RECENSIONI
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Ifigenia in Aulide: il mito in chiave barocca

Figura tanto eminente alla corte imperiale di Carlo VI quanto oggi negletta quella di Antonio Caldara, compositore che vide i natali a Venezia, probabilmente fra il 1670 e il 1671, per spegnersi a Vienna nel dicembre del 1736. Il suono delle campane della cattedrale di Santo Stefano accompagnò le esequie di colui che, all'epoca, annoverava fra i maggiori musicisti del suo tempo. Una fama diffusa in tutta Europa e in seguito rapidamente eclissata. Sporadici recuperi in epoca moderna, come l'incisione della Concordia dei pianeti da parte di Andrea Marcon, non ci hanno ancora restituito un'immagine completa della sua arte. Per questo appare particolarmente meritoria la scelta delle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, che hanno portato in scena al Tiroler Landestheater l'Ifigenia in Aulide, mai più rappresentata da quando vide la luce, nel novembre del 1718. Un'operazione tanto più interessante e foriera di riflessioni nell'inedito accostamento con l'Ifigenia in Tauride di Traetta, che verrà rappresentata nelle giornate conclusive del festival. Dopo un silenzio di oltre trecento anni, le note di Caldara risuonano ancora nella loro gloriosa freschezza. Il compositore veneto non avrà il talento drammaturgico di Händel, ma la sua poliedrica ispirazione, pregna dello spirito vivaldiano e dell'afflato lirico della scuola napoletana, ma anche padrona della nordica maestria contrappuntistica, gli assicura un ruolo di rilievo nel panorama del barocco.

Vano sarebbe cercare nel libretto di Apostolo Zeno la profondità della tragedia di Euripide. Non di meno, il tema del sacrificio che sarà nel mozartiano Idomeneo offre il destro all'autore per confezionare una meditazione non banale sulle dinamiche del potere. Agamennone, lacerato fra l'amore paterno e le esigenze imposte dal proprio ruolo, è figura da ricordare. Notevole anche il personaggio di Ifigenia, da donna innamorata dell'eroe Achille a vittima sacrificale in grado di accettare quello che appare come un inevitabile destino. La risoluzione conclusiva devia dalle traiettorie del mito tracciate da Euripide; la martire richiesta da Diana è in realtà Elisena, mentre ad Ifigenia viene concessa la salvezza. Forse per questo intreccio di personalità femminili i registi Anna Fernandez e Santi Arnal hanno deciso di fornire a ognuna delle tre protagoniste una marionetta, molto ben realizzata, sorta di doppio a esternare i sentimenti dominanti di ciascuna. Il loro uso aspira sublimare i contenuti del dramma, evocando le teorie di Craig sulla super marionetta contrapposta alla personalità vanitosa dell'attore. Per il resto l'impaginazione dello spettacolo è molto semplice, con i fondali dipinti a raffigurare di volta in volta le navi greche bloccate dalla bonaccia, o una piazza dagli echi metafisici, o ancora un giardino rinascimentale. Onnipresente la statua di Diana, che con la sua minaccia domina l'azione. I personaggi si limitano a uscire ed entrare dalla scena in maniera piuttosto meccanica, mentre brevi intermezzi danzati legano i diversi atti. Una maggiore cura della recitazione avrebbe certo giovato all'approfondimento psicologico. I costumi di Alexandra Semenova appaiono apprezzabili nella loro declinazione femminile, improntata a righe orizzontali e verticali, mentre i pantaloncini indossati dagli uomini sotto le ampie tuniche non ci sono sembrati esteticamente appropriati.

Eccellente l'esecuzione musicale. Ottavio Dantone sceglie di iniziare l'opera con la dedica al sovrano pensata per la conclusione, il che garantisce un'apertura di sipario spettacolare, con una brillante aria con tromba obbligata. Per il resto la sua direzione è perfettamente calibrata, ricca di colori e sfumature. L'Accademia Bizantina lo segue con la consueta precisione. Eccellente la compagnia di canto. Straordinario Carlo Vistoli, un Achille di grande rilievo in virtù di una padronanza tecnica che gli permette di ammorbidire i suoni, di controllare il fraseggio e di svettare nei momenti virtuosistici. Gli sta accanto l'Ifigenia altrettanto valida di Marie Lys, perfettamente controllata nell'emissione ed emotivamente coinvolgente. Martin Vanberg è un Agamennone tormentato dal proprio rovello interiore, mentre Shakèd Bar delinea una Clitennestra di notevole spessore timbrico. Neima Fischer (Elisena) si distingue per la vocalità limpida, mentre Lawrence Kilsby è un Ulisse ben cantato e attorialmente coinvolgente. Ottimi infine Giacomo Nanni (Arcade) e Filippo Mineccia (Teucro). Applausi entusiastici in una sala gremita in ogni ordine di posti in occasione della prima dello scorso otto di agosto.

Riccardo Cenci

14/8/2025

La foto del servizio è di Birgit Gufler.