RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il ritorno dei Puritani a Torino

Mancavano al Regio di Torino da una decina d'anni. Precisamente dal 2015, quando a calcare le scene fu il quartetto Peretyatko-Korchak-Ulivieri-Alaimo diretto da Michele Mariotti. La sua ripresa, sul finire della presente stagione, con l'affaccio già sulla prossima, presentata il 7 maggio, è affidata a un cast non meno prestigioso, capitanato in questo caso da Francesco Lanzillotta.

Direttore versatile e capace, con Bellini aveva già dimostrato le sue abilità nella Norma del 2022, tornando nel 2023 per La rondine pucciniana, tra l'altro a fianco dello stesso regista impegnato per questa produzione, Pierre-Emmanuel Rousseau. Ben spesso Bellini è stato accusato di semplicità orchestrale: Verdi stesso scriveva : «Bellini, povero, è vero, nell'armonia e nell'istromentazione, ma ricco di sentimento, e di una tinta melanconica tutta sua propria!» (lettera a Camille Bellaigue, 02/05/1898; la famosa lettera delle «melodie lunghe, lunghe, lunghe»); ma ciò non induca a pensare che semplicità equivalga a sciatteria, o ad approssimazione data dalla velocità di composizione: son noti i tempi dilatati del Catanese; ha più senso parlare qui di una volontaria epurazione del superfluo nelle sue partiture, certo, tutte a favore di quella cantabilità talvolta trasognata che è la cifra del nostro. Una trasparenza e un nitore di linee che durante la recita di domenica 10 maggio 2026, assieme a un'efficace calibrazione dei tempi scenici e a una lettura globalmente coerente, trovano nella bacchetta di Lanzillotta una valida interprete, sebbene talvolta intaccata da una concertazione non sempre efficace, quando in alcune scene (cabaletta di Riccardo, duetto Giorgio-Elvira, concertato A te, o cara , ecc.) tende a sovrastare le linee vocali. L'incalzo del ritmo drammatico sembra non configurarsi come una priorità; al contrario, si rileva qua e là la tendenza a un indugio che, volontario o meno che sia, fa ristare l'attenzione sul crinale dell'immedesimazione teatrale da un lato, dell'astrazione intellettuale dall'altro, donde meglio si coglie il dato tecnico; ma in un'opera come questa, fatta in fondo di melodia e situazioni, ciò espande l'ascolto verso margini di più sottile raffinatezza, forse teatralmente meno pregnante ma d'innegabile delibazione musicale. E con un'Orchestra in gran spolvero come quella del Regio, meglio non si sarebbe potuto chiedere.

E del Regio si plauda pure alla compagine corale, il cui recente cambio di direzione, nella figura di Gea Garatti Ansini, pare non aver destabilizzato né la consueta solidità e compattezza della resa fonica, né il riuscito, omogeneo amalgama delle voci, né la profonda densità d'espressione cui negli anni ha abituato – noblesse oblige – il suo pubblico più fedele. Nei limiti di una regia che vuole il coro una massa monocroma nerovestita impegnata sovente in movimenti d'assieme, i singoli artisti sanno gonfiare le pieghe di questo tessuto uniforme rivestendo di personali sfaccettature il proprio ruolo, con movenze ed espressioni che donano varietà e verosimiglianza a soldati, araldi e damigelle del libretto.

I pesi massimi sfoderati in questo cast annoverano come punta di lancia il Lord Arturo Talbo di John Osborn, il cui nome si antepone da solo a qualsiasi lode. Lodarne infatti la perfetta tenuta vocale, in una tra le parti più impervie mai scritte, l'apparente nonchalance con cui elargisce acuti e sovracuti senza sforzi, con naturalezza – dal Do diesis di A te, o cara fino al Fa sovracuto del terz'atto, preso con un elegantissimo falsetto –, la spiccata, spontanea espressività del canto, del vero bel-canto, la gestione della sillaba, dei sottili rubati delle arie più estatiche, segno di un'interiorizzazione del significato testuale e metatestuale di ciò che si canta, e un colore vocale molto personale, non già rossiniano, alla Blake, ma più caldo e smaltato, pur stando su quell'impronta, la morbidezza dei legati, sarebbe un portar nottole ad Atene; si evidenzi piuttosto, al di là dell'atletismo e del tecnicismo, come tale tecnicismo sia trasceso ed asservito alla resa di un personaggio per molti versi irreale, ma nella sua irrealtà autenticamente bellininano.

