A Santa Cecilia il Mahler cristallino di Harding

Conserva il fascino delle cose perdute e irrecuperabili la Quarta Sinfonia di Mahler, quella patina ancora splendente eppure già in parte consunta degli oggetti antichi, degli ori riposti in cassetti che nessuno andrà più ad aprire. Musica salottiera e fiabesca, con la quale Daniel Harding prosegue l'esplorazione del complesso universo mahleriano. Un tassello peculiare del suo corpus sinfonico, caratterizzato da una tendenza verso l'astrazione, dove il suono svapora in oniriche volute. I sonagli dell'incipit aprono il sipario su un mondo colmo d'incanto. La serenità dell'impaginazione testuale è però solo apparente in un contesto espressivo sommamente ambiguo, e di questo il direttore britannico è perfettamente consapevole. La sua lettura, come di consueto nitida nella tessitura timbrica e perfettamente calibrata, accentua le contrapposizioni fra idee contrastanti, svelando l'illusoria innocenza della Sinfonia. Il principio della frantumazione prende il sopravvento. Nel secondo movimento enigmatiche maschere si affacciano per un istante sul palcoscenico per sparire subito dopo, in un gioco di specchi e di caratteri che a tratti si distende in ritmi di rustica schiettezza. L'adozione di uno strumento dall'accordatura inconsueta per il primo violino, affidato a un bravo Andrea Obiso, accentua il tono grottesco dello Scherzo. L'Adagio, dipanato con malinconica lentezza, riverbera cangianti riflessi intrisi di lirismo. La Sinfonia, dalle dimensioni più contenute e dalle sonorità meno titaniche rispetto allo standard mahleriano, si conclude con Das himmlische Leben, tratto dal Corno magico del fanciullo, fonte prediletta dal compositore, concepito per la colossale Terza Sinfonia e in seguito dirottato sulla Quarta. Il soprano Christiane Karg intona il testo con impeccabile musicalità, mentre Harding ottiene dall'orchestra alabastrina chiarezza. Il paradiso della fanciullezza non appare come una realtà presente, ma come memoria racchiusa in una sostanza di glaciale trasparenza.
Apriva la serata il Settimo Concerto per violino di Alexey Shor, compositore classe 1970, nato a Kyev ma naturalizzato americano. Un'opera che colpisce per il suo carattere assolutamente anacronistico. Il linguaggio, del tutto tonale, nulla conserva delle inquietudini novecentesche. Nello scorrevole dipanarsi dei temi le ombre di Mendelssohn e Cajkovskij si affacciano prepotenti, accanto a citazioni brahmsiane e beethoveniane, mentre abbondano le occasioni virtuosistiche per il solista. Gil Shaham ne approfitta per sfoggiare il suo violinismo puro, dalla cavata robusta e dal fraseggio adamantino. Ci si potrà domandare se oggi abbia senso comporre in tale maniera. L'impressione generale è quella di un esercizio stilistico, anche se la scrittura è indubbiamente ben architettata, nonostante l'autore si definisca un matematico prestato alla musica. Comunque sia, il pubblico ha dimostrato di apprezzare. Shaham ha regalato ai presenti un bis bachiano, estratto dalla Partita n. 1 per violino solo, magistralmente eseguito.
Abbiamo assistito al concerto al Parco della Musica di Roma il 9 maggio.
Riccardo Cenci
12/5/2026
La foto del servizio è di Accademia di Santa Cecilia/MUSA.