RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Mahler e non solo

Il transito dalle proprie radici a nuovi approdi che, però, si rivelano trasformazioni meno radicali di quanto possa sembrare è il Leitmotiv della serata che ha aperto, a Dobbiaco, le Settimane Musicali Gustav Mahler. Genius loci per elezione della cittadina dolomitica, in cui villeggiò – e alacremente lavorò – nelle ultime tre estati della sua vita (1908-1910, morirà poi nella primavera del 1911), Mahler ebbe con la religione relazioni più pragmatiche che spirituali: ebreo non praticante, che introiettò la sua fede di origine in un rapporto di vivo interesse culturale, ma mai di devozione, si convertì al cattolicesimo per svolgere quegli incarichi istituzionali della vita musicale viennese che, altrimenti, gli sarebbero stati preclusi. Cinismo solo apparente, in un uomo dove la musica era già di per sé una scelta etica (fatte le debite proporzioni, l'agnosticismo di Furtwängler verso il regime nazista obbedì ai medesimi circuiti mentali) e nel quale la spiritualità passava solo attraverso l'esperienza compositiva. In qualche modo – la Storia si ripete, quella della musica non fa eccezioni – si trattò d'una replica, ottant'anni dopo, della parabola di Mendelssohn, la cui famiglia ebrea da una generazione si era votata al culto cristiano riformato: inevitabile che il passaggio dall'una all'altra fede rappresentasse, per lui, un'eredità familiare più che una convinzione.

Nella formidabile acustica dell'auditorium dobbiachese, situato all'interno di quello che era l'antico Grand Hotel, si è avuto appunto un concerto all'insegna, nella prima parte, della famiglia Mendelssohn – Felix e Fanny – cui dopo l'intervallo seguiva il Mahler della Quarta sinfonia: un'impaginazione che ha evidenziato l'interesse di questi autori per la musica vocale, pur lasciando ai margini (nel caso di Mendelssohn) o escludendo in toto (nel caso di Mahler) l'esperienza operistica; e che ha mantenuto, in filigrana, quel sottile filo dell'ebraismo – esecuzione affidata alla Jewish Chamber Orchestra Munich, soprano solista l'israeliana Chen Reiss – occhieggiante alle radici piuttosto che all'esperienza vissuta dei compositori. Inoltre (altro fil rouge che giustappone opposizioni e specularità) si è assistito un singolare rimescolamento degli organici nei brani in programma.

Da un lato, infatti, la Quarta è stata proposta nell'arrangiamento per orchestra da camera a cura di Ronald Kornfeil, che rende ancor più nitida quella che già all'origine è la più trasparente – come intelaiatura strumentale – sinfonia mahleriana. Dall'altro, si è irrobustita (o riportata alla sua concezione originaria?) Fanny Mendelssohn. Contrariamente al fratello, Fanny vide le proprie composizioni circoscritte alle pareti di casa e non poté disporre di ensemble orchestrali; tuttavia, qui si sono potuti ascoltare quattro suoi squisitissimi Lieder nell'arrangiamento per orchestra realizzato da Tal-Hail Samnon, giovane compositore e studioso di Tel Aviv, che “operistizza” una scrittura vocale costretta, sì, nelle griglie della musica domestica, ma che parrebbe pensata per il teatro. Lo si nota soprattutto nei due brani di più denso testo poetico, l'uno di Goethe, l'altro di Klopstock: ed essendo quest'ultimo anche l'autore dei versi della Seconda Sinfonia il gioco dei rimandi prosegue, creando un ulteriore aggancio mahleriano.

Resta invece nella sua fisionomia originaria la grande “Scena drammatica per soprano e orchestra” Infelice!, composta da Felix nel 1834, quasi in risposta – l'uno e l'altro sono testi metastasiani – a Ah, perfido! di Beethoven. Benché i due brani siano separati da quasi quarant'anni le parentele restano innegabili e, a conferma che un grande interprete è pure un grande ermeneuta, il canto di Chen Reiss (tra l'altro in perfetta dialettica con il violino solista di Tassilo Probst) lo rivela chiaramente. Il suo lirismo controllato anche all'interno di uno stile “agitato” e la sua arte del porgere di matrice liederistica, ma non priva d'intuizioni teatrali dall'inopinata drammaticità, mostrano veramente come Mendelssohn fu uno degli “inventori” del romanticismo: un musicista, cioè, che esplorò e restituì un nuovo linguaggio, senza tuttavia istituzionalizzarlo; anzi, con il cuore rivolto verso il soggettivismo romantico e le nuove istanze estetiche, ma la testa ancora protesa verso l'illuminismo beethoveniano e il classicismo metastasiano.

Le altre grandi qualità della Reiss – un'eleganza innata elusiva di compiacimenti ornamentali, un canto patetico sotto il segno più della malinconia che della sentimentalità – emergono invece nei Lieder di Fanny e nell'ultimo movimento (l'unico sinfonico-vocale) della Quarta . Naturalmente è in quest'ultima che meglio si colgono le caratteristiche della Jewish Chamber Orchestra (fiati intonatissimi, percussioni formidabili) e del suo direttore Daniel Grossmann: una lettura dalla brillantezza aggraziata e cesellata, dove la progressiva ascensione verso le regioni celesti descritta dalla partitura non fa venir meno le modulazioni ironiche e popolaresche. Anche se quello di Grossmann e dei suoi musicisti è un popolaresco sempre elegante, esattamente come la Volksmusik rappresentava – per Mahler – un esercizio di stile.

A mezza strada tra il folklore più genuino e la ricognizione etnomusicologica si colloca invece il secondo dei molti altri concerti in programma, scorporato tra una prima parte nella raccolta Sala degli Specchi e un proseguimento, più scanzonato, all'aria aperta nel parco sottostante. In pratica una cavalcata – soprattutto strumentale, ma in posizione sussidiaria anche canora – attraverso la civiltà musicale viennese dall'Ottocento ai giorni nostri, prendendo a punto di partenza quel singolare strumento (un ibrido tra violoncello e chitarra) che è l'arpeggione, nato giusto due secoli fa e, all'indomani dalla sua fabbricazione, sdoganato da Schubert.

Si è partiti proprio dalla sonata schubertiana per questo strumento (suonato dall'eclettico Peter Hudler, all'occorrenza pure violoncellista tout court e spiritoso vocalist), con il controcanto – anziché del pianoforte – di due strumenti ad alta semanticità etnica come la Schrammelharmonika (di caratteristiche diverse dalla tradizionale fisarmonica) e la Kontragitarre (o chitarra viennese), affidate all'ironia, ma pure alle colte spiegazioni, di Andreas Teufel e Daniel Fuchsberger, quest'ultimo poi impegnato anche con una rarissima cetra ad arco. Fra trascrizioni tanto azzardate quanto stimolanti, piccoli grandi classici e qualche virata cabarettistica la serata ha proseguito a lungo. Per una volta smentendo l'assioma che quando gli interpreti si divertono – e i tre musicisti erano visibilmente divertiti – il pubblico partecipa meno.

Paolo Patrizi

18/7/2024

La foto del servizio è di Max Verdoes.