Degnissima di stare al suo fianco è Gilda Fiume, qui una Elvira di lusso per interpretazione, ampiezza, volume e limpidezza di voce. Il ruolo qui disimpegnato con stile personale le consente di esibire una un'esauriente silloge delle sue doti, dalla brillantezza della Polacca, Son vergin vezzosa, dove il virtuosismo dei gorgheggi e la precisione degli acuti si coniuga alla leggerezza vaporosa del ricamo vocale e dei picchettati nitidi e diamantati, alla languidezza sognante di Qui la voce sua soave, peraltro cantata nella sua prima parte in posizione distesa; lievi incrinature del suo cristallo in qualche acuto non totalmente a fuoco non inficiano una prova di sicuro valore, corroborata da un fraseggio di perspicua intenzione, da un valido ricorso a un'ampia gamma di colori e a una disinvolta presenza scenica.

Autorevole, più che autoritaria, autenticamente benevola e paterna si delinea la figura di Sir Giorgio Valton nell'interpretazione di Nicola Ulivieri, che a undici anni di distanza torna a ricoprire lo stesso ruolo con un'esperienza che si evince dallo scavo e dall'umanità ancor più spiccata. Lo strumento denso e pastoso, non particolarmente scuro ma plastico, di bel velluto e molto espressivo, contribuisce ad una prova anche stavolta più che valida. Altra voce grave in campo è quella di Simone Del Savio, un Riccardo ben delineato soprattutto nelle corde di una nobiltà morale tentata ma incorrotta, che mantiene la sua dignità pur nello scomodo ruolo di amante rifiutato e salvatore del rivale. Artista di buona caratura complessiva, la sua bella voce solida e scura, un poco granulosa, domina il registro centrale con sicurezza e padronanza del dettaglio tecnico, con qualche veniale perdita di omogeneità e di tenuta in acuto. Andrea Pellegrini, Chiara Tirotta e Saverio Fiore completano egregiamente il cast nei ruoli rispettivamente di Lord Gualtiero Valton, Enrichetta di Francia e Sir Bruno Roberton con vocalità appropriate e corrette.

Se il precedente sodalizio artistico di Lanzillotta con Pierre-Emmanuel Rousseau aveva portato nel 2024 a una Rondine dall'esito teatrale, se non congruente con la visione di Puccini-Adami, quanto meno curioso e originale – il Bullier sul palcoscenico quale copia del foyer del Regio stesso, in occasione dei cinquant'anni della sua riapertura –, e se nel 2023 aveva deliziato con uno squisito e variopinto Barbiere , con questi nuovi Puritani il regista francese dà un saggio di come non si dovrebbe allestire un'opera: sovrapponendo cioè una propria trama immaginaria, anzi, un retroscena immaginato e per nulla suggerito dal libretto – che per arrivare a Bellini è stato ultrafiltrato e bidistillato come l'acqua da laboratorio, da Walter Scott ad Ancelot -Boniface e da Ancelot-Boniface a Pepoli: vicenda confezionata ad uso e consumo del pubblico parigino dell'epoca, con puntelli messi da Bellini e Rossini – e facendolo convivere con ciò che è l'opera così come voluta dagli autori. Il tutto poi fatto ad arte per non dare abbastanza nell'occhio, a prima vista, per far gridare allo scandalo. Perché allo scandalo si grida se anziché in costumi “d'epoca” i personaggi si muovono in jeans e maglietta. Qui i costumi ci sono, e pazienza se sono del 1835, anno del debutto dell'opera, anziché del Seicento inglese: fin dal principio si è disatteso a criteri di rigorosa fedeltà storico-geografica, a cominciare dalle «assai pittoresche montagne» del libretto, che nelle vicinanze di Plymouth la natura non ha posto. Passino anche le scene (come i costumi, a cura di Rousseau stesso), che piombano tutti gli accadimenti nel salone principale della fortezza dei Valton, balconata e scalinata in fondo, alcova di Elvira nel sottoscala che avanza o retrocede a seconda dei momenti, elementi mobili che col loro saliscendi isolano stanze e corridoi; e passino il bicchiere di plastica scagliato da Riccardo e le sedie e il letto di Elvira di foggia moderna e fuori contesto. Non sono quelle le cose gravi, come non lo è l'incongruenza del duello alla pistola anziché alla spada tra Arturo e Riccardo, che rende fuori luogo le parole «questo ferro nel tuo petto / fino all'elsa io vo' piantar» (pistole, sempre pistole: quando un personaggio qui non sa cosa fare, impugna o rinfodera una pistola), o l'irruzione in casa di truppe armate (Riccardo addirittura esplode un colpo solo per richiamare l'attenzione!) che simulano un attacco durante Suoni la tromba, con sventagliate di fari “occhio di bue”, fumo, movimenti confusi e distraenti di soldati con fucili che alle spalle di Giorgio e Riccardo puntano invisibili nemici e son da essi colpiti, fino a terminare in una distesa di cadaveri, alcuni dei quali ancora presenti, lì dove li avevamo lasciati, al terzo atto; e va bene, qui la casa si fa metafora di un ambiente “altro”, del campo di battaglia, Wo die schönen Trompeten blasen (anche la disposizione degli intervalli, uno soltanto dopo il primo atto, ha contribuito ad appesantire la seconda parte della recita che a onor del vero è stata eseguita pressoché integralmente; i minimi tagli nel duetto del terz'atto e la soppressione di Ah ! Sento, o mio bell'angiolo, la cabaletta conclusiva di Elvira, avrebbero potuto essere riaperti e così dare integralmente l'opera; e l'anticipazione delle recite serali dalle 20:00 alle 19:30 avrebbe potuto essere portata alle 19:00 – contando che per i mastodonti wagneriani si inizia solitamente alle 18:00 o anche prima –, con introduzione di un secondo intervallo).

