RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

9/4/2016

 

 


 

A Steinbruch

Der fliegende Holländer in Technicolor

Con Der fliegende Holländer Wagner approda per la prima volta ad Oper im Steinbruch, festival estivo che nei suoi ventinove anni di attività non aveva mai lasciato spazio all'esperienza teatrale del compositore tedesco. Una scelta forse dettata dalla natura stessa della manifestazione estiva, ospitata in una gigantesca cava di marmo nei pressi di St. Margarethen e per questo votata in massima parte alla spettacolarità e ai titoli di repertorio più diffusi presso il grande pubblico, come Aida, Carmen o Tosca. Prima dell'inizio della rappresentazione è abitudine del direttore artistico Daniel Serafin rivolgersi agli spettatori stabilendo un clima confidenziale e informale, descrivendo l'opera in scena e annunciando il programma futuro, che nel 2026 vedrà un nuovo allestimento di Tosca. Tornando al presente, la scelta dell'Olandese volante nell'ambito del canone wagneriano, avvio del cammino che condurrà il musicista di Lipsia verso i grandi drammi musicali della maturità e tentativo ancora acerbo, benché perfettamente riuscito, di affrancarsi totalmente dalle convenzioni operistiche, appare quasi obbligata. Der fliegende Holländer offre, nell'ambito di una durata ancora contenuta, tutte le seduzioni dell'opera romantica in grado di catturare il pubblico più disparato, come è appunto quello della cava.

La vicenda, tramandata da diverse fonti, narra della maledizione dell'Olandese, condannato a errare senza requie per i mari; unica speranza di redenzione la fedeltà di una donna. Wagner, nel confezionare il libretto, si ispirò in particolare alla declinazione della leggenda offerta da Heinrich Heine, costruendo una vera e propria “ballata drammatica” nella quale i due protagonisti, Senta e l'Olandese, prefigurano l'isolamento di Tristano e Isotta, il loro comprendersi al di fuori del linguaggio. Il contrasto fra la notte e il giorno, la contrapposizione fra l'azione interiore degli amanti spettrali e l'azione esteriore degli altri, legata alla più comune tradizione operistica, sono gli elementi portanti del dramma. Di queste complesse implicazioni lo spettacolo non tiene gran conto, concentrandosi sulle occasioni offerte dalla trama corrusca e burrascosa. Ciò non toglie che l'allestimento sia perfettamente godibile e ben costruito. La messa in scena pensata da Philipp M. Krenn, con le scenografie di Momme Hinrichs, presenta un mare solcato da onde enormi con scogliere a precipizio nel fondo e su un lato, che fungono da schermi per le proiezioni e i video di Roland Horvath. L'azione domestica si svolge in una casa abbarbicata in alto, che di volta in volta si apre per mostrare i dettagli, ingranditi in quanto proiettati in diretta sulla parete di roccia. Un espediente che permette di cogliere espressioni e gestualità che altrimenti andrebbero perdute nell'enormità del palcoscenico. L'Olandese, abbigliato come un filibustiere, entra in scena nella maniera più spettacolare, con la nave fantasma che emerge dalle onde, la prora con una polena a forma di piovra. Una scena che si ripeterà più volte, senza ritrovare l'effetto del principio. Il capitano dannato combatte con la sua ciurma di fantasmi senza un vero significato drammaturgico, ma unicamente per movimentare l'esordio. Senta, abbarbicata sulla sua casetta, viene obbligata a vere e proprie acrobazie che ne rallentano i movimenti dovendo usare presidi che ne garantiscano la sicurezza, in particolare quando si trova a cantare sul tetto. Un faro posizionato in alto solca l'oscurità con il suo fascio di luce. Un'estetica cinematografica che ricorda un poco la saga Pirati dei Caraibi, ma che non manca di produrre il suo effetto sul pubblico grazie a un impressionante apparato di proiezioni.

Ottima nel complesso l'esecuzione musicale. Quentin Hindley, alla guida del Piedra Festivalorchester, dirige con il vigore che si addice alle circostanze dell'esecuzione, restituendo il clima emotivo dal dramma. La ballata di Senta è forse eccessivamente marcata, ma in altri luoghi l'impatto orchestrale è certamente efficace. L'amplificazione è ben calibrata, e non danneggia l'ascolto. Nel cast, complessivamente solido e affiatato, emerge la Senta di Johanni van Oostrum, sempre ben centrata anche negli acuti estremi. Oscuro e robusto, ma non particolarmente rifinito, l'Olandese di Tommi Hakala. Brian Michael Moore ha modo di farsi apprezzare nel ruolo breve ma significativo del marinaio. Bonario come si conviene il Daland di Jens-Erik Aasbø, efficace Dominick Valdés Chenes nei panni del disperato Erik, buona la Mary di Lora Grigorieva. Ottima la prova del Philharmonia Chor Wien, in grado di far risaltare in tutta la sua evidenza la scena in cui il coro dei marinai viene a poco a poco spazzato via da quello degli spettri, grande colpo di genio di Wagner. Numerose le repliche nei mesi di luglio e agosto, il che conferma la solidità e la rinomanza della manifestazione. La presente recensione si riferisce allo spettacolo del quattordici di agosto, salutato da un pubblico entusiasta in una sala gremita in ogni ordine di posto.

Riccardo Cenci

27/8/2025

La foto del servizio è di Oper im Steinbruch/wearegiving.