Alla Scala il Crepuscolo
moderno e vibrante di Soddy 
La Tetralogia wagneriana si apre con il primo vagito di un mondo che nasce, subito macchiato dal manifestarsi del peccato, e si conclude nella Götterdämmerung con un fragoroso schianto, viatico al sorgere di un mondo rinnovato. Nel suo cimento scaligero, David McVicar ha l'indubbio merito di aver eluso ogni sovrapposizione ideologica e qualsiasi interpretazione politica che, nel corso del tempo, hanno sovraccaricato l'immenso edificio del Ring, riportando l'attenzione sul mito e sulla musica quale veicolo della narrazione. Le scene, create dal regista stesso insieme ad Hannah Postlethwaite, delineano i tratti di un mondo barbarico e oscuro, segnato dall'inganno e dalla violenza. Dal punto di vista prettamente estetico non tutto funziona. Il grande teschio d'oro, ad esempio, fa molto Indiana Jones, mentre i pali ai quali sono appese le maschere nel secondo atto hanno qualcosa di disturbante nella loro anacronistica modernità. Il prologo si apre sul medesimo scenario con il quale si era concluso il Siegfried, mostrando una rupe dalle vaghe fattezze wagneriane a ospitare il duetto fra la bella risvegliata e l'eroe impavido. La rocca dei Ghibicunghi recupera gli elementi che vedemmo in Die Walküre, con ampie catene a simboleggiare i lacci che costringono i protagonisti . L'eroe libero diviene una marionetta nelle mani degli altri. Dopo aver bevuto la pozione dell'oblio, Siegfried dimentica ogni cosa, persino il proprio amore per la Walkiria appena destata dal suo lungo sonno, generando quella confusione fra realtà e apparenza che è il motore della tragedia. Il venir meno della dialettica è funzionale al compimento dell'azione. Il filtro è il simbolo dell'irriducibile dicotomia fra la ragione e l'istinto. L'eroe, libero dal groviglio dei patti che ha annientato Wotan, è vulnerabile proprio in quanto immemore del passato, radicato nell'effimero. Le maschere portate in scena prima dell'incendio sono i simulacri di una realtà estinta, le rovine di un mondo ormai sul baratro del nulla. Toccante l'addio di Brünnhilde al cavallo Grane, incarnato da un uomo che indossa una struttura metallica e arti bionici. Questi, spogliato di ogni orpello, la segue nell'olocausto conclusivo, quasi a rivelare l'umano che si cela nell'apparenza animalesca. Un tocco di poesia che contrasta con altri dettagli più prosaici. Se il vero eroe tragico del Ring è Wotan, mostrarlo mentre precipita dalle scale del Walhalla in fiamme appare un poco didascalico. Nel finale del dramma un danzatore prosegue le proprie arcane movenze anche dopo lo spegnersi della musica, generando confusione nel pubblico riguardo il momento propizio all'applauso liberatorio. Il ballerino, in realtà, simboleggia l'oro, il suo ritorno alla natura dopo essere stato sottratto alla cupidigia degli uomini e degli Dei. In tal senso l'azione supera la fine del dramma, in un'ottica ciclica di ripetizione infinita.
Riguardo il cast, Camilla Nylund è una Brünnhilde di notevole caratura, appena un poco oscillante in alcune ampie arcate vocali, comunque di grande spessore sonoro. Dal punto di vista interpretativo riesce a svelare i diversi atteggiamenti della donna innamorata, in seguito tradita, desiderosa di vendetta e annientata dall'inevitabile catastrofe. Solo in lei, come giustamente scrive Dahlhaus, “la libertà prende coscienza di sé”. Le sta accanto il Siegfried argenteo e giovanile di Klaus Florian Vogt. Se la voce non ha gli accenti eroici che il ruolo richiederebbe, il timbro chiaro ben delinea la fragilità del protagonista, costantemente in balia degli eventi. Nina Stemme dona inusitato rilievo all'intervento di Waltraute, breve ma importante nell'economia drammatica. A dispetto dell'età sfoggia un timbro intatto, un accento scultoreo, una dizione precisa, un fraseggio oltremodo incisivo e pregno di sfumature. La Stemme, che solo una manciata di anni fa era la Brünnhilde di riferimento, si dimostra ancora una volta artista di gran classe. Günther Groissböck è un Hagen a tratti rozzo nell'emissione, comunque perfettamente credibile nei panni del guerriero protervo. Il Gunther di Russell Braun è più vulnerabile che nobile, mentre eccellente appare la Gutrune di Olga Bezsmertna, impegnata anche come terza Norna. Eccellente l'Alberich di Johannes Martin Kränzle, buone le Norne e le figlie del Reno. Punto di forza di questa edizione è la lettura di Alexander Soddy. Il direttore britannico offre un'interpretazione vibrante nel passo narrativo, frastagliata nelle dinamiche e screziata da cangianti cromatismi. Il complesso tessuto motivico viene dipanato con estrema chiarezza, senza mai apparire algido ed evitando ogni tentazione retorica. Si pensi alla marcia funebre di Siegfried, toccante senza parossismi sonori o effetti superflui. L'orchestra, in grande spolvero, mostra totale sintonia con il suo direttore. Distante da qualsiasi ieratica monumentalità, il Wagner di Soddy appare estremamente moderno nel suo inesorabile incedere drammatico. Il Ring verrà ripreso in due cicli completi il prossimo marzo. Sul podio si alterneranno lo stesso Soddy e Simone Young.
La nostra recensione si riferisce alla recita dell'8 febbraio. Riccardo Cenci
12/2/2026
La foto del servizio è di Brescia e Amisano © Teatro alla Scala.
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