RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il viaggio metafisico di Bruckner

A Santa Cecilia Bychkov dirige l'Ottava

La problematica estetica dell'Ottava di Bruckner risiede nell'estrema dilatazione, nella suprema libertà formale, nella concezione architettonica portata alle estreme conseguenze. Semyon Bychkov, direttore mai abbastanza lodato, mostra piena sintonia con il mondo poetico del compositore austriaco. La sua lettura, coadiuvata da un'Orchestra di S. Cecilia in ottima forma, sfugge ogni magniloquenza in favore di una chiarezza espositiva esemplare. In un tessuto sinfonico estremamente denso, frastagliato come una marea che sale per poi ripiegarsi su sé stessa, Bychkov evita di enfatizzare ogni climax, ma conduce l'ascoltatore in un viaggio emotivo di enorme pregnanza, fra presagi ancestrali e aneliti trascendenti. La colossale macchina sinfonica, oscillante fra l'epica e il misticismo, fra la polifonica complessità e le oasi cantabili, emerge in tutta la sua fascinosa suggestione. Un discorso complesso che necessita delle sue pause, sempre colme di significato; dopo ogni silenzio, il suono nasce con un chiarore aurorale, come se un intero mondo stesse venendo alla luce, a conferma di quel senso di “perpetua gestazione” di cui parla Martinotti nel suo studio su Bruckner. L'incipit apre il sipario su un mondo inquietante e corrusco, infestato da ombre di morte. L'Allegro moderato si conclude in un clima desolato, dove il suono declina fino a spegnersi come l'estremo anelito vitale di un uomo agonizzante. La ritmica inesorabile dello Scherzo viene magistralmente bilanciata dal Trio centrale, pervaso da un panico senso della natura. Il carattere rustico del secondo movimento non elude le atmosfere cupe del primo, al quale è strettamente collegato. L'ambientazione campestre appare screziata da minacciosi bagliori forieri di tempesta. Segue l'Adagio, modellato a mani nude da Bychkov, il quale sceglie di abbandonare la bacchetta per conferire al suono maggiore plasticità. L'emotività oscillante viene resa con struggente lirismo e profondità espressiva. Nella tenebra emergono chiarori improvvisi, pregni di speranza come la luce di un faro per il navigante disperso. Il gigantesco finale richiede un grande sforzo di concentrazione da parte dell'ascoltatore, proprio per l'ampiezza del materiale impiegato e la complessità strutturale.

Ogni pericolo di dispersione viene eluso dalla lettura di Bychkov, lucida nei suoi esiti espressivi. Fanfare e ritmi di marcia paiono alludere a un percorso vitale frastagliato, nel quale il superamento di un ostacolo è effimera consolazione, in quanto le sollecitazioni appaiono senza fine. Un mondo sonoro che, per la densità tematica e simbolica, sembra anticipare quello della Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss, anch'essa sorta di viaggio iniziatico in un universo magnifico e ostile al tempo stesso. La conclusione può ricordare il finale del Rheingold wagneriano, con il suo trionfalismo fallace, incrinato da crepe e intriso di decadentismo. Il concerto rientrava nel programma delle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Bruckner che, il prossimo 3 giugno, vedrà Kirill Petrenko impegnato all'Auditorium nella Quinta sinfonia. Un appuntamento molto atteso dal pubblico romano. In questo caso, purtroppo, la sala non era gremita come l'occasione e il magistero direttoriale di Bychkov avrebbero richiesto. I presenti hanno comunque tributato il dovuto plauso agli interpreti.

Riccardo Cenci

24/5/2024

La foto del servizio è di Chris Christodoulou.