RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Le Nozze di Figaro nel labirinto dell'Eros

Nella sua declinazione del Figaro mozartiano, il regista Claus Guth materializza l'istintività priva di freni nella figura di un genio dell'Eros il quale, fornito di due piccole alette e abbigliato come un dispettoso scolaro, tira letteralmente le fila della vicenda e manovra i personaggi come fossero burattini in balia dei suoi capricci. Idea semplice ma efficace, che sostiene l'intero spettacolo visto al Teatro dell'Opera di Roma. La meravigliosa freschezza del capolavoro firmato da Mozart, con l'ausilio librettistico dell'abate Da Ponte, trova nella sua visione accenti di toccante umanità e di vivace plasticità teatrale. Le scene e i costumi di Christian Schmidt, nel loro aspetto minimale e di sublime eleganza, assecondano perfettamente l'impostazione registica. La scena unica, con la scalinata di un palazzo nobiliare, dona coesione a una vicenda che trascende il gioco di imbrogli e svelamenti imposto dalla commedia per tradursi in ammirevole linearità drammaturgica. Il regista tedesco sembra attratto da certe atmosfere nordiche che richiamano il cinema di Ingmar Bergman, pervaso dalle segrete dinamiche del desiderio; ne scaturisce un dramma di emozioni colmo di ironia e scevro da qualsiasi giudizio morale. L'allestimento risale al 2006, quando andò in scena al Festival di Salisburgo per passare successivamente alla Canadian Opera Company e al Teatro Real di Madrid. Chi scrive ebbe la fortuna di vederlo nella città natale di Mozart nel lontano 2011, in una versione rifinita e rivista in alcuni particolari rispetto al suo esordio.

Spettacolo ancora convincente nonostante il trascorrere del tempo, che ha l'indubbio merito di svelare la profondità passionale che si cela dietro le apparentemente algide architetture della classicità. Inquietanti corvi popolano il palazzo, a materializzare le pulsioni erotiche più recondite. Piume scendono dall'alto, forse a simboleggiare la perdita dell'innocenza. A conclusione del secondo atto la scena si trasforma in una sorta di enorme lavagna, sulla quale una mano ignota esplicita graficamente la confusione emotiva che alberga nell'animo dei personaggi. Nel quarto atto i dedali del giardino vengono solo evocati da proiezioni ondivaghe, che alludono agli abissi dell'animo umano, mentre il rispecchiarsi delle scalinate richiama le prospettive impossibili di Escher. Un doppio capovolto di Figaro raffigura la dualità dell'esistenza. Nel finale il ripristino dell'ordine, con i personaggi che sfuggono agli incanti di Eros, è solo apparente.

Alterna l'esecuzione musicale. Il giovane Emmanuel Tjeknavorian dirige in maniera discontinua. Esordisce con una ouverture davvero pesante, mentre nei primi due atti gli equilibri con il palcoscenico appaiono piuttosto precari, a testimoniare di una concertazione incerta. Manca, inoltre, la sublime caratterizzazione di alcuni brani; nell'aria di Cherubino “non so più cosa son, cosa faccio”, ad esempio, l'urgenza sensuale latita, mentre nelle arie della Contessa, fra le pagine più alte nell'intera storia della musica, invano abbiamo atteso l'amara rassegnazione intessuta di dolcezza che dovrebbe avvolgere il canto. Le cose migliorano negli ultimi due atti, nei quali Tjeknavorian sembra finalmente aver preso le misure offrendo una lettura di classico nitore, anche se non particolarmente fantasiosa. Riguardo il cast, su tutti emerge la Susanna sensibile e ben cantata di Martina Russomanno. Roberta Mantegna è una Contessa matronale, alla quale mancano i toni di elegiaca malinconia. Elmina Hasan ben rende le oscillazioni emotive di Cherubino, ma avrebbe potuto fare di più con altra bacchetta. Erwin Schrott convince nei panni di Figaro, mentre Germán Olvera è un Conte un poco approssimativo nel fraseggio. Ottima la Marcellina di Monica Bacelli, mentre Roberto Scandiuzzi è un Bartolo ormai usurato e a disagio nel canto sillabato. Fresca e spigliata la Barbarina di Jessica Ricci, dal meritevole progetto Fabbrica del Teatro. Apprezzabili gli altri. Una menzione merita infine Uli Kirsch nel ruolo del deus ex machina, ovverosia del capriccioso Eros, metafora dell'anelito verso la felicità, come ebbe a scrivere Massimo Mila. Buon successo di pubblico in occasione della recita del 19 settembre scorso.

Riccardo Cenci

22/9/2026

La foto del servizio è di Fabrizio Sansoni.