Talenti rampanti per Donizetti
Trame giocose ma venate da spunti di riflessione e una musica spigliata e sorgiva: questi gli ingredienti che hanno permesso a giovani cantanti e giovani direttori di mettersi alla prova venerdì 25 e sabato 26 settembre 2026 presso la Sala Verdi dell'omonimo Conservatorio milanese. In scena un dittico di operine in un atto di Gaetano Donizetti: Rita e Betly.
Due opere accomunate dalla presenza di figure femminili forti, Rita e Betly per l'appunto, che pur nella cornice un po' farsesca sanno far valere i loro diritti («[…] donne emancipate, volitive, decise a difendere la propria libertà anche attraverso l'indipendenza economica. Due giovani imprenditrici, diremmo oggi»); proprio questo tratto, fortemente voluto e sottolineato dalla regista Laura Cosso, di cui si son riportate le parole, è alla base della trasposizione geografica e temporale dell'allestimento, che, grazie anche al nutrito stuolo di assistenti auto-registi, ha previsto Rita ambientata nel secondo dopoguerra e Betly negli anni Sessanta-Settanta, una generazione dopo, assimilando l'oltralpe delle ambientazioni originarie alla bergamasca: due epoche in cui i valori femministi hanno visto una loro renaissance. Non solo: accomuna le due opere la presenza di una figura maschile dispotica, autoritaria e manesca, il Gasparo della Rita e il Max della Betly. L'inversione del dato cronologico di composizione – Rita è del 1841, Betly del 1836 – ha permesso nella finzione scenica una curiosa liaison di personaggi: come alcune creature di Balzac trasmigrano da un romanzo all'altro della Comédie humaine, così qui Rita si ritrova a far da confidente e madrina di Betly, a sottolineare il legame quantomeno ideale delle due figure (sarebbe stato interessante un cammeo di Nemorino, data la sua affinità col personaggio di Daniele, entrambi sempliciotti di buon cuore che il rifiuto amoroso induce a imbracciare il fucile: d'altro canto L'elisir d'amore precede Betly di appena quattro anni e l'intreccio era ancora fresco nella mente di Donizetti, il cui libretto egli stesso si scrisse; per quanto riguarda Rita, invece, si è fatto ricorso alla traduzione italiana di Enrico Colosimo dell'originale francese di Gustave Vaëz, rielaborando ex novo i dialoghi delle parti parlate per adattarli al contesto).
La soluzione di Elisabeth Bohr prevede un'ambientazione statica, data l'impossibilità di un cambio scena in un auditorium (la produzione avrebbe dovuto calcare il palcoscenico del Teatro Carcano, ma impreviste difficoltà sorte all'ultimo hanno fatto ripiegare sulla Sala Verdi: onore al merito, perciò, di aver riadattato il tutto in poco tempo! ): colori pastello soffondono la sala di riposanti nuance ben tra loro armonizzate, alla cui valorizzazione contribuisce, anche per la sottolineatura dei colpi di scena, l'illuminotecnica appropriata di Salvatore Mancinelli (light designer), Andrea Potenza (tecnico luci) ed Elisabetta Panico (maestro alle luci): un verde prato, ornato da grandi foglie stilizzate sulla sinistra, dà spazio all'azione, limitata sulla destra da una costruzione bianca che funge da locanda di Rita e da capanna di Betly; piccoli accorgimenti in termini di costumi, sempre a cura di Elisabeth Bohr, contribuiscono all'illusione di cambio d'epoca, così come i manifesti alla parete visibile della casetta passano dalle linee spigolose della grafica comunista anni Quaranta di “Lavoratrici di tutto il mondo unitevi!” di Rita alle più morbide e policrome linee hippie di “Let the music set you free” di Betly. Ma tale staticità di scena non ha impedito di movimentarne l'assetto con pochi oggetti, un tavolo, qualche sedia, una bicicletta, né di sfruttare lo spazio a disposizione, muovendo i personaggi in modo da dar luogo a divertenti gag e nel contempo da tratteggiarne efficacemente caratteri e caratteristiche: il tutto basato sulle notevoli capacità attoriali degli artisti coinvolti.
Gli artisti coinvolti, per l'appunto. La disamina dei protagonisti sarà giocoforza parziale, essendo le due serate animate da cast differenti. La Rita del 26 settembre prende avvio: e fin da subito si apprezza, di Giulia Di Iorio, impegnata nel rôle titre, la flessuosità e la morbidezza della voce, che le consente agilità controllate e prudenti, una voce fresca, sonora, ben impostata e ben porta, di maliosa rotondità e, si intuisce, di un certo peso drammatico se inserita in altro contesto. A ciò si coniuga un'attorialità spontanea e convincente. Come convincente è anche il Gasparo di Alberto Parola: il look alla Smooth Criminal di Michael Jackson definisce un carattere estroso, sopra le righe, e ad una estrosità un po' sbruffona e volutamente artificiosa si impronta di conseguenza la sua recitazione. Baritono parlante e comunicativo, agile e timbricamente non troppo scuro, disimpegna il ruolo con perizia e dedizione, stando attento a fraseggiare con grazia e a pesare la sillaba. Voce ancora da maturare invece per il tenore Guan Yu Wu nel ruolo di Beppe. Il timbro molto chiaro gli potrebbe indicare un futuro da belcantista più rossiniano che donizettiano, ma restano da valutare le agilità. I centri sono ben dominati, ma gli acuti si stimbrano, si schiariscono, rasentando il falsetto. La barriera linguistica si percepisce in una dizione ancora da perfezionare, ma è comprensibile; quasi naturale invece la prestazione attoriale, nei panni del timido e goffo mari battu.
 È da sottolineare che si tratta di un cast giovane, che ha appena iniziato a trovare la sua strada; e fa piacere assistere a queste prime prove pubbliche, cui le successive monderanno i difetti attuali. Anche per quanto riguarda i direttori, uno per opera. A dirigere Rita, alla testa dell'Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano, è Davide Nunzio Falci, allievo del compianto e da poco scomparso Antonino Fogliani. E da questa filiazione artistica si capiscono molte cose. Come ai collaboratori dei collaboratori di Erdos erano assegnati numeri via via crescenti, Falci potrebbe essere definito col “numero di Gelmetti” 2, essendo stato quest'ultimo maestro del suo maestro. E da Fogliani voglio credere che abbia ereditato l'attenzione al dettaglio dell'orchestrazione, alla concertazione sempre tesa a valorizzare le voci senza affossare il dato strumentale, che si mantiene in equilibrato dialogo con le stesse : l'incalzo orchestrale al rompersi di una tazza (e in generale ai frequenti ritmi ballabili), il rilievo dato ai corni sotto la cavatina di Rita, al fagotto sornione, ironico e parodico sotto l'intervento di Gasparo o ai clarinetti sotto il duetto Gasparo-Beppe, ad esempio, testimoniano di questa attenzione; e nell' ensemble de perplexité, dove le luci virano improvvisamente al blu, il senso di sorpresa e sospensione si comunica in modo palpabile.
Diverso è il caso di Betly. A cominciare dal tenore. Impegnato quale Daniele, Tingzheng Yan è un'altra pasta di voce, più corposa, più calda, pulita nell'emissione, di buon squillo, con un non trascurabile afflato partecipativo nella parte. Anche qui, scusabili ma migliorabili difetti di dizione. Molto bene anche per il Max di Francesco Crippa (al quale, tanto, per rifarsi a quanto detto prima, Donizetti stende il tappeto di una marcetta imparentata con quella che introduce Belcore), baritono aggraziato, fluido e musicale, timbrato e solido, anche se non troppo scuro, accomunato al Gasparo di Rita da una recitazione tronfia e vanagloriosa, qui accresciuta dal prestigio militare – curioso a questo proposito che, nonostante proclami che la donna debba fare la donna, debba sposarsi e badare al focolare domestico, nelle sue truppe in mimetica militi… una donna! Il che, se oggi non fa più scandalo, lo avrebbe fatto all'epoca in cui è ambientata l'opera (o dovremmo pensare a una sorta di Mulan bergamasca, a una Leonora da tutti creduta un Fidelio?). La soldatessa, sia detto per inciso, fa parte, come il resto della truppa, del Coro di studenti e studentesse delle Classi di Canto del Conservatorio, che si esibiscono con la collaborazione di Edoardo Cazzaniga e ben riescono nell'intento. E poi c'è lei: Betly. Una spanna sopra gli altri, spigliatissima e naturalissima nella recitazione, grinta ed energia da vendere, la Betly di Olga Rigamonti è un concentrato travolgente di simpatia (e bravura) scenica e apprezzabile tecnica belcantistica, sorretta da una voce brillante, smaltata, dallo squillo pronunciato. Rispetto alla collega si notano scaglie di cristallo che fanno il suo strumento un poco più pungente (e la voce della Di Iorio si svela retrospettivamente più scura e se ne riconferma la vellutosità), ma anche più portato per le agilità di questo repertorio – e pace se nel rondò finale i difficili passaggi in tessitura acuta non sempre riescono sempre pulitissimi: i picchettati valgano a mantenerne alto il giudizio.
Due direttori, due modi di sentire l'orchestra. Se la direzione di Falci era più analitica nel senso di un maggior scavo nel dettaglio, quella di Robin Sansen Calderò si afferma per un suono orchestrale più pieno, più compatto e anche più potente, a parità di organico, con minor rilievo del dettaglio ma con maggiore energia complessiva. La concertazione è anche in questo caso attenta e le voci vengono privilegiate, ma vi è più verve, e nei concertati vi è la tendenza a trattare le voci come strumenti, assimilandoli a componenti dell'orchestra. Nel complesso, sopra e sotto, una direzione a suo modo anch'essa efficace e funzionale. Il confronto risulta senz'altro interessante, e chissà che queste prove valgano a contribuire alla scelta futura di un proprio repertorio d'elezione. Nel frattempo, i numerosi applausi al termine di entrambe le recite costituiscano un grato ricordo per le incipienti carriere di questi giovani talenti rampanti.
Christian Speranza
5/10/2026
Le foto del servizio sono di Duna Quilghini.
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