RECENSIONI
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Tragicità di Maria Stuarda a Salisburgo

Se in Maria Stuarda Donizetti realizza il tragico con grande sintesi di mezzi, il regista Ulrich Rasche è davvero riuscito a tradurne la radicalità dell'espressione in un allestimento essenziale, in grado di concentrare l'attenzione sul conflitto fra le due regine, sulle loro tormentate individualità. Quella salisburghese è una messa in scena che, per i caratteri appena descritti, lascia ampio spazio all'espressione musicale e alla recitazione. La scena buia, solcata da tre futuribili dischi rotanti dei quali due fungono da piattaforme praticabili, mentre il terzo sospeso nel mezzo è una sorta di schermo sul quale vengono proiettati i corpi e i volti inquieti dei protagonisti, inquadra il triangolo conflittuale in una cornice di estrema cupezza che è propria del dramma. L'impostazione bicromatica, che vuole la sola Maria abbigliata in bianco, a sottolineare la sua alterità, mentre tutto gli altri sono in nero, evoca i colori di una tragica partita a scacchi. Gruppi di danzatori, le coreografie sono opera di Paul Blackman, seguono le regine con gestualità ieratiche, accentuandone i caratteri con movenze drammatiche. Lo spettacolo di Rasche ammanta la vicenda in una ritualità arcana che addita la tragedia greca. Straziante la parte conclusiva, con il Conte di Leicester avvolto nel groviglio di corpi, invano proteso verso un impossibile contatto con Maria, ormai votata al patibolo. Il momento della morte è, paradossalmente, quello in cui la regina spezza la propria solitudine. Danzatori coperti da un semplice perizoma avvolto attorno ai fianchi la accompagnano al supplizio; il gesto del perdono verso Elisabetta, sua carnefice, le permette di trascendere i limiti delle passioni terrene.

La semplificazione librettistica dell'originale drammatico schilleriano si traduce in una drammaturgia perfettamente calibrata sull'espressione emotiva. Lo scrittore Stefan Zweig, instancabile indagatore dei ‘momenti fatali' dell'umanità, non a caso venne a tal punto affascinato dalle ambigue rappresentazioni di Maria Stuarda da dedicarle un importante libro. La tragicità del suo destino si concentra nelle estreme ore della sua vita, nelle quali la tensione accumulata si sprigiona fino alle sue estreme conseguenze. E' qui la sua grandiosità. Eccellente la resa musicale. Sin dall'inizio Antonello Manacorda mostra di saper calibrare perfettamente le accensioni drammatiche con pennellate intrise di lirismo. In questo i Wiener Philharmoniker lo seguono in maniera egregia. Lisette Oropesa incarna le ambiguità della Stuarda, lacerata da disperati impeti d'odio e repentini pentimenti, in un contrastato cammino che conduce al perdono. La voce è duttile, sostenuta da una tecnica impeccabile tanto nelle esternazioni elegiache, come quando vagheggia il sereno tempo trascorso, quanto nelle deliranti invettive. Le sta accanto l'Elisabetta altrettanto formidabile di Kate Lindsey, dilaniata da un irrisolvibile conflitto interiore. Il timbro autorevole, l'accento sdegnato della donna tradita le permettono di scolpire una figura di notevole spessore. Di fronte a tale coppia il personaggio del Conte di Leicester appare certo più pallido. Bekhzod Davronov lo affronta con voce di lirico puro, ben governata e fluida nel fraseggio. Aleksei Kulagin è un Giorgio Talbot di bel timbro ma dall'emissione a volte faticosa. Apprezzabile il Cecil di Thomas Lehman, alla cui resa giova una dizione eccellente. Buona infine Nino Gotoschia nel ruolo di Anna Kennedy. Il pubblico del Festspielhaus, in occasione della terza recita dell'undici agosto, ha tributato a tutti gli interpreti un vero trionfo.

Riccardo Cenci

14/8/2025

La foto del servizio è di Monica Rittershaus.