| La prima volta di Roméo et Juliette a Roma
 Ricorda alcune immagini filmiche di Theo Angelopoulos la prima inquadratura di Roméo et Juliette di Gounod, in scena al Costanzi per la prima volta in assoluto. Nel prologo, infatti, il coro appare abbigliato di nero, sotto una pioggia battente, mentre riassume la tragica vicenda. Un'umanità smarrita ed eternamente esule richiama i drammi del nostro tempo, come nell'opera del regista greco. Un paesaggio cupo e senza tempo, di vaga ascendenza metafisica, accoglie la storia degli amanti di Verona. Luca de Fusco sfronda gli orpelli del Grand Opéra per consegnarci un'impostazione registica variegata ma non sovraccarica. La festa iniziale prefigura i funerei sviluppi del libretto, con gli invitati coperti da maschere spettrali e inquietanti schermidori ad affondare le loro lame nell'aere, quasi a manifestare il sangue che, da lì a breve, tingerà la scena. Durante il racconto di Mercuzio riguardo Mab, regina dei sogni, suggestive proiezioni opera di Alessandro Papa delineano scenari di puro romanticismo, con immagini di alberi scheletrici e tombe dalle quali fuoriescono spiriti inquieti; perché Gounod è lontano dalla pregnanza shakespeariana, ma confeziona una partitura tipicamente francese innervata da ritmi danzanti. Abbagliato sin da giovane dall'opulenza romana, lui che era stato inquilino dell'Accademia di Francia a Villa Medici, il compositore francese riversa nelle linee librettistiche tracciate da Barbier e Carré tutta l'esuberanza del suo temperamento, drammaturgicamente preda di vacuità che esulano dal mondo del bardo di Stratford-upon-Avon. Nonostante ciò, l'opera ebbe i suoi momenti di gloria, per cui appare perlomeno singolare che un titolo comunque importante trovi solo ora la sua prima incarnazione sul palcoscenico romano. Video compaiono all'interno degli archi, memori del Palazzo della Civiltà Italiana dell'Eur, a richiamare le atmosfere dell'ultimo conflitto mondiale. Il cromatismo resta confinato alle proiezioni e agli abiti dei due protagonisti, le scene ed i costumi sono frutto del lavoro di Marta Crisolini Malatesta, mentre altrove domina un bianco e nero di forte suggestione.
Fra i momenti più belli dell'allestimento il duetto del quarto atto, con i tendaggi bianchi mossi da ballerine a simulare il vento. Esecuzione musicale sanguigna e colma di ritmo teatrale, come è caratteristico dello stile direttoriale di Daniel Oren. Nino Machaidze è una Juliette di grande temperamento, più carnale che eterea, colma di fascino ma a volte un poco leziosa nelle movenze (ma del resto, come accennavamo, Gounod non è Shakespeare). Se ne apprezza la forza espressiva, anche se la voce non è sempre duttile e le colorature non appaiono disinvolte come si dovrebbe. Le sta al fianco il Romeo altrettanto robusto di Vittorio Grigolo, piuttosto variegato sia nel canto di forza quanto nelle più delicate sfumature. Qualche oscillazione nell'intonazione e una gestualità nel solco della tradizione non inficiano una prova complessivamente di buon rilievo. Dal punto di vista vocale si fanno valere inoltre Mihai Damian come Mercuzio, Valerio Borgioni come Tybalt e Nicolas Copurjal come Frère Laurent. Un plauso merita Aya Wakizono nei panni del paggio Stéphano, protagonista della scena che prelude al duello fatale. Un poco appannato, infine, il Capulet di Christian Senn, mentre apprezzabile risulta la Gertrude di Géraldine Chauvet. Sala quasi gremita e applausi per tutti in occasione della recita di domenica 3 maggio. Riccardo Cenci
6/5/2026
La foto del servizio è di Fabrizio Sansoni.
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