RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Invettive musicali

di Nicolas Slonimsky

«Questa è un'antologia di attacchi critici ai compositori a partire dall'epoca di Beethoven. Il criterio selettivo è esattamente opposto a quello di un ufficio stampa: anziché scegliere una frase lusinghiera […], Invettive musicali riporta giudizi prevenuti, ingiusti, maleducati e singolarmente poco profetici».

Nicolas Slonimsky presenta da sé il suo libro (Adelphi, aprile 2025) con queste parole in testa a Il Rifiuto dell'Insolito, un capitolo a fondo volume. Quattrocentoventinove pagine, copertina giallo acceso e vignetta satirica a tutta pagina (Wilhelm Jahn, direttore dell'Hofoper di Vienna, calpestato da Gustav Mahler, ritratti da Theodor Zasche). La scelta editoriale non lo fa certo passare inosservato. Ma al di là del marketing, a non passare inosservato è sicuramente il contenuto: un florilegio di recensioni denigratorie di composizioni che oggi nessuno fatica a classificare come capolavori e di compositori che ebbero nella loro epoca la sventura di porsi come avanguardisti, coi due criteri rigorosi dell'ordine alfabetico per gli autori, da Beethoven a Webern, per una più agevole consultazione (passando per nomi pressoché caduti nel dimenticatoio come Ernest Bloch, Henry Cowell, Roy Harris, Wallingford Riegger, Carl Ruggles), e dell'ordine cronologico per le singole recensioni, reperite perlopiù negli archivi di istituzioni americane (Boston Public Library, Boston Symphony Orchestra, New York Public Library, Carl Van Vechten Collection presso la Fisk University).

Diciamolo: non è facile avere l'occhio lungo su queste cose, anzi, l'orecchio – Slonimsky parla di almeno quarant'anni affinché un pezzo inizi ad essere accettato; e in queste cose la miopia visiva può traslarsi a quella uditivo-temporale: una cosa troppo vicina non la si mette a fuoco: occorre l'adeguata distanza, fisica e temporale, come per le frasi di qualche lungimirante genitore accompagnate dal profetico e a volte fastidioso: «Poi capirai…». Giacomo Puccini fu acclamato in più di un'occasione, Giuseppe Verdi anche; ma qui leggiamo che, a suo tempo, il Rigoletto fece parlare di mancanza di melodia («Chi il crede?»), come la Carmen di Bizet (!). E allora, perché non definire «orgia di bruttezza e abominio» Una notte sul Monte Calvo di Musorgskij, «pornografia musicale» la Lady Macbeth di Šostakovic, e perché no, «escrementi» la produzione di Bartók? (Sul versante scatologico, Beethoven risponde per le rime: «Miserabile canaglia! Quello che io cago è meglio di quanto tu abbia mai pensato!»: contra Gottfried Weber à propos de La vittoria di Wellington). E quando le recensioni passano dall'argumentum ad rem – che portano a storpiare Le mal de mer per Debussy, Le massacre du printemps per Stravinskij o la Goddamnerung per Wagner – all'argumentum ad hominem, si sfocia nell'insulto vero e proprio: Debussy è uomo di una «singolare bruttezza», Reger «una specie di ciclope musicale, una creatura robusta e orribile […], uno scarafaggio miope, gonfio, con le labbra spesse e un'espressione cupa». E si potrebbe continuare.

Qua e là fanno capolino recensioni di compositori su altri compositori: se Hugo Wolf definisce Brahms «il più grande impostore di questo secolo e di tutti i millenni a venire», Cajkovskij rincara la dose apostrofandolo un «bastardo privo di talento». Strauss spara a zero su Wagner da giovane («Siegfried era abominevole. […] orribili dissonanze […] aborti di accordi […]»), ma poi ci ripensa più avanti («Mi chiedo se un giorno non si potranno lasciar perdere questi sciocchi giudizi da scolaretto inesperto»). D'altro canto, proprio su Strauss un critico espresse due pareri opposti sullo stesso brano a distanza di anni: la «poca inventiva» e il generale disappunto per il Don Juan espresso da Philip Hale nel 1891 si convertono in «una composizione brillante e coraggiosa» nel 1902. Qualcuno si redime, insomma.

Certo, oggi ne sorridiamo con sufficienza, sfogliando l'«Insultario», l'indice analitico degli insulti che chiude il libro, spassosetto anzichenò. Ma il sostrato umano intaccato dal misoneismo più radicale di questi critici e giornalisti inseguì anche lo stesso Slonimsky, al secolo Nikolaj Leonidovic Slonimskij (1894-1995), compositore , direttore e musicologo russo, figura oggi poco nota nel panorama italiano ma importantissima soprattutto negli Stati Uniti, ove si trasferì nel 1923, maestro di musica in gioventù dei figli del granduca Michail Romanov (fratello dello zar), amico d'infanzia di Skrjabin e più tardi di Edgar Varèse, il quale gli dedicò Ionisation (accurato il profilo biografico che ne traccia Carlo Boccadoro, a sua volta compositore e musicologo italiano contemporaneo, qui curatore del volume); e fu proprio in occasione dell'esecuzione di Ionisation che un certo Iona Lotta Bunk (che in inglese suona I own a lot of bunk, possiedo un mucchio di sciocchezze) recapitò a Slonimsky una cartolina, debitamente riportata nel libro: «sono ansioso di farle esaminare la mia composizione strumentata per due stufe e un lavandino. L'ho intitolata Sinfonia della commozione cerebrale […]».

Quale istitutore di stagioni concertistiche e promotore di avanguardie, Slonimsky fu bersaglio perfetto per questo genere di attacchi, e non stupisce che il maggior numero di pagine venga dedicato qui a Schönberg, Stravinskij e Wagner. Ma citando ancora una volta Beethoven, «Quanto ai r[ecensori] di Lipsia, si lasci pure che parlino; non saranno certo le loro chiacchiere a dare l'immortalità a chicchessia, come del resto non la toglieranno a nessuno, cui sia destinata da Apollo» (lettera all'editore F. A. Hoffmeister di Lipsia. Vienna, ca 15/01/1801; da Le lettere di Beethoven, a cura di E. Anderson, trad. di A. E. Howell e M. Gioia Alfieri. Torino, 1968).

Christian Speranza

27/8/2025