RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

 

Alma Mater:

come la Natura vince sempre l'uomo

L'Ucraina è la nazione europea che più ha sofferto negli ultimi quarant'anni, prima a causa della sua appartenenza all'Unione Sovietica, poi per le mire imperialistiche della Russia di Putin: dalla prima è stata colpita coll'immane disastro di Cernobyl, dalla seconda con una guerra d'invasione che, sia colpa o meno della politica espansionista della Nato e della sonnolenza dell'Europa con la sua colpevole acquiescenza all'epoca della conquista della Crimea, si è tramutata in una palude infetta che giorno dopo giorno miete morti e devastazione senza speranza di uno spiraglio di luce. A ben vedere, l'esplosione del reattore di Cernobyl faceva parte di quella stessa cecità che spinse l'Unione Sovietica, nella sua assurda battaglia per la conquista del primato tecnologico nel mondo, a infischiarsene della vita umana, trascurando elementari norme di sicurezza in una folle fretta pur di arrivare ai propri obiettivi, con un sordità ai moniti della scienza onesta che coinvolgeva non solo i territori dell'Unione Sovietica, ma anche quelli dei paesi satelliti dell'Europa dell'Est che, pur di mostrarsi degni della loro mammina comunista, inseguivano sogni di produttività che già a metà degli anni '70 mietevano morti, come accadde in Polonia nel 1974, a Szopienice, un quartiere operaio di Katowice, dove una fonderia gestita solo in nome della supremazia comunista avvelenò decine e decine di bambini col piombo rilasciato nell'atmosfera. Se tali piccoli incidenti venivano liquidati semplicemente punendo i medici o gli scienziati che si adoperavano per far cessare questa porcheria, con Cernobyl la politica della polvere sotto il tappeto (a cui nemmeno oggi sfuggono le sinistre europee, che continuano a rimuovere problemi fino a che non ci scappa il morto o i morti) non poté funzionare, e il bubbone scoppiò in maniera devastante, svelando a un tempo tutta l'ipocrisia del regime sovietico, ipocrisia da far impallidire eserciti di gesuiti, ma anche e soprattutto l'arretratezza tecnologica di un tirannico colosso dai piedi d'argilla, che di lì a poco avrebbe cominciato a vacillare sotto i colpi di Solidarnosc, determinando una reazione a catena che sarebbe culminata nel novembre del 1989 colla caduta del Muro di Berlino. Caduta che, se in parte liberò i paesi del Patto di Varsavia dalla tirannia sovietica, scatenò uno sconquassante sconvolgimento i cui effetti durano ancor oggi, appunto con l'ascesa di Putin al potere e il suo progetto di reconquista dei territori della defunta URSS.

In tale ottica, non si può non plaudire alla scelta del Teatro Bellini di Catania, che ha inserito nella sua corrente stagione concertistica un'interessante opera multimediale, dal titolo Foresta Rossa (in scena il 13 e 14 febbraio), il cui sottotitolo è Tributo a Cernobyl – Ucraina a quarant'anni dal disastro, scritta da Alessandra Pescetta, che ha curato anche la regia e le video-composizioni dello spettacolo, su musiche originali di Lorenzo Esposito Fornasari, mentre la narrazione era affidata a Giovanni Calcagno: il lavoro si propone non come le solite riepilogazioni documentarie (più o meno vagamente predicatorie ad uso del green-deal), ma come un originale approccio metafisico, storico e biologico al disastro nucleare e alle sue conseguenze, a partire dall'inarrestabile capacità della natura di rigenerarsi, di modificarsi, di tramutare la morte in vita, almeno sino a quando l'uomo non deciderà di scatenare un altro sconquasso che la costringerà a iniziare da capo il suo diuturno lavoro. L'opera, che si snoda in diciassette quadri, parte da un lungo approccio metafisico, durante il quale immagini di grande suggestione dipanano la pervicace vita dei semi trascinati dal vento, che si annidano nel terreno, nei rifiuti, nei cadaveri, tra le lunghe trecce di una fanciulla ucraina molto somigliante all'Ofelia lacustre di John Everett, nella morte insomma in tutte le sue espressioni, costituendo proprio a partire da essa una nuova vita, più forte e prepotente di prima. Dopo questa premessa, il poema affronta il disastro di Cernobyl, con immagini dell'epoca, rielaborate come tutte le altre con la tecnica del live-action e con il supporto dell'intelligenza artificiale, lasciando che sia la storia dell'Ucraina a parlare, la storia dello scempio immane della Foresta Rossa, delle sue conifere, della sua fauna, slargandosi fino all'eccidio odierno, in un crescendo di intensità fino alla parte finale, dove è ancora una volta la natura a diventare protagonista, oltre e nonostante la mano dell'uomo, natura che, nonostante le Valchirie di Fuoco (la radioattività ancora presente sul territorio, radioattività rimessa in circolo dalla guerra), continua a trovare tortuosi ma efficaci modi di sopravvivere, nell'incrollabile fiducia che un giorno l'uomo riesca a tornare a chiamarla Madre.

Un poema di grande impatto emozionale, soprattutto dal punto di vista visivo, dato che il film che si snoda per tutta la durata dello spettacolo avvolge, incanta e raggela lo spettatore, impedendogli sempre di concentrarsi solo sulla musica, o sulle voci dei cantanti, o sulle parole del narratore, obbligandolo anzi a udire solo e soltanto a partire dalle immagini, in un'immersione che non si fa mai verbosa predica, cronaca nuda e cruda, e men che meno dolciastra partecipazione, ma sempre e soltanto muto sbigottimento, nutrito ad ogni istante dal timore quasi reverenziale di un forza immane quale quella della Natura che, comunque sia, trionferà sempre sulle miserie di questo pidocchio ultimo arrivato nel suo regno che è l'uomo.

Le musiche di Lorenzo Esposito Fornasari, nutrite di echi sia tonali che modali, si snodavano in brevi sequenze tematiche, quasi una colonna sonora singhiozzante, spesso interrotta dalle percussioni, sequenze volutamente frammentarie, quasi nemmeno il suono potesse commentare appieno la devastazione che dominava lo schermo, accompagnando ora le parti vocali, affidate allo stesso Esposito, alla bravissima Lisa Gerrard, dal cui timbro sembrava a tratti emanare la voce stessa della Natura, ora un canto popolare ucraino, affidato all'ottima Aleksandra Syrkasheva, protagonista anche di una perfetta esibizione a cappella, mentre il coro del nostro teatro, diretto da Massimo Fiocchi Malaspina, eseguiva gli interventi affidatigli con una vocalità discreta e soffusa, accompagnando sia le voci che la musica ora come un inquietante sottofondo, ora come l'eco di un pianto. L'orchestra del Bellini, diretta con precisione e attenta misura delle sonorità da Gianluca Marcianò, dimostrava ancora una volta di riuscire ad essere a proprio agio non solo nelle partiture più tradizionali, ma anche in quelle più innovative, il che costituisce una capacità poliedrica non sempre presente nelle compagini strumentali.

Giuliana Cutore

14/2/2026

Le foto del servizio sono di Giacomo Orlando.