Amazilia è anche un uccello
 Il papavero è anche un fiore recitava il titolo d'un film di Terence Young (il regista dei primi James Bond), incentrato su una Sezione Narcotici alle prese con un traffico di stupefacenti: e qui il riferimento era alla papaverina contenuta nell'oppio. Pure Amazilia dev'essere stato – negli intenti del libretto di Giovanni Schmidt – un titolo multiuso, capace di rinviare a differenti sollecitazioni: ornitologicamente, si tratta di un uccello appartenente alla famiglia dei colibrì; ma, dato che tale volatile è diffuso nelle zone tropicali del Centro America, lo si è trasformato nel nome della protagonista di un melodramma a sfondo esotico, tra nativi invasi da conquistadores spagnoli assai più illuminati di quanto la Storia non ci abbia in realtà mostrato. Pazienza poi se il librettista ha perpetrato al riguardo non solo un falso storico (in questo gli tiene compagnia il Fernand Cortez di Spontini), ma anche un guazzabuglio geografico (qui non siamo in Costa Rica o El Salvador, bensì più a nord, negli Stati Uniti meridionali, in un'improbabile zona di confine tra la tribù della Louisiana e quella della Florida – stati che, in realtà, confinanti non sono): Schmidt ha comunque fornito un testo capace di mettere in moto la migliore ispirazione di Giovanni Pacini. Sicché, riproposta al pubblico odierno, Amazilia si pone fra i titoli imprescindibili del nostro teatro d'opera a cavallo tra il trasferimento parigino di Rossini e l'esplosione del fenomeno Bellini.
Siamo debitori di questo ripescaggio al Festival Il Belcanto ritrovato, ormai giunto alla quarta annata: una manifestazione votata al recupero appunto di quei sedicenti minori coevi di Rossini (o appartenenti al segmento generazionale immediatamente successivo), distribuita su più località della provincia di Pesaro e Urbino, ma che trova il proprio cuore nella piccola Fano – affascinante sintesi di memorie anticoromane e medievali – e nel suo bellissimo Teatro della Fortuna. Poco tempo per approntare l'edizione critica (a cura di Gianmarco Rossi), pochi soldi (si è dovuto optare per una rappresentazione semiscenica), poche prove (ma l'Orchestra Sinfonica “G. Rossini” e il suo direttore Enrico Lombardi sono di professionalità inossidabile): uno di quei miracoli all'italiana dove, alla fine, l'entusiasmo di tutti e la giusta alchimia fra le componenti sfociano in una serata memorabile, che pone le premesse per una riconsegna di Amazilia al repertorio.
D'altronde l'opera di Pacini – qui in prima ripresa moderna – aveva continuato a vivere nel ventesimo secolo, sia pure sottotraccia: complice lo strabiliante virtuosismo di Beverly Sills, l'acrobatico rondò della protagonista era stato recuperato da Thomas Schippers nel 1974, come aggiunta finale alla sua storica incisione dell' Assedio di Corinto. Innesto antifilologico, certo, ma in linea con la natura di pastiche che Schippers insufflò in quel disco (un mix tra Le siège de Corinthe e Maometto Secondo); e a riascoltarla oggi con la consapevolezza della sua reale attribuzione, questa pagina apparentemente edonistica rivela un'ansia sotterranea (nell'orgia di colorature) e una resa alla catarsi (nel sopracuto conclusivo) tutt'altro che fuor di luogo anche per la drammaturgia vocale rossiniana. A Fano invece le cose sono state fatte in punta di filologia: l'edizione critica ha riproposto nella loro integralità tutti i materiali disponibili, dunque all'originaria versione sancarliana del 1825 si sono aggiunti gli ampliamenti per la ripresa viennese di due anni dopo: tra questi, una seconda e ancor più spettacolare aria del tenore (che, diventando l'unico personaggio insignito d'un doppio momento solistico, sottrae così ad Amazilia la patente protagonistica) e un ampio inserimento del coro nell'impaginazione del terzetto soprano-tenore-baritono, tale da trasformare il brano in vero e proprio concertato da finale d'atto. Motivando, in tal modo, lo scorporamento in due atti rispetto al primigenio monoblocco composto per il San Carlo.
Tra colonizzatori generosi e nativi selvaggi – è quest'ultima la parola più ricorrente nel libretto – il politically correct è lontano da Amazilia: si tratta d'altronde d'un immaginario radicato pure nell'Ottocento a venire, posto che lo ritroveremo nell'Alzira (le analogie tra l'opera di Pacini e quella di Verdi sono molte, così come, a sua volta, Schmidt avrà subito la suggestione dell'Alzira di Manfroce). In tale prospettiva bene ha fatto Laura Mungherli, responsabile del “coordinamento dei movimenti” e delle proiezioni con cui si è risolto l'allestimento, a limitarsi a sfondi stilizzati e quasi salgariani, rinunciando a quelle suggestioni – il mito illuministico del buon selvaggio, l'amore struggente su sfondo esotico inteso come avventura intellettuale sulla falsariga del Chateaubriand di Atala – su cui avrebbe potuto puntare una lettura registica in senso stretto. La drammaturgia resta d'altronde racchiusa nella musica, che la direzione di Lombardi restituisce con ampi ventagli agogici (mai a scapito però dell'incalzante ritmo narrativo) e gesto chiarissimo (ottimo il sostegno dato ai cantanti). In questo trova perfetto supporto nei suoi strumentisti – in termini non solo di precisione ritmica, ma di nitore sonoro – e, semmai, qualche limite nel coro: non per demerito degli artisti ben istruiti da Mirca Rosciani, ma perché nove elementi maschili, e altrettanti femminili, appaiono un po' pochi per un'opera dove le masse corali non sono mero commento dell'azione, ma si fanno veri e propri personaggi.
Il terzetto protagonistico ha in Paola Leoci una primadonna appassionata, grintosa, anche molto musicale (i contorsionismi psicologico-canori del rondò vengono restituiti senza una sola nota fuori posto) e in Manuel Amati un tenore corretto, forse un po' sulle difensive alle prese con le volatine e i sopracuti della sua seconda aria. Molto interessante, sul piano linguistico, è poi la parte del baritono (o, meglio, del “basso cantante” in cui oggi ravvisiamo il predecessore baritonale): un vilain tutto d'un pezzo, che però Pacini problematizza grazie a una cavatina frastagliatissima. Se già il recitativo è irto di ornamentazioni, le colorature assumono fisionomia ben diversa – ora legate, ora sgranate – tra cantabile e cabaletta, mentre a impreziosire ulteriormente la pagina contribuisce la dialettica con il coro, i cui interventi qui non si limitano al “tempo di mezzo”: Giorgio Caoduro l'affronta con un'omogeneità di suono e uno spessore timbrico che negli ultimi tempi sembrava aver perso, uniti a una dizione scolpita e un accento sempre centrato.
Pure i comprimari si fanno onore. Il soprano Noemi Umani è un'amica-confidente fervida e partecipe (che un personaggio così di supporto alla protagonista arrivi solo a metà del secondo atto è una delle manchevolezze del libretto); il basso Mariano Orozco imprime freschezza e sonorità a Orozimbo, il capotribù più equilibrato e assennato; mentre il tenore Michele Galbiati, biondissimo e arianissimo, incarna ovviamente il civilizzatore europeo deus ex machina, ma anche – per corretta equidistanza – uno dei selvaggi.
Paolo Patrizi
29/8/2025
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