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EDITORIALE

26/7/2021


Parma

Il tempo dello specchio

 

“Gli specchi dovrebbero riflettere un momento prima di riflettere le immagini”, diceva Cocteau: e nel gioco d'immagini riflesse che è il teatro barocco – ritrarre un mondo più bello di quello reale, ma soprattutto percepirlo con capacità sensorie propense sia a catturare quelle visioni sia a lasciarsi incantare da esse – lo specchio blocca l'attimo fuggente della verità, restituendolo nella magnificenza dell'illusione. Incamera domande per dare tutt'altre risposte. Come quello della regina di Biancaneve. Partendo da qui, Walter Le Moli vince la scommessa di tradurre in forma scenica un oratorio come Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel. Non è il primo regista a tentarlo (già lo fecero Denis Krief e, con esiti più alterni, Jürgen Flimm), ma Le Moli rinuncia programmaticamente a qualsiasi teatralizzazione del testo: siamo a Parma, nella splendida chiesa rinascimentale di San Giovanni Evangelista (uno spettacolo del parmigiano Teatro Due, concepito nel 2020 per gli eventi di Parma capitale della cultura, che la pandemia ha posticipato di un anno), costellata da affreschi di Correggio. Il presbiterio si trasforma in scatola scenica, box in cui modulare lo spazio; e l'altare viene occultato, cancellato, sostituito da ciò che – nell'estetica barocca – è in fondo l'equivalente laico della sacra mensa: un decoratissimo specchio, appunto. La scenografia di Tiziano Santi sta tutta in quest'unico oggetto, immobile ma sempre diverso. Che ora riflette le immagini dei quattro protagonisti, ora si fa filigrana delle pitture di Correggio, sancendo quella barocchissima osmosi tra “rappresentazione” e “impressione” di cui si diceva all'inizio.

In tale contesto la regia non cerca modernizzazioni né, tanto meno, attualizzazioni. Tempo, Disinganno, Bellezza e Piacere mantengono l'ontologia di figure puramente allegoriche, la loro resta una disputa filosofico-teologica senza improbabili addentellati col presente. Semmai emerge una dissimulata, ma precisa, connotazione storica delle sollecitazioni cui il libretto del cardinale Pamphilj obbediva: al di là della sconfitta dell'edonismo, la Bellezza che affrancandosi dalle seduzioni del Piacere decide di «cangiar desio» e «dir mi pento» sottende, nel lavoro di Le Moli, un ineludibile contrasto tra austerità nordico-luterana e più permissiva religiosità mediterranea. Ne fanno fede i bellissimi costumi (quelli sì diacronici e senza tempo) di Gabriele Mayer, dove l'ossimorica severa malia della figura di Vivica Genaux è al servizio di un Disinganno abbigliato con veste sfarzosa, ma – a uno sguardo più attento – tutta composta da paramenti sacri.

Il resto è opera del light designer Claudio Coloretti che, illuminando ora la cupola ora le navate, fa entrare fluidità chiaroscurale di Correggio e tavolozza timbrica haendeliana nella dialettica di volta in volta più giusta. E si tratta di luci sempre “psicologiche”, come il ritratto della Bellezza sembra confermare: la fragrante beltà di Francesca Lombardi Mazzulli resta indubbia, ma la progressione con cui nel corso dello spettacolo viene illuminato il suo volto la fa transitare dalla carnalità più splendente a una venustà via via più consunta, preannuncio di quella disfatta dell'effimero (e pure di quel senso della morte, dietro la facciata dello stile patetico e galante impressa da Händel) su cui l'oratorio si chiude.

In veste di primo violino e concertatore, Fabio Biondi mette a frutto una lunga militanza di barocchista che, all'occorrenza, ama flirtare con altro repertorio. Lo si nota soprattutto nel lavoro di “regia vocale” sui cantanti (se poi le voci risultano un po' alonate, rispetto alla nitida percettibilità degli strumenti, è perché la collocazione nel transetto assicura più felice evidenza all'orchestra): approntando variazioni mai banali eppure sempre sobrie, anzi spronando taluni effetti di “cantar parlando” che, in punto di diritto, sarebbero poco belcantistici. Certe emissioni eterodosse e disomogenee della Genaux, atte a privilegiare la pregnanza della sillaba sulla bellezza della nota, sono sintomatiche al riguardo; ma pure in una voce più contenuta nel volume e nelle vibrazioni (più da musica antica, insomma) come la Lombardi Mazzulli si fanno strada intonazioni declamatorie e impasti timbrici frastagliati che sono merce rara, negli Händel di oggi. L'Europa Galante, ensemble fondato da Biondi ormai molti anni or sono, risponde a ogni sollecitazione del suo concertatore: un fraseggio variegato, dove il basso continuo assume evidenza espressiva pari ai grandi primi piani strumentali, e fedele anch'esso alla musa dell'incisività piuttosto che del bel suono (sonorità angolose puntellano le arie del Disinganno, gli accompagnamenti popolareschi vengono enfatizzati per creare maggior stacco con la nobiltà della pagina precedente o successiva). E pure i restanti interpreti sono ben calati nel contesto: Arianna Rinaldi – un Piacere forse più aggressivo che seduttivo – non ha la personalità e la tecnica scaltrita delle due colleghe, anzi parte un po' sottotono, ma cresce nella seconda parte e onora efficacemente il grande appuntamento con Lascia la spina, cogli la rosa; mentre Francesco Marsiglia, arbitro della disputa nei panni del Tempo, si lascia alle spalle il suo pedigree da tenore leggero di mezzo carattere per trasformarsi in baritenore settecentesco. A conferma che in Händel le sorprese più gradevoli provengono, spesso, dai non specialisti.

Paolo Patrizi

La foto del servizio è di Marco Caselli Nirmal.

 

 

 

 

 

 

 


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