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Metti una Norma a Parma
Se una qualità richiesta a un cantante lirico è quella della poliedricità, il raffronto delle ancora recenti produzioni del Lohengrin romano (novembre-dicembre 2025) e della Cenerentola torinese (gennaio 2026) con la Norma parmigiana di febbraio 2026 depongono senza dubbio a favore per un cast che ha visto i protagonisti alternarsi nel giro di pochi mesi in ruoli davvero molto differenti.
Per il secondo titolo della stagione 2026 del Teatro Regio di Parma, dopo Orfeo ed Euridice di gennaio, Vasilisa Beržanskaja si impone come una Norma di gran valore scenico e vocale. Se nei panni della figliastra di Don Magnifico vi era qualcosa di una nordica durezza che mal si conciliava con l'aggraziata, ingenua sognatrice rossiniana, nelle paludate vesti della vestale di Bellini quella durezza diviene statuarietà, si allega come valore aggiunto a un'interpretazione che fa della drammaticità la sua carta vincente. Una voce spessa, la sua, pastosa e tetragona, con qualche bronzea risonanza che la apparenta (un po' alla lontana, forse, ma neanche troppo, almeno qui) alla Netrebko ultimo stile, ripeto, di naturale peso drammatico, che disfoga in tutti i momenti di furore – particolarmente riusciti gli ingressi in scena di primo e secondo atto, Sedizïose voci e Dormono entrambi – ma che sa piegare ad arte, torcendola con altrettale espressività nei momenti più intimistici: Casta diva è trattata come una vera preghiera, è sommessa, intensa, concentrata, solipsistica, in unione mistica con l'astro: è sacra , letteralmente, non è occasione, per così dire, profana per un banalizzante sfoggio di bravura – che poi ne consegua, è naturale per il pezzo in sé. Il duetto con Adalgisa al primo atto è un'epopea del convincimento, dell'immedesimazione nello stato d'animo dell'altra, prima che l'identità di Pollione interrompa l'idillio. Ed è qui che si coglie la riuscita metamorfosi del carattere di Norma, da empatica compagna di cedimenti amorosi a furente oppositrice della giovane ministra.
Il confronto diretto permette anche una più agevole distinzione delle voci. Se Vasilisa Beržanskaja è classificata come mezzosoprano, pur avendo le carte in regola per essere un soprano scuro con estensione al grave, Maria Laura Iacobellis è un soprano puro e limpido, il cui ruolo di Adalgisa le calza a pennello – voce più esile della collega, anche se non più di tanto, ma più agile, più squillante, più flautata, dal toccante lirismo che si esplica in ottimi filati e in un canto sostenuto da una costante espressività a fior di sillaba: del suo «un altro cielo / mirar credetti, un altro cielo in lui» si conserverà duratura e ammirata memoria. E non è che una delle numerose occasioni di lode: ché tutto il duetto con Pollione meriterebbe quasi una menzione per frase!
Pollione, per l'appunto, gode della voce smagliante di Dmitry Korchak. Anche qui, avendo ancora nelle orecchie il suo wagneriano cavaliere del Graal, tutto cesellature romantiche e malinconiche – una declinazione che può piacere o no del classico Heldentenor stentoreo – a me personalmente è piaciuto, ma son gusti –, il suo passaggio al tronfio proconsole rubacuori lo colloca in un ruolo a lui anche più congeniale. Belcantista di vaglia, è ovvio che con Bellini vada a nozze. Ma per Pollione ci vuole la grazia e l'estensione del belcantista assieme alla potenza di un tenore che guarda almeno a una generazione dopo il Catanese. E in Korchak tutto questo si fonde nel crogiolo di una gola prodigiosa, che convince già con Meco all'altar di Venere e continua a convincere nel resto della recita per lo squillo brillante in una voce robusta, combinazione che non ne fa il classico rossiniano leggero di pura bravura, ma una lega di espressività e potenza formidabile, con acuti ampi, sonori e tersi e il ricorso a una ricca gamma di colori. E per fortuna che a inizio recita è stata annunciata una sua indisposizione!
 Se nella produzione torinese Carlo Lepore era il patrigno di Cenerentola/ Beržanskaja , qui, smessi i panni del buffo, lo ritroviamo come Oroveso. E anche qui, come si diceva, la gran duttilità del suo strumento si presta equamente a ruoli buffi come a ruoli seri – se n'era già avuta conferma nel febbraio 2025, ammirandolo quale Alfonso d'Este nella Lucrezia Borgia romana. Qui è un Oroveso autorevole, che gioca con appiombo e interpretazione interessante, patriarcale; dalle brume della sua bella voce autunnale, morbida e timbrata, emerge uno scavo testuale di tutto rispetto, forse il migliore della compagnia.
