RECENSIONI
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Tra illustri dimenticati

 

 

Errico Petrella, un compositore al tempo di Verdi del musicologo tedesco Sebastian Werr (Berlino 1974) è un'agile monografia, vivida, arguta, scorrevole e ampiamente documentata, del palermitano per caso Errico Petrella (1813-1877) apparsa lo scorso anno in versione italiana. L'hanno pubblicata le edizioni Musicali Momento di Ribera (pp. 138, 22 €). A Ribera, guarda la coincidenza, vide la luce lo scomodo patriota e poi statista Francesco Crispi (1818-1901), il quale con Petrella condivide l'estrema dimora nella basilica palermitana di San Domenico, Pantheon dei siciliani illustri, parte di costoro, ahimè, altrettanto dimenticati nel frattempo.

Relegato oggi nel limbo dei musicisti minori dell'Ottocento, Petrella fu tutt'altro che un figurante e varie sue opere meritarono anzi una notevole popolarità oltralpe, facendo talvolta ombra al coetaneo Verdi, che, bontà sua, detestava cordialmente questo indesiderato collega. Petrella infatti ebbe il discutibile onore di venire bollato dal Bussetano nel perentori quanto brutali termini, sia pure espressi in privato: “non conosce la musica”. Come mai, allora, chi la musica la conosceva tra i maggiori Maestri, vale a dire Saverio Mercadante, ebbe a raccomandare caldamente Petrella, nero su bianco, all'eminente direttore Angelo Mariani?

Palermitano per caso il nostro Errico, visto che il padre Fedele Petrella, ufficiale della Regia Marina borbonica, aveva dovuto provvisoriamente sloggiare da Napoli a Palermo, al seguito del proprio re Ferdinando I detronizzato da Napoleone Bonaparte. Errico, in ogni caso, respirò assai presto l'aria di Partenope dove trasferì le proprie radici e qui conseguì la sua formazione nel Conservatorio sotto Nicola Zingarelli e altri maestri, ivi compreso lo studente anziano Bellini. In seguito autorevoli musicisti quali Donizetti e Pacini, non gli lesinarono fervidi elogi.

A Napoli Petrella esordì giovanissimo come compositore di lavori comici, quindi con più robusta fibra semiseri e tragici, presto approdati su altre scene italiane. Un indubbio pregio del lavoro di Werr, che ormai da parecchi anni ha dedicato a Petrella la propria attenzione, è il confronto tra pareri antichi e recenti, tra coevi e attuali (taluni di lingua tedesca, non sfuggiti all'occhio vigile dell'autore). La rassegna delle numerose opere del catalogo di Petrella, tra successi e sconfitte, scandite dalle trame e da puntuali esempi musicali, ci ragguaglia sulla movimentata carriera di Petrella, che già in vita si vide dedicato un teatro, tutt'ora esistente, a Longiano (FC) in Romagna.

Spigolando tra gli appetitosi titoli del copioso catalogo petrelliano, (Elena di Tolosa, Giovanna di Napoli, Celinda, il Folletto di Gresy, Morosina, il duca di Scilla, Virginia ed altri), su libretti funzionali o passabili talora mediocri, dei vari Bolognese, D'Arienzo, Bidera, Ghislanzoni, Peruzzini e compagnia bella, nell'avvicendamento di soggetti attinti alla letteratura o al teatro qual Marco Visconti da Tommaso Grossi, Jone da Edward Bulwer Lytton, Caterina Howard da Dumas, fino ai Promessi Sposi di Manzoni, si incontra la torrida vicenda della Contessa d'Amalfi da Octave Feuillet, tanto più rilevante per l'eco ineludibile tramandata in una ben nota novella di D'Annunzio (quest'ultimo testo di Peruzzini Werr lo reputa il libretto più moderno che Petrella abbia messo in musica).

Nel “risorgimentale” Assedio di Leida, approdato alla Scala di Milano nel 1856, il pubblico non rimase indifferente al Coro del Bivacco col Rataplan, che anticipa quello della Forza del destino di Verdi. Lo si può ascoltare grazie a YouTube, eseguito dagli studenti di un liceo statunitense. Oggi non ci resta che la suggestiva Jone in una non disdicevole esecuzione del teatro Municipale di Caracas del 1981, provvidenzialmente registrata in CD da Bongiovanni di Bologna. Nella Jone la scena del delirio di Glauco, in cui sfolgorò il primo interprete, il tenore Carlo Negrini, il critico Filippo Filippi la giudicò una delle belle pagine di musica italiana, mentre l'addio di Glauco, la cui marcia funebre è tuttora nel repertorio delle bande, anticipa drammaturgicamente secondo Werr “e lucean le stelle” di Tosca e “ch'ella mi creda” dalla Fanciulla del West di Puccini.

Morendo a Genova il 7 aprile 1877 (con un centocinquantenario alle porte l'anno venturo) Petrella lasciò ineseguiti l'ultimo melodramma Diana ovvero la Fata di Pozzuoli e una Messa da Requiem alla memoria di Angelo Mariani. Si lasci a Massimo Mila una conclusione non di circostanza, ben più di un epitaffio: dopo numerosi eredi di Verdi, scomparsi presto nell'oblio “forse una maggiore originalità è da riconoscere al palermitano, ma di formazione napoletana, Errico Petrella(1813-77), che dopo aver dato una felice opera comica Le Precauzioni (1851) , passò dalla convenzionale tragicità melodrammatica del Marco Visconi (1854) e dall'ingenuo esotismo della Jone all'inquietudine stilistica della Contessa D'Amalfi (1864) e alla vena idillica e paesana dei Promessi Sposi (1869) “(Massimo Mila, Breve Storia della musica, Giulio Einaudi editore, Torino 2014, pp.284-285).

Una mia personale postilla al “lapidario Mila”. A una cena a Bergamo, qualche decennio fa, riscontrai il vivo entusiasmo del britannico e verdiano per eccellenza Julian Budden per la petrelliana Celinda.

Fulvio Stefano Lo Presti

18/5/2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22/10/2022