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Asti inaugura con Pagliacci

Asti sta vivendo ormai da quattro anni una renaissance operistica degna di attenzione; le sue brevi ma significative stagioni liriche si sono avvalse finora di interpreti interessanti e hanno proposto titoli che abbinano il repertorio a ricercatezze inusuali. La rassegna Astilirica di quest'anno, ad esempio, è stata inaugurata con Pagliacci sabato 30 maggio 2026 e terminerà con La medium di Gian Carlo Menotti a luglio.
L'inaugurazione del festival, per l'appunto, col primo e più famoso successo di Ruggero Leoncavallo, basato su un fatto di cronaca e verseggiato dal compositore stesso, ha suscitato ampi consensi grazie a cast e regia ben scelti, mietuti presso un Teatro Alfieri non gremito ma ravvivato dalla presenza di scolaresche, avvicinate grazie a un'abile politica manageriale. Spicca l'accesa e passionale vocalità di Dario Prola, tenore che nel ruolo di Canio riesce a sfoggiare smalto e lucentezza, potenza di suono e quel canto disfogato che ben si attaglia al ruolo. Basta farlo entrare in temperatura: una volta scorse le prime battute, acuti squillanti e pienezza di voce non si sono fatti attendere, fiancheggiati da un occhio al fraseggio e alle sfumature d'intenzione, che calcano su un notevole peso drammatico. Inutile soffermarsi su quel Vesti la giubba, eseguito peraltro con perizia e trasporto, dove generazioni di gigioneggiamenti non hanno su di lui influito più di tanto e gli hanno fatto risparmiare gli abusati singhiozzi, quel Vesti la giubba che da solo concupisce l'orecchio ma lascia in ombra il resto: il meglio dell'interpretazione, globalmente intesa come canto e recitazione, arriva al secondo atto – tra parentesi, non essendo legata al trito binomio Cav&Pag, la recita ha potuto beneficiare di un intervallo –, dove sì, qualche minimo cedimento si è avvertito ma imputabile a lievi eccessi di trasporto, che in sé non sono un male, vista l'opera e il contesto. A lui va, come da tradizione, «La commedia è finita!», ascritta da libretto a Tonio.
Qual Nedda al mondo può star di paro se non quella di Clementina Regina? Debuttante nel ruolo, dimostra ampia padronanza di testo e musica come se lo praticasse da tempo. Dopo la vigorosa Anna degli Ekebù roveretani del mese scorso, è la volta di un altro intenso ruolo verista, che affronta e risolve in grazia del suo bel timbro scuro, di una voce piena, intensa, spessa, soprattutto nel registro centrale, una voce che corre e conquista, proiettata in modo da spazializzare la sala, in special modo nella Ballatella e nel duetto con Silvio. Lievi asprezze un poco metalliche in acuto saranno sicuramente emendate nel corso di una carriera che si annuncia, viste le premesse, solida, florida e durevole. Convincente anche dal punto di vista attoriale, dove dimostra fluida e innata predisposizione, consapevole della geometria teatrale, qui vieppiù ridotta dal palco montato in scena (vedasi infra) che riduce la libertà di movimento. L'erto crinale della metateatralità, dato dal rendere assieme Colombina che celia con Pagliaccio e Nedda che inizia a dubbiare se le minacce siano di Canio o del suo alter ego farlocco (e dal rendere tutto ciò al pubblico) è stato percorso con apprezzato equilibrio sul filo di sorrisi forzati, sempre meno “scenici”, sempre più “reali”, fino alla catastrofe.
Jung Jaehong attacca prudentemente il Prologo, come in difesa, barcamenandosi tra una dizione e un fraseggio ancora da migliorare e una voce che, messa a dura prova da quell'infido Sol acuto, ne conquista l'altezza, apparentemente senza sforzo, ma la mantiene per poco. Buona l'intenzione e la morbidezza del canto, secondate da un timbro non particolarmente scuro ma convincente e comunicativo. Migliora col levarsi del sipario, e calandosi in Tonio ecco che la tornitura, la linea e la tenuta dell'espressione canora si fanno più sicure, gli accenti di patetismo, il rovello vendicativo del bilioso reietto in amore più marcati grazie anche a disinvolte capacità sceniche, soprattutto nel duetto con Nedda; caratteristiche che innalzano l'empatia per il suo personaggio, in questo caso negativa, facendone un credibile sicofante.
 Il Silvio di William Allione si distingue per ottime intenzioni e si produce in una valida prova vocale, disponendo di uno strumento di buona fibra educato da tecnica e perizia, che lo rendono aderente allo spirito del personaggio, scenicamente credibile sia nel duetto con Nedda, sia quando si getta sul suo corpo inerme. Debuttante infine, come Allione e Regina, anche Nicolas Resinelli nel ruolo di Peppe, piacevolissima scoperta di una voce florida, aperta, dallo squillo lucente e sonoro e dallo stampo eminentemente lirico, che ha modo di eccellere nella canzone di Arlecchino.
Completa il cast il Coro lirico “Francesco Tamagno”, istruito da Entela Kulla, dalla prova buona anche se talvolta con alcune disomogeneità e con una fissità di posizioni e di espressioni che lo rendono non molto in parte, affiancato dal Coro di voci bianche “Gocce d'oro”, tutti sotto la bacchetta di Stefano Giaroli, che concerta la recita a netto vantaggio delle voci, dando purtroppo un rilievo limitato alla pur pregevole orchestrazione leoncavalliana, valorizzata soprattutto nell'Intermezzo. L'Orchestra Terre Verdiane segue tale linea espressiva, ma alcune difficoltà di carattere probabilmente intonativo e un organico ridotto fanno difettare nella coesione e nello spessore del suono talune sezioni, come quella degli archi acuti. Bene invece le sezioni degli archi gravi e dei legni, adeguatamente proporzionato l'apporto di ottoni e percussioni. Si tenga presente però anche la brevità e l'esiguità delle prove, in ragione delle quali la recita è stata condotta a termine con onorevole ed encomiabile impegno artistico.
Registicamente si plaude al felice incontro di questa drammaturgia con la visione didascalica, semplificata ma non semplicicistica (ecco forse un filo oleografica) , attenta soprattutto alla tipizzazione dei caratteri, di Alessandro Brachetti, grazie ad efficaci indicazioni su espressioni, movenze e dislocazione. Scene e costumi sono affidati al complesso Arte Scenica: l'angolo d'un palazzo maltenuto a destra, dall'intonaco sbrecciato, con un cortiletto dietro alla balaustra del quale si assiepa una parte del coro, file di sedie a sinistra col coro restante. Al centro, il palco rialzato del «grande spettacolo / a ventitré ore», con tanto di quinte posticce e variopinte e un piccolo tavolino dove Taddeo e Colombina prendono il tè. Lo sfondo a colori caldi allude forse a un astratto tramonto, un po' anonimo ma utile a concentrare l'attenzione sul l'azione.
Di particolare interesse i costumi, che come le scene si conformano a certa cinematografia neorealista, trasportando l'azione nel secondo dopoguerra – col caseggiato cadente che dà quel tocco di degrado materiale e morale – : abiti della quotidianità villereccia per il coro, un accenno di distinzione per Silvio, che osa un completo grigio, e gli sgargianti costumi di scena per la compagnia di girovaghi, la colorata mise di Nedda, la giacca argentata di Canio (con la faccia infarinata che in una regia didascalica come questa guai se fosse mancata: un Pierrot violento e geloso) e il curioso abbinamento di basco e maglia a righe bianche e nere per Tonio, da un lato un richiamo ai mimi francesi, dall'altra, in coppia con la maglia a righe rosse e nere di Canio, ai gondolieri veneziani. Arlecchino, col tricorno in testa, dice da sé il suo costume; e non sfugga l'attenzione a trucco e parrucco, efficace nel delineare tanto i caratteri istrionici dei guitti, quanto quelli dei personaggi reali. Che poi rimane sempre l'interrogativo di dove inizi la realtà e dove la finzione. Calderón de la Barca ammicca dietro Leoncavallo. Ma noi torneremo ancora ad applaudire.
Christian Speranza
3/6/2026
Le foto del servizio sono di Gabriele Picello.
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