RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

 

 

Paesaggista, ma ermeneutico

Inaugurazione senza clamori ma di gran sostanza, quella della nuova stagione dell'Orchestra Haydn. Distribuito come sempre su due repliche tra Bolzano e Trento (la recensione dà conto della serata altoatesina, 6 ottobre), il concerto di apertura ha impaginato un programma sinfonico-vocale tanto policromo sotto il profilo timbrico quanto omogeneo nel Konzept. Chiamando a dialogare il genius eponymus dell'orchestra – Haydn, appunto – con Mendelssohn, il direttore Ivor Bolton ha strutturato una cavalcata tra la sinfonia d'opera e l'aria da concerto, tra l'ouverture e la cantata, dove un rigoroso senso della forma si alterna a bionde trasparenze.

Accomunate anche dal giovanile dinamismo che contraddistingeva i due autori al momento delle composizioni, i brani della prima parte del concerto mostrano l'“inventore” del sinfonismo (Haydn) e uno dei padri fondatori del preromanticismo (Mendelssohn) dialogare sotto il segno dello stile italiano risciacquato nell'eleganza austriaca e nella severità tedesca. La sinfonia dell'Infedeltà delusa sfoggia un'epidermica spigliatezza, che sembra confermare come Haydn stesso non volesse travalicare i confini della “burletta per musica”: sbarazzino understatement con cui volle sottotitolare la partitura di questo suo lavoro teatrale. Ma Bolton v'insuffla – sottopelle – una garbata problematicità, lasciando trascolorare incessantemente tempi e colori; e ne deriva, pur nella sua concisione, una sorta di brano stratificato che apre nuovi orizzonti sulla drammaturgia musicale, sempre poco esplorata, dell'operismo haydniano. A sua volta l'ouverture Delle trombe rientra nel Mendelssohn meno pensoso, più incline al mero divertimento sinfonico. Nonostante il titolo, manca qualsivoglia compiacimento di fragore o pletoricità sonora: l'autore gioca con una partitura volutamente asemantica, e Bolton – ben servito dai fiati dell'Orchestra Haydn – lascia che la musica spicchi il volo senza imporre una direzionalità precisa, anzi semmai trasmettendo un senso di sublime incompiutezza.

Le arie per soprano invece danno conto dell'estetica canora “strumentale”, anziché “vocale”, che sempre caratterizzò i due compositori. È il caso soprattutto di Miseri noi! Misera patria! (il brano di maggior maturità stilistica), dove Haydn transita da un recitativo di forte intaglio drammatico a un arioso d'agilità nel più puro stile belcantistico italiano. Francesca Aspromonte l'affronta con fraseggio screziato e porgere cristallino da ottima tecnica e grande artista, nonostante una tessitura a tratti un po' bassa per lei (Bolton, però, è assai vigile nel non coprirla mai). La trova invece del tutto a suo agio la scrittura dell'aria di Mendelssohn (Infelice!... Ah, ritorna), anch'essa di classica foggia italiana ma più tedesca nel supporto orchestrale: un lungo assolo di violino – il duttile Stefano Ferrario – rischia quasi di rubare la scena al soprano, eppure Bolton trasforma la pagina in una sorta di duetto strumental-canoro. Dunque la Aspromonte esordisce con un canto di portamento dal sapore gluckiano; e il violino risponde a sua volta con un fraseggiare portato, assolutamente osmotico con il disegno vocale. Il prosieguo, invece, suona quasi operistico: e la conclusiva parte veloce assume, nel canto della Aspromonte, i contorni di un'immacolata cabaletta ante litteram. La cantante regala poi, come bis, l'aria di Marzelline dal Fidelio. Un'esecuzione freschissima, d'una malinconica dolcezza ignara di manierismi, che non spezza il dialogo haydniano-mendelssohniano del concerto, ma trova in Beethoven la naturale convergenza di quella dialettica.

Tutta dedicata a Mendelssohn, invece, la seconda parte: la sinfonia Riforma viene restituita da Bolton avanzando per gradi, in un incedere più compassato che rasserenante. Tuttavia anche entro questi limiti – l'essere una bacchetta inglese gli giova – la sua è una lettura priva delle tradizionali pesantezze d'un Kapellmeister tedesco; e arrivati al Dresden Amen non si coglie solo una folgorante anticipazione del Parsifal: si avverte come il Wagner diafano-liricizzato di Karajan e dei suoi epigoni parta da qui. Se Wagner, con una certa degnazione, definiva Mendelssohn “compositore paesaggista” (sottintendendo la sua incapacità di trovare un'ispirazione musicale libera da sollecitazioni esterne), un Wagner meldelssohnizzato potrebbe tuttavia rappresentare una frontiera ermeneutica: questa, almeno, sembrerebbe la morale di un direttore tutt'altro che wagneriano come Bolton. D'altronde anche Bach dovette la sua rinascita ottocentesca a certi riadattamenti mendelssohniani.

Paolo Patrizi

11/10/2026

La foto del servizio è di Michele Purin.

 

 

 

 

 

 

22/10/2022