RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

 

Drei Schwestern a Salisburgo

La maledizione del tempo

'Tutto diventerà a poco a poco un ricordo', scrive Anton Cechov in Tre sorelle, una frase che ben sintetizza la maledizione che affligge l'uomo, la sua caduta nel tempo per citare Cioran. Nel confezionare un lavoro teatrale dall'opera dello scrittore russo, il compositore ungherese Peter Eötvös ha scompaginato la drammaturgia. All'apertura del sipario tutto è già accaduto, tutto è già ricordo; la vicenda viene distillata in tre sequenze, dedicate rispettivamente ad Irina, Andrej e Mascha, precedute da un prologo. La narrazione, frammentata e osservata da diversi punti di vista, mostra la propria intricata complessità. Il libretto, elaborato dal compositore stesso insieme a Claus Henneberg, aspira a ridefinire l'originale in maniera del tutto peculiare. Olga, ad esempio, non ha una sequenza a lei dedicata come accade per le altre due sorelle, quasi a evidenziarne il ruolo subordinato di insegnante frustrata. Il vuoto è costantemente in agguato. I personaggi sono lì, ma sono anche altrove. L'orologio infranto simboleggia l'impossibilità di imbrigliare il tempo. Il regista Eugeny Titov, con l'apporto scenografico fornito da Rufus Didwiszus, costruisce un mondo sull'orlo della distruzione: i binari di una ferrovia interrotti, le pareti sbrecciate, un tunnel ormai inservibile, un muro sul quale Irina cerca di disegnare un'impossibile via di fuga. Il viaggio a Mosca vagheggiato dalle sorelle e additato da un cartello stradale divelto resta una chimera, mentre i protagonisti affondano nell'immobilismo. Siamo di fronte a uno scenario conflittuale. Nel dramma di Cechov i militari vivono un momento di crisi; l'immagine di un mondo pacificato ne minaccia l'esistenza. Un'utopia cancellata dalla realtà dei fatti. La guerra è onnipresente, mentre il radioso futuro che attende le nuove generazioni è una fola per bambini.

La Felsenreitschule Salisburghese, con la sua pietra grezza e il suo sterminato palcoscenico, è luogo ideale per ospitare i deliri di una umanità votata al disastro. Titov modella uno scenario totalmente tragico, privo di speranza. Fiamme solcano il palcoscenico serpeggiando sui binari, ad indicare incendi trascorsi e futuri. Il riferimento all'attualità è evidente. Lo spettacolo è tanto più potente quanto più riesce ad affondare gli artigli nella contemporaneità. L'opera risale al 1997, ma è totalmente calata nel presente. Il compositore ungherese, scomparso lo scorso anno, ha mescolato con sapienza farsa e tragedia, il tutto arricchito da una non trascurabile dose di ironia. Da qui la profondità shakespeariana del lavoro, valorizzata da un allestimento che resterà impresso a lungo nella memoria degli spettatori. Il ricorso a un cast interamente maschile può apparire singolare, ma rientra nell'ottica di una temporalità astratta che ricorda sia il barocco quanto il teatro kabuki giapponese. L'atmosfera è definita sin dal prologo, con quei suoni distanti che paiono provenire da un altro luogo, da un altro tempo, quasi a delineare i percorsi incomprensibili della memoria. Ogni personaggio viene connotato musicalmente da un diverso strumento; il flauto per Olga, il corno inglese per Irina il clarinetto per Mascha e Kulygin, il fagotto per Andrej e il sassofono per sua moglie Natasha, mentre i militari vengono tradizionalmente definiti dagli ottoni. Le percussioni, invece, tracciano l'aggressività di Soljony. L'ambiente sonoro è timbricamente molto vario, costellato da sibili, fischi e altre inconsuete esternazioni acustiche. I diciotto solisti sono in buca per caratterizzare le dramatis personae, mentre l'orchestra si trova fuori scena ad ampliare lo spettro sonoro. Anche dal punto di vista vocale l'espressione è molto varia, spaziando dallo Sprechgesang al dialogo, al canto lirico inteso in senso tradizionale fino alle sfumature da operetta (e non è peregrino sottolineare come Cechov fosse affascinato dalle architetture nervose del vaudeville). Gli albori dell'opera balenano nella caratterizzazione che Alexander Teliga fa di Anfisa, la vecchia balia ottantenne che evoca simili figure del teatro monteverdiano. Da segnalare ancora il tragico monologo di Andrej, i cui talenti sono naufragati miseramente insieme alle sue speranze nel futuro. Jacques Imbrailo entra in scena con un ingombrante costume da Falstaff, grottesco come un personaggio di Gogol', salvo poi spogliarsi restando completamente nudo; uno fra i momenti più drammatici dello spettacolo, nel quale si esplicita tutta la fragilità dell'uomo. Memorabile la realizzazione musicale. Maxime Pascal, alla guida della Klangforum Wien Orchestra, governa l'ardua partitura con ammirevole scienza, decifrando in maniera apparentemente semplice il complesso tessuto sonoro. Tutto è in perfetto equilibrio, considerando la difficoltà nel gestire anche gli elementi fuori scena. Nel cast, particolarmente numeroso e affiatato, meritano certamente una menzione Cameron Shahbazi nei panni di Mascha e Dennis Orellana in quelli di Irina. Per il resto tutti contribuiscono al successo dello spettacolo per verve attoriale e coinvolgimento emotivo. Un vero trionfo in occasione della seconda recita del dodici di agosto.

Riccardo Cenci

20/8/2025

La foto del servizio è di Monika Rittershaus.