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Taofilmfest 70

Intervista al prof. Carmelo Marabello

Fotografare per cercare il silenzio del volti. Può darsi.

E magari, come suggerisce McCurry, far sì che, nel tempo, la macchina fotografica finisca dimenticata e l'unica “cosa” ad essere mostrata rimanga l'anima.

Certo è che, a proposito della “grande illusion”, il cinematografo o cinema tout court, coloro che “scrivono la luce” sono inestricabilmente dentro al racconto per immagini, lo determinano, lo mutano, lo assecondano, lo contrastano.

Lo conservano.

Né più né meno che registi e attori.

Sono fotografi – i fotografi - del “front” e del “back” che di un film sono parte necessaria ed eloquentissima, uguali e diversi tutti e tutti combattenti sullo stesso fronte (dal tradizionale ciglio di un palcoscenico al tetto di un hotel) e per la stessa causa. Raccontare (finalmente!) senza parole.

Perciò un Festival val bene una mostra e il Taofilmfest 70, il primo dell'era Marco Muller che è il direttore artistico, ne ha appena allestito una alla Casa del Cinema (Corso Vittorio Emanuele, 61) dal titolo “Fotostorie di cinema” curata da Carmelo Marabello, professore ordinario di Film and Media Studies all'Università Iuav di Venezia e dean della Venice International University nonché membro del Comitato di selezione dei film del Filmfest.

Tra primo piano e galleria, insostituibili pagine di storia che gli “scrittori di luce” realizzano con autentico, veemente spirito missionario. E non c'è retorica né eroismi dell'ultima ora, parliamo di loro semplicemente perché li abbiamo davvero visti su campo per intere giornate (e nottate) curvi sotto attrezzature non così aeree e sostenuti solo da un bicchiere di chinotto. I più fortunati, forse, una pizzetta con contorno di sigaretta, forse. Legati alla notizia da reporter di razza, martellanti, instancabili, onnipresenti, imprevedibili anche se spesso non previsti.

Turi Ragonese, Michelangelo Vizzini, Dino Stornello, Orietta Scardino: abbiamo nelle orecchie le loro voci che chiamavano per nome la diva o il divo di turno prima di scatenare l'emozionante, fibrillante tempesta di clic e di flash.

Qui ed ora, gli “orli” di quelle voci coincidono con il loro lavoro come lo scatto rubato a Sergio Leone, al Timeo (Orietta Scardino) o i due posati (Dino Stornello) a Jane Birkin. Sono stati almeno 200 le foto di ciascuno di loro opportunamente “scremate” dal curatore della mostra.

•  Qual è stato il criterio di scelta, prof. Marabello?

“Il racconto per immagini ha previsto due piani: il primo è il concetto di sequenza: foto posate (Stornello) e foto rubate (Scardino). Il secondo principio è il racconto del pubblico ovvero luoghi e piccole comunità intorno allo schermo che tanto dicono sulla storia del Festival del cinema. Attraversando la platea che lo ha seguito senza alcuna discriminazione, ecco attori e attrici seduti al cinema o al pub, da Tarantino ad Antonioni, Benigni e Giannini, Bertolucci e Ferreri. Ed ancora la sezione ‘Ritratti', posati e tuttavia concepiti all'interno di una logica in cui esiste una relazione tra lo sguardo dell'artista e quello del fotografo”.

Festival del cinema ma anche David di Donatello, Nastri d'Argento, Festival delle Nazioni. E' un diario fittissimo che odora di spirito internazionale.

E non senza sorrisi dinanzi a immagini che grondano sudore come la sequenza dedicata a Francis Ford Coppola (nel 2022, l'anno della polemica ché il regista o chi per lui che tanto ”doveva” alla Sicilia in termini di set e di cultura migrante, rifiutò di parlare alla stampa dell'isola…) stipato in macchinetta verso il Teatro antico mentre il Corso Umberto era madido di caldo. L'autrice è Orietta Scardino che firma anche il “gruppo di famiglia in un esterno” ovvero il “terribile” Malcolm McDowell di “Arancia meccanica” ormai papà tenero di un frugoletto tondo e fulvo allattato dalla giovane mamma di cui, l'ex temibile Alex copre il seno nell'ultima parte di sequenza.

•  Com'è cambiato il vostro modo di lavorare?

“Dalla camera oscura con selezione severissima delle 36 pose consentite dal rullino al digitale cambiano i passaggi di realizzazione – risponde Stornello – Ma non è cambiato il mio approccio con il soggetto da ritrarre: resta nostra priorità cogliere l'espressione, il momento e rigorosamente fuori dal personaggio e al di là del nome altisonante. E i ‘posati' funzionano se esiste complicità con il soggetto da fotografare”.

Il ritratto di Dominique Sanda, giovane e pensosa, la sequenza di Isabelle Huppert segnatamente in erba.

“Sono volti che raccontano da soli – commenta Carmelo Marabello – E sono sguardi perplessi o compiaciuti d'attrici o attori che diverranno famosi ma che qui non ne hanno alcuna contezza. In quegli sguardi ancora ignari c'è tutto il futuro possibile, loro semplicemente si esponevano ma le foto sono state e sono misteriosamente capaci di ‘vedere' il talento del poi. Sono quasi come cellule staminali, potevano diventare tutto”.

Carmelita Celi

18/7/2024

La foto del servizio è di Orietta Scardino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22/10/2022