Dante trascende la rappresentazione concreta della prigione mettendo in fila innumerevoli cornici, che prima avevano ospitato ritratti femminili dipinti da David, ad additare infinite prospettive che alludono alla catarsi conclusiva. Efficace la scena del martirio, con i veli bianchi a coprire le religiose ogni volta che cala la ghigliottina.

Peccato solo che in alcuni casi il meccanismo si inceppi, rendendo necessario un intervento manuale poco in linea con la drammaticità del momento. Michele Mariotti, lontano dal suo repertorio d'elezione, accentua alcune asprezze presenti nella partitura, quasi a volerla apparentare a uno stereotipo di teatro novecentesco, salvo perdere a volte l'equilibrio fra orchestra e palcoscenico, coprendo le voci. Il meglio viene quando la rarefazione musicale si sposa alla vena melodica, come accade ad esempio nel duetto fra Blanche e il Cavaliere de la Force nel secondo atto, reso con partecipazione emotiva e dovizia di dettagli. Bisogna infine riconoscere a Mariotti una notevole attenzione alle preziosità che abbondano in una partitura dove la musica si fa veicolo dell'inesprimibile. Buona la prova dell'Orchestra e del Coro, quest'ultimo impegnato in diverse occasioni di grande importanza per la riuscita dell'opera. Cast eccellente e omogeneo come il titolo richiede. Corinne Winters rende con dovizia di sfumature la fragilità e la forza di Blanche. La Antonacci incarna una Madre Superiora tormentata al limite della blasfemia, senza perdere di vista i valori del canto. Ekaterina Gubanova, al suo debutto come Madre Maria, sfoggia un bel timbro e una linea di canto impeccabile. Altrettanto valida la suora Costanza di Emöke Baráth. Meno impegnate ma non per questo marginali le figure maschili. Jean-François Lapointe intride di decadentismo il Marchese de la Force, assiso su una enorme sedia mobile, circondato da premurosi quanto inquietanti servitori. Bogdan Volkov (cavaliere de la Force) è interprete sensibile dalla vocalità limpida. Apprezzabile infine il cappellano di Krystian Adam. Teatro piuttosto pieno per un titolo non certo popolare e grande successo di pubblico.

Riccardo Cenci

La foto del servizio è di Fabrizio Sansoni.

 

 

 

 

 


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