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Teatro da camera (da letto) 
Doppio quadrilatero borghese: lui, lei e l'altro, più la cameriera. Quest'ultima non come parte attiva del ménage erotico, ma sua desolata e polemica testimone. Il dittico programmato alla Kammeroper di Vienna (il secondo palcoscenico, deputato alle operine cameristiche, del Theater an der Wien) compie quel prodigio d'impaginazione intelligente che ogni spettacolo composto da più tasselli dovrebbe realizzare: un prodotto musicale travalicante le partiture che lo compongono, una creazione teatrale più grande dei suoi addendi. Sarebbe troppo ottimistico attribuire status di capolavori a Lady Magnesia di Mieczyslaw Weinberg e Zweimal Alexander di Bohuslav Martinu, ma la loro emulsione – complici il talento miscelatorio della direttrice Irene Delgado-Jiménez e della regista Anna Bernreitner – dà vita a uno spettacolo che gratifica l'orecchio, appaga l'occhio e stimola la mente. La stessa genesi è sintomatica della perifericità che questi atti unici ebbero nelle parabole dei loro autori: il primo scritto nel 1975, ma con prima esecuzione postuma nel 2009; l'altro composto nel 1937 e andato in scena – Martinu se n'era andato da un lustro – solo nel 1964. Dunque, da un lato, un lavoro che si colloca al centro di quegli anni Settanta operisticamente più citazionisti che creativi, più aforistici che plastici; dall'altro una partitura – non a caso di quasi quarant'anni precedente – ancora fiduciosa nell'ontologia dello “strumento opera” e di maggior costruttività, dove le reminiscenze mozartiane non sono esercizio di stile ma schietta urgenza espressiva. E ancora: Lady Magnesia con un libretto in russo dello stesso Weinberg, che in un'oretta di musica accorpa e semplifica il George Bernard Shaw sempre icastico ma meno penetrante del solito di Passion, Poison and Petrifaction; laddove Zweimal Alexander nasce invece con un libretto in francese di André Wurmser: così come molto francese è il suo surrealismo anni Trenta e il suo umorismo tutto di testa, di quelli dove a divertirsi è più l'autore che il pubblico.
D'altronde si sa che la traduzione più bella è la più infedele: trasposte in versione ritmica tedesca e fatte rivivere quando i rispettivi autori non solo erano morti, ma connotati ormai da altri linguaggi e altre drammaturgie musicali, le operine hanno riacquistato fragranza. E ora, accorpate, mostrano un percorso teatrale unitario, dove una pruderie vittoriana convive con un illuminismo dapontiano (Così fan tutte è la punta dell'iceberg, ma c'è dell'altro) e il cerebrale si stempera nella pochade. Le simmetrie restano cospicue – consentendo di mettere al servizio delle due partiture i medesimi quattro cantanti – senza essere però assolute, e anche questo contribuisce a evitare soverchie artificiosità: padrona di casa e cameriera richiedono soprano e mezzosoprano in entrambi i lavori, ma marito e amante sono tenore e baritono in Weinberg e l'opposto in Martinu; mentre il perfetto quadrilatero di Lady Magnesia si espande a pentagono in Zweimal Alexander, con l'innesto surreale del quadro parlante in chiave di basso.
La concertazione della Delgado-Jiménez evidenzia l'eterogeneità dei materiali di Weinberg – musica colta, citazioni pop, innesti elettronici – senza scantonare nel dispersivo o divisionistico, così come restituisce la maggior fluidità della narrazione musicale di Martinu: nell'uno e nell'altro caso, il canto viene sempre perfettamente sostenuto e gli straordinari artisti chiamati di volta in volta a intonare, vocalizzare o declamare le parole dei libretti hanno agio di dispiegare tutto il loro talento di “attori vocali” e attori tout court. Dunque il soprano Josefine Göhmann restituisce ora i pruriti di moglie insoddisfatta, e ora le infedeltà di consorte spinta al tradimento dagli stessi esperimenti mentali del marito, con aplomb tanto più decoroso quanto più esilarante; mostrandosi al contempo provetta belcantista sui generis, con i suoi esilaranti vocalizzi orgasmici. Peter Kirk – mattatoriale marito in Weinberg e più defilato spasimante in Martinu – è tenore chiarissimo nel timbro, penetrantissimo nelle ascese acute di perorazione gelosa o profferta amorosa, agile e snodato nel suo irrefrenabile gioco scenico. Jacob Phillips offre una declinazione quasi parodistica della grande baritonalità melodrammatica, mettendo la sua voce di timbro e volume robustissimi al servizio di una scrittura vocale postmoderna; e ne derivano due ritratti divertentissimi, sia che incarni il vagheggino trasformato in convitato di pietra dagli scherzi del caso, sia che si sdoppi nel duplice Alessandro (lo Zweimal Alexander del titolo) che deve mettere alla prova la fedeltà della moglie. Mentre Wilma Kvamme – mezzosoprano da riascoltare in cimenti mozartiani e rossiniani – è una cameriera archetipica, ora shakespeariana (se Lady Magnesia riecheggia il rapporto Otello-Desdemona, la fantesca Phyllis ricalca la devota Emilia) ora goldoniana, vittima sacrificale in Weinberg e sedotta dall'eros sperimentale dei padroni in Martinu.
Il basso Timothy Edlin, infine, ottempera con spirito al suo piccolo ruolo di quadro vivente e commentatore, sebbene la regia della Bernreitner – con un surplus di artificio – raddoppi questo personaggio incorniciato, creando un pendant allo sdoppiamento dello Zweimal Alexander eponimo (a farsene carico è l'attore-cantante Johann Ebert). Nonostante questa piccola forzatura, anche la messinscena è stata risolutiva per l'esito eccellente dello spettacolo: scene e costumi di Manfred Reiner – letti e lampadari antropomorfizzati, occhiali con pupille sovradimensionate, un fondale alla Magritte – contribuiscono a svelare, più che a illustrare, l'assurdo; le coreografie di Steffi Wieser valorizzano, soprattutto in Weinberg, la dialettica tra musica e movimenti scenici; mentre la Bernreitner assembla il tutto con scioltezza, e quel minimo di didascalismo psicanalitico viene corretto dall'ironia. Nove recite fino al 19 giugno, pubblico entusiasta, ma anche l'ombra della chiusura: pure a Vienna i tagli alla cultura sono quel che sono, adesso la Kammeroper chiuderà almeno per un anno, questa potrebbe essere la sua ultima produzione.
Paolo Patrizi
23/6/2026
La foto del servizio è di Herwig Prammer.
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