No. Il grave sta nell'aver immaginato, si diceva, un retroscena che giustifichi la pazzia di Elvira diverso da quello dell'opera. Un'Elvira che impazzisce sbattendo a terra un crocifisso e cercando di pugnalarsi con un altro crocifisso, senza riuscirci, per poi essere sedata da una siringa nel braccio, guarda caso «all'uopo messa» pronta all'uso sulla scalinata (quindi ce lo si aspettava?). A parte il ridicolo della scena (cfr il sedatÀvo di Frankenstein junior … ), qui si ha un'Elvira che impazzisce psichiatricamente e violentemente, come la Lucia di Donizetti, e che nel secondo atto deturpa la sua alcova scrivendo ARTURO sulle pareti con la vernice rossa: e non come invece fa la “vera” Elvira belliniana, la cui pazzia è sublimazione del dolore e quindi alienazione dalla realtà, proiezione psichica in un universo parallelo, “alienazione”, appunto, incoscienza più che pazzia, de-menza come vien detto nel libretto. Questo perché il velo che ella vede indosso ad Enrichetta non è quello portato in dono da Arturo, come specificato dal libretto, ma il velo funebre che Elvira bambina, il doppio infantile ormai di regola in questi casi, cavalluccio a dondolo incluso, asporta dal corpo di sua madre impiccata a inizio recita durante una fin troppo lunga pantomima – e impiccata pure male, appesa dalla gibba: si ricorra piuttosto a un pupazzo impiccato bene! Trauma infantile inutile, non richiesto, neppure accennato nel libretto e che, stando alle voci di chi ha assistito all'anteprima giovani, avrebbe fatto chiudere il cerchio ad una Elvira che, anziché godersi la ritrovata felicità coniugale col suo Arturo, si impicca a sua volta. Nelle repliche successive ciò è stato evitato: Elvira semplicemente stramazza a terra senza vita, perché tale felicità coniugale non viene ritrovata: al colmo della gelosia, infatti, nei Puritani secondo Rousseau, Riccardo spara alle spalle ad Arturo, ad altezza glutea e con relativo sprizzo di sangue ad effetto splatter; ma prima di morire Arturo ha ancora il tempo di cantare tutto il Concertato, da Credeasi, misera in poi. Ora, al di là di evidenti problemi di dislocazione dei cantanti, quasi del tutto risolti durante le rappresentazioni successive alla prima e che hanno permesso ai cantanti di cantare più verso la ribalta anziché infossati al fondo del palcoscenico, il vero fatto grave è quello di aver alterato, e con verosimiglianza, quindi per chi non conosce l'opera senza strappi evidenti, non solo la trama, ma la psiche dei personaggi: Elvira che da pazza “eterea” si fa pazza violenta; Riccardo che da magnanimo intercessore del suo rivale diventa l'Hagen della situazione colpendolo a tradimento. La devianza della trama è la logica conseguenza, nel cui tranello può cadere chi senza colpa magari non ha mai visto I puritani. Ed è sostanzialmente questa la colpa che non si perdona a Rousseau: il tradimento, più che della lettera, dello spirito dell'opera.

Christian Speranza

18/5/2026

Le foto del servizio sono di Mattia Gaido.