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Puritani… al massimo! 
Chiunque sia un abituale fruitore dell'opera lirica non poteva non avere giuste e ben fondate riserve sull'allestimento de I Puritani, come di qualsiasi altro melodramma, in una location come il teatro Metropolitan di Catania, in origine un cineteatro dall'acustica non certo eccellente e dal palcoscenico non proprio adatto alla gestione dei voluminosi fondali e delle imponenti masse richieste da un'opera ottocentesca. Tale spostamento, resosi necessario per lavori di restauro ormai da tempo indifferibili della sala del Sada, è stato tuttavia accolto dal pubblico con garbata rassegnazione, nella speranza che il risultato fosse almeno accettabile e non troppo deplorevole per l'udito. Va detto che tutto lo staff tecnico del Bellini di Catania ha fatto il possibile per evitare eccessivi disagi agli abbonati nella gestione dei posti e che, tolta la disadorna modernità della location, il pubblico non sembrava così tanto scontento della situazione la sera del debutto del 23 settembre, anche perché I Puritani, originariamente inseriti nella stagione lirica 2026 del Bellini di Catania, sono poi confluiti all'interno del Bellini International Context, la kermesse giunta ormai alla sesta edizione che ogni anno si svolge tra i principali capoluoghi siciliani tra settembre e la prima decade di ottobre in onore del Cigno catanese, il che ha permesso un ulteriore allargamento nella disponibilità di posti a un prezzo parecchio agevolato, cosa per la quale la notevole capienza del Metropolitan si è rivelata un grande vantaggio.
Fatta questa necessaria premessa, va innanzitutto detto che sia la regia che la scenografia, ma soprattutto la direzione orchestrale, si sono adoperate in ogni modo per smussare ogni prevedibile asperità scenica e fonica, e con risultati assolutamente apprezzabili. Sul versante visivo, le scene e i video di Arcangelo Mazza, tesi a evitare sia ogni ingombro superfluo per lasciare la più ampia libertà di movimento alle masse corali e ai solisti, sia a conferire maggiore profondità al palcoscenico grazie a immagini proiettate sul fondo che creavano dei trompe-l'oeil perfettamente idonei a suggerire un'estensione spaziale che faceva in parte dimenticare le angustie del proscenio sul quale agivano i cantanti, si sono rivelati un ausilio prezioso per l'essenziale regia di Renato Bonajuto che, pur limitando il più possibile i movimenti della massa corale, è riuscita a evitare le secche di un'eccessiva fissità e di movenze stereotipe per i solisti, trovando anzi il modo di seguitare e approfondire la drammaticità della vicenda, in special modo in tutta la scena della follia, con soluzioni, quale quella di Elvira che abbraccia appassionatamente Riccardo scambiandolo per Arturo, che hanno creato momenti di autentico pathos, slargando appieno la commossa tragicità del delirio della giovane donna. Storicamente adeguati i costumi di Giovanna Adelaide Giorgianni, rigorosamente neri per i Puritani, sui quali si stagliavano nette le vesti chiare e fluttuanti di Elvira e la sgargiante mise sui toni del rosso di Arturo nel primo atto, quasi a far emergere la totale estraneità della passione amorosa alle beghe e agli intrighi politico-religiosi.
Sul versante musicale, non si può negare che Fabrizio Maria Carminati, al quale era affidata la conduzione dell'orchestra del Bellini, non sia riuscito a realizzare quasi un miracolo di equilibrio fonico, sia riducendo in parte l'organico, sia soprattutto adeguando le sonorità a un ambiente assolutamente inadatto a una grande compagine orchestrale, cosicché il riverbero (che si immaginava quasi fatale) era pressoché assente, il che si traduceva in assenza di qualsiasi disturbo acustico negli ascoltatori, soprattutto nelle prime file. Va altresì evidenziato che tale perizia da parte del direttore ha permesso ancora una volta di gustare pienamente i risultati di un'attenta concertazione e di un accurato lavoro sulle sezioni orchestrali, cosa che si è tradotta in un nitido e accurato attacco e rilascio del suono, in un superiore equilibrio di tutti i tempi dell'opera, senza scompensi tra le parti più marziali e quelle più elegiache, in una cura particolare nel venire incontro alle esigenze dei cantanti, e soprattutto in quella fedeltà al dettato belliniano tipica di grandi direttori d'orchestra che, come Tullio Serafin e Antonino Votto, hanno fatto realmente la storia degli anni d'oro della renaissance belliniana. Pregevoli gli interventi dei corni francesi e l'assolo di arpa che precede la romanza del trovatore nel terzo atto. Il coro, istruito da Gianbartolo Porretta, si è mosso sulla stessa linea, evitando sonorità eccessive e roboanti.
 Quanto al cast vocale, non ci si poteva davvero aspettare di meglio, a partire da Jessica Pratt che, nel ruolo della protagonista, ha confermato appieno quelle doti canore e tecniche che potrebbero essere descritte adeguatamente solo da un trattato di canto di cellettiana memoria: estrema sicurezza negli acuti, filati magistrali, ottimo controllo vocale e una nuova vis drammatica che è riuscita a commuovere l'uditorio e a eviscerare tutti i tratti più dolenti di una giovane donna innamorata che sprofonda in un delirio cupo, angoscioso, ma al tempo stesso a tratti illuminato da una fugace speranza che rende ancor più tragico il tornare a immergersi negli abissi della delusione amorosa.
Dmitry Korchak, Arturo, pur dando prova di ottime doti canore che gli hanno senz'altro meritato il prestigioso premio Viñas di Barcellona, non è riuscito a trovare il giusto equilibrio nella celebre cavatina “A te, o cara”, momento a dire il vero difficilissimo per quasi tutti i tenori, forzando un po' più del dovuto sul versante eroico e trascurando quella dolcezza di emissione e quella più accurata cesellatura delle sonorità che dovrebbero fare di questo istante il vero e proprio canto dell'amore trionfante e non una marziale entrata in scena del tenore. Molto meglio tutto il terzo atto, dove Korchak si è abbandonato al puro slancio lirico, insistendo sulla morbidezza dell'emissione, su un'attenta agogica che si è tradotta in mezzevoci magistrali e in legati che hanno fatto di “A una fonte afflitto e solo” uno dei momenti più alti della sua interpretazione.
Carlo Lepore, nel ruolo di Sir Giorgio Valton, ha infuso alla sua parte di anziano belliniano, dolce e comprensivo, lontano anni luce dai parenti verdiani, tutta l'affettuosa partecipazione alle vicende amorose di Elvira che la sua parte richiede, tratteggiando dolorosamente il dramma della follia nella celebre “Cinta di rose e col bel crin disciolto”, ma trovando al tempo stesso accenti marziali e assolutamente incisivi nella scena seguente con Riccardo, scena che si conclude con l'impetuoso “Suoni la tromba”, cantato in duetto col baritono Christian Federici, che era stato Riccardo anche nell'edizione de I Puritani del 2023. In questa sua seconda prova nei panni dell'infelice innamorato, Federici ha saputo ancora una volta trovare un equilibrio perfetto tra l'aspetto elegiaco e quello marziale e irruento, coadiuvato sia dalla morbidezza e dal timbro suadente della sua voce, dotata anche di una possente zona media, qualità che gli hanno consentito sia di eseguire con maestria gli stupendi legati della sua cavatina, sia di rivelarsi energico e a tratti perfidamente ostinato nel duetto con sir Giorgio, mentre una notevole maturazione drammaturgica gli ha consentito di rendere appieno, anche gestualmente, sia l'attonito stupore e il dolore richiesto nella scena della follia, sia il progressivo palesarsi del rimorso che incombe su di lui all'inizio della scena quarta del secondo atto, preannunciato da quel “Il rival salvar tu devi” intonato da Giorgio e seguito dalle cupe immagini dei fantasmi di Elvira e Arturo che perseguiteranno Riccardo.
Di buon livello anche tutti i comprimari, da Gaetano Triscari, Lord Gualtiero Valton, a Marco Puggioni, Sir Bruno Roberton, mentre un plauso particolare va ad Anna Pennisi, nel ruolo di Enrichetta di Francia, in cui ha manifestato ancora una volta le sue notevoli doti canore.
In limine, un doveroso appunto va fatto all'amministrazione comunale, visto che, in previsione di un tale evento, che costituisce certamente un fiore all'occhiello e un vanto per la nostra città, non ha pensato a ripristinare l'illuminazione stradale in tutta la zona circostante largo Paisiello e via Tomaselli, col risultato che il pubblico, uscito a tarda notte dal teatro, si è dovuto avventurare per riprendere le auto in una zona totalmente al buio, cosa che, se non va bene nemmeno in tempi normali, è quanto mai deplorevole in un'occasione come questa.
Repliche sino al 1° ottobre.
Giuliana Cutore
24/9/2026
Le foto del servizio sono di Giacomo Orlando.
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