Degni di nota infine i componenti del comprimariato, Alessandra Della Croce (Clotilde) e Francesco Congiu (Flavio), corretti nelle loro parti, rese efficacemente sia vocalmente sia scenicamente, e meritevoli di ascolti e ruoli più ampi. E degno di nota anche il Coro del Teatro di Regio di Parma, istruito da Martino Faggiani, che raggiunge l'apice della performance in un energico Guerra, guerra! Le galliche selve, tanto incisivo e spontaneo dal lato interpretativo, come canto di un popolo esasperato, quanto preciso e coeso dal lato musicale, ricco di ritmo e dinamismo.
Si tratta di impressioni relative alla recita di domenica 22 febbraio 2026, quarta e ultima rappresentazione che, come spesso in questi casi, dà modo al côté direttoriale di affinare i dettagli. Nella fattispecie, la concertazione di Renato Palumbo, sul podio dell'Orchestra Filarmonica Italiana, si segnala per malleabilità sonora e fluidità funzionale alle scene. Partendo da una compagine di buon livello che si fa docile e pragmatico strumento dei suoi voleri, nella sua direzione si alternano momenti di stasi lirica ben asserviti al canto a momenti di reboanza decisi e virili. La Sinfonia stacca tempi tutto sommato tradizionali, non esagerando la componente di incalzo ma nemmeno svilendola, e in quelle volate degli archi si lancia in ondate, se non furenti, sicuramente risolute. Deborda forse un poco nei finali, quando tutta l'attenzione e la concentrazione mantenuta nel corso dei due atti può aprirsi alla piena sonorità. Ma a colpire è soprattutto l'assoluta prevalenza delle voci sull'orchestra in arie e duetti, due piani sonori disposti come sfondo e primo piano, vero tappeto impalpabile di legni e archi a sostegno della distesa cantabilità belliniana. Interessanti anche taluni raddoppi fatti emergere apposta, ottoni nel coro nel primo atto, ad esempio, o certe sfumature interpretative, come il patetismo del duetto Norma / Pollione nel secondo. Il successo di pubblico, con applausi convinti e diversi richiami, confermano il gradimento e la qualità non solo della sua prestazione, ma di quella di tutto il cast.
Il Teatro Regio di Parma, i Teatri di Piacenza e il Teatro Comunale di Modena coproducono lo spettacolo, approdato come novità su queste piazze nel 2023 (ma già portato in giro per l'Europa) e ora riproposto. La decantazione di tre anni non ha apportato miglioramenti o fatto emergere significati altri rispetto a quella data. L'idea di fondo della regia di Nicola Berloffa è quella di inscenare una storia senza tempo, dove le dinamiche di un popolo sconfitto che anela alla libertà, al riscatto della propria dignità ferita, è uguale in ogni epoca, e le guerre, mutatis mutandis, si somigliano tutte. Ecco allora le scene di Andrea Belli spostare l'azione dalla Gallia romana in un non meglio identificato castello diroccato ottocentesco, coi segni del degrado alle pareti, cèntine a vista sugli archi delle porte, le finestre oscurate da assi di legno inchiodate, donde la luce penetra e filtra grazie a indovinati tagli obliqui, a cura di Simone Bovis. Gli ex Galli vi sono reclusi come in attesa di qualcosa che tarda a venire, raffigurati come un manipolo di patrioti raccogliticci e infermi, zoppicanti, con grucce, o già morti su lettighe di fortuna. Sono i sopravvissuti agli scontri, insomma, che nei costumi di Valeria Donata Bettella appartengono a un Ottocento vago e volutamente senza riferimenti temporali precisi – il cappello da bersagliere di uno dei coristi si affianca alle mostrine dorate, alla fusciacca rossa e alla fascia trasversale bianca su uniforme nera di Oroveso –; la stessa Norma appare come una gran dama, ora in abito bianco, ora scuro. Si contrappone a ciò la stanza come di nursery dei figli di Norma, in un'ala del palazzo che si suppone scampata alla distruzione, dai colori molto più chiari, avvolta da una luce più calda e quasi “ritagliata” nella scurezza imperante del resto della scena, come oasi di sicura intimità (assai poco funzionale risulta però far sgusciare via i figli di Norma dalla stessa porta da cui entra un secondo dopo Pollione, e poco ci manca che si salutino per le scale); m a, volendo anche dar credito alla visione di Berloffa, se è vero che la storia è senza tempo, la trasposizione da un'epoca precisa – la conquista della Gallia – a un'altra epoca precisa – il Risorgimento, sebbene nella sua vaghezza – annulla il supposto valore di un cambio di ambientazione. E ci perde, senza un guadagno netto, la coerenza librettistica, che fa finire Norma sotto il linciaggio delle donne del popolo (esatto, niente rogo, stavolta) e citare proconsoli e vestali in pieno Ottocento (ma questo i sostenitori dell'ammodernamento registico tout court lo vedono come un male necessario e manco ci fanno più caso). Insomma, un'occasione sprecata per una riflessione un po' meno ovvia di quella che la guerra, bene o male, sia sempre uguale. Aveva quindi ragione Wagner di ricorrere al mito, per trasmettere concetti senza tempo con una storia senza tempo?
Christian Speranza
5/3/2026
Le foto del servizio sono di Roberto Ricci.
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