RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Una leggenda del pianismo contemporaneo

al Teatro Petrarca di Arezzo

La serata di martedì 10 marzo, con il concerto dello straordinario pianista Grigory Sokolov, oltre a rappresentare un altro interessantissimo evento organizzato dalla Fondazione Guido d'Arezzo è destinata a rimanere nella memoria dei presenti. Assistere ai suoi concerti è sempre una lectio magistralis. A differenza della maggioranza dei pianisti, colpisce la sua dedizione allo studio di opere per strumenti a tastiera di compositori di epoche diverse (Byrd, Couperin, Rameau, Bach, il repertorio per organo, clavicembalo, fortepiano e pianoforte, fino ad autori del Novecento come Schoenberg o Stravinskij). Ascoltarlo è sempre un'ulteriore occasione all'insegna dello stupore: se per il pubblico di adulti e per i più ‘acculturati' è raffinato virtuosismo, purezza espressiva e logica interpretativa, per una bimba di cinque anni, presente in teatro, è un'autentica magia. Il recital prevedeva musiche di Beethoven e di Schubert ma, considerando la generosità dell'artista con i canonici sei fuori programma, è diventato un concerto in tre parti ove gli ascoltatori, desiderosi di sentirlo ancora, non andavano via.

Del compositore tedesco è stata eseguita la Sonata n.4 op. 7 in mi b maggiore, opera che, per il carattere sereno ed incantevole, ben si collega alla Sonata in si b maggiore D. 960 di Schubert della seconda parte.

Venendo alla composizione beethoveniana, per lo stesso appellativo «l'innamorata», riferendosi al presunto tenero sentimento con l'allieva contessa Babette von Keglevics, dedicataria della sonata, si chiarisce ulteriormente il carattere ‘sentimentale'. La Sonata, composta nel 1796, fu pubblicata dall'editore Artaria l'anno successivo, nonostante la giovane età del musicista (26 anni) ormai proiettato verso le grandi idee individuabili nella musica da camera e nelle sinfonie. Nell'Allegro molto con brio il pianista, attraverso chiarissimi fraseggi ed ampi respiri, tratteggiava con estrema cura l'architettura tripartita della forma sonata e grazie alla sua effusione spontanea di sentimenti, si poteva percepire una gioia continua. La ricerca di un'espressività cantabile confluita nella seconda idea tematica unitamente ai reiterati contrasti dinamici (ff-pp-sf, ecc.) appariva quasi un conflitto tra desiderio e sentimento. Il Largo, con grande espressione, nell'intenzione del pianista, diventa l'eloquenza della cantabilità che si ispira al Lied, tanto da ravvisare lo spirito schubertiano che, per alcuni aspetti, è ben rappresentato dall'interprete. Nell'Allegro, seguito dal Minore, è stato sottolineato con risolutezza il carattere di Scherzo (mib magg.) con il suo trio (mib minore) di natura autenticamente beethoveniana. A Sokolov, fedele allo spartito, non rimaneva che traghettare l'ascoltatore nel godibile Rondo Poco allegretto e grazioso in cui l'amabile primo tema, grazie al suo tocco ricercato ed elegante, offriva incantesimi ed una inesprimibile gaiezza.

A chiudere la prima parte le Sei Bagatelle, Op. 126 che, pur nella loro brevità, rappresentano un autentico polittico sonoro realizzato 27 anni dopo la Sonata e coincidenti con la fine della stagione compositiva dedicata al pianoforte. La successione Andante con moto Cantabile e compiacevole - Allegro-Andante. Cantabile e grazioso - Presto - Quasi allegretto - Presto. Andante amabile e con moto, oltre a presentare un'alternanza di movimenti, ha offerto anche un successione di caratteri diversi spaziando da quello incantato, all'agitazione, al malinconico, ecc. che, nell'interpretazione dell'artista russo, risultava una continua trasfigurazione in cui, anche di fronte a melodie apparentemente semplici, faceva percepire una ricerca della bellezza e dello spirito del poco più che cinquantenne Beethoven, occupato in quegli anni con opere come la Sinfonia n.9 in re minore per soli, coro e orchestra op.125.

La Sonata schubertiana, oltre a concludere il programma, ricordava la fine della produzione sonatistica (D. 958. D. 959, D. 960), del compositore austriaco. In una recensione di Schumann queste composizioni sono state definite «notevoli […] in un senso diverso dalle altre». Poi, soffermandosi su quella eseguita in questa occasione, aggiunge che Schubert «rinuncia volontariamente ad ogni novità brillante ed arriva ad una semplicità di invenzione ben più grande [ed inoltre] la composizione scorre mormorando di pagina in pagina, sempre lirica, senza mai pensiero per ciò che verrà, come se non dovesse mai arrivare alla fine, interrotta soltanto qua e là da fremiti più violenti che tuttavia si spengono rapidamente».

All'interprete il compito di scolpire ogni frase nel modo maggiormente espressivo affinché sviluppare l'esteso tema spesso intensificato grazie al raddoppio in ottava della mano destra per esprimere un maggiore vigore della melodia, anche quando è presentata mutata tonalmente. Se questo accade nel Molto moderato, nell'Andante sostenuto è il colore cupo del do# minore a colpire l'ascoltatore e che - grazie ad un uso sapiente del pedale e ad un grandissimo controllo del suono (pp-ppp), soprattutto nei crescendi e decrescendi - l'atmosfera era proiettata ad un grande lirismo. Lo Scherzo, Allegro vivace con delicatezza si è rivelato un altro momento di leggerezza quasi fantastica, pur a tratti turbata dal carattere del breve Trio tanto che, nel suo ritorno, è la vivacità e la delicatezza a prendere il sopravvento.

Con l'Allegro ma non troppo, oltre a rientrare nella tonalità d'impianto (sib maggiore), riappare la godibilità del canto nel registro acuto con tutte le caratteristiche di un finale brillantissimo che nell'intentio del pianista la forma del rondò sembrava più alludere alla struttura poetico - musicale il cui refrain, all'interno di un avvicendamento di luci e ombre, appariva un vivido canto capace di far scaturire visioni oniriche e al tempo stesso spirituali.

I presenti, ormai pervasi da una serena euforia, applaudivano ripetutamente e, come accennato sopra, il maestro ha ricambiato con importanti pagine tra cui non potevano mancare brani di Chopin e Brahms, lasciando tutti stupefatti dalle sue interpretazioni.

Riflettendo sulla devozione di Sokolov verso la musica, al rispetto delle idee dei compositori e del pubblico, al suo vasto repertorio, ecc., è come se egli volesse indicare il concetto di virtuosismo inteso non come mero sfoggio tecnico e di protagonismo ma come maestria nel saper far rivivere l'opera e nel riuscire a toccare le corde sensibili insite nell'animo umano.

Salvatore Dell'Atti

17/3